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Mavi Marmara, le scuse di Netanyahu

L’attacco del maggio 2010 produsse l’assassinio di otto attivisti turchi e uno di nazionalità statunitense che viaggiavano sul battello in rotta verso il territorio palestinese isolato dal mondo via terra e via mare. L’incidente avvenne in acque internazionali e suscitò sdegno ma nessuna sanzione verso lo Stato israeliano, abituato da decenni all’uso impunito della forza e del massacro. L’iniziativa sa di tessitura internazionale statunitense. In questi giorni il presidente Obama ha incontrato i politici di Tel Aviv proseguendo il viaggio diplomatico in Medio Oriente per programmare i passi in un’area destabilizzata dalla crisi siriana. Proprio in funzione di questo conflitto, del sostegno occidentale ai ribelli anti Asad, dei continui  richiami a possibili interventi diretti delle Forze Nato sul territorio non poteva vedere le potenze locali turca e israeliana guardarsi in cagnesco. Da qui il passo conciliatorio fra i due premier.

Obama in persona in un comunicato parla di necessità di “profonda cooperazione fra le due nazioni per la pace e sicurezza nella regione”. Pur tre anni dopo i fatti, e con gli intenti che ipotizziamo, la crisi fra due alleati ritenuti dagli Stati Uniti strategici nel Mediterraneo orientale si chiude nella maniera richiesta dal leader turco e finora rifiutata dall’omologo israeliano. Oltre alla telefonata fra i due statisti Tel Aviv ha emesso un comunicato ufficiale in cui si fa riferimento a “compensazioni riparatorie per ogni errore che ha portato alla perdita di vite umane”. Naturalmente i rimborsi devono “cancellare le azioni legali contro i soldati israeliani”. Quest’ultime erano in corso da un anno perché i magistrati di Ankara avevano accolto le istanze di 490 querelanti, fra cui i familiari delle vittime, che richiedevano condanne per gli esecutori materiali del massacro e per i responsabili, primo fra tutti l’ex capo di Stato maggiore Gabi Ashkenazi, più ammiragli e altri ufficiali.

L’attuale evoluzione è stata facilitata dall’esautoramento, per guai giudiziari, di Avigdor Lieberman dall’incarico di ministro degli esteri,  ricoperto nel governo appena formato dallo stesso premier israeliano. Nel contatto distensivo c’è anche la volontà di Netanyahu di alleggerire la pressione ai confini con l’enclave palestinese ammettendo il passaggio di merci verso Gaza. Da parte sua il governo turco rilancerà gli sforzi affinché l’ipotesi di accordo “due popoli, due Stati”, riposta in un angolo ormai da un quinquennio, torni all’attenzione della diplomazia mondiale. Anche la componente politica di Hamas, coi leader Meshaal e Haniyet, ha espresso apprezzamenti per l’operazione ringraziando direttamente il premier Erdoğan. 

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