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Cina. Le incognite sul gigante

Si conclude oggi a Pechino il vertice dei 376 dirigenti del Partito Comunista Cinese,riunitisi con la massima riservatezza alla periferia della città dal 9 al 12 novembre per il terzo plenum del 18esimo comitato centrale del Partito comunista. Ai più sembra una formalità, ma i conoscitori dei complessi processi della politica e delle decisioni in Cina sanno che questo è un evento decisivo. A questo tipo di riunioni partecipano i quadri più importanti del partito, quelli che reggono le province più importanti sul piano economico,  l’apparato militare e i settori strategici dell’amministrazione statale. “La Cina dovrebbe annunciare oggi riforme politiche importanti, compresa la liberalizzazione dei tassi di interesse, al termine di una riunione del Partito Comunista il cui Terzo Plenum è in conclave da sabato per quattro giorni” scrive oggi il Sole 24 Ore.

Nel febbraio scorso, i 376 membri del Plenum del PCC si erano già riuniti sotto la guida del neopresidente Xi Jinping. Ma è in questa riunione che verranno decisi i passaggi destinati a svilupparsi nell’arco del prossimo decennio.

La crescita economica della Cina è “scesa” al 7% ( un tasso impensabile per Stati Uniti ed Unione Europea ma è il mimino da due decenni) e il partito è attraversato da scandali per corruzione e scontri interni, dei quali ha assunto un rilievo particolare il processo contro il leader del PCC Bo Xilai, per molti anni il segretario della importante metropoli industriaei di Chongquing. I sostenitori di Bo Xilai hanno scelto di non recedere dallo scontro politico e – secondo alcune fonti – hanno dato vita ad un partito politico diverso dal Partito Comunista Cinese.  Il Partito si chiama “Zhi Xian”, che significa “la costituzione è l’autorità suprema”, ed è stato costituito mercoledì 6 novembre, proprio tre giorni prima del terzo plenum del PCC. L’agenzia Reuters riferisce che l’economista Wang Zheng della Beijing Institute of Economics and Management, avrebbe ritenuto la scelta come “legittima e ragionevole”. Secondo le prime indiscrezioni il nuovo partito si muoverà su posizioni di sinistra, con la richiesta di una maggiore presenza dello Stato nell’economia, di politiche sociali tese alla redistribuzione della ricchezza. E’ presto per dire se questa opzione possa crescere o resterà sullo sfondo.

Il presidente cinese XiJinping  ha definito la riunione di questi giorni la più importante dal terzo plenum del 1978, quello che decise la rottura con la Cina maoista e la leadership di Deng Xiaoping. Il Plenum  diu questi giorni si è riunito infatti all’Hotel Jingxi, lo stesso del 1978.
I dossier più importanti sul tavolo della riunione del Plenum del PCC sono quelli delle imprese di Stato e della riforma agraria. Sono 113 le aziende di proprietà statale, controllate dalla Commissione per la supervisione e l’amministrazione degli asset statali, e – nonostante alcuni furori privatizzatori – rimangono l’asset centrale dell’economia cinese.
in molti settori industriali come infrastrutture, telecomunicazioni, trasporti e nucleare, chimica ed energia. Non solo. Gli utili di queste imprese hanno sono cresciuti del 18,2% tra il 2012 e il 2013 anche in presenza del “rallentamento” dell’economia cinese. Per sostenere queste grandi imprese statali, il governo cinese ha investito tra il 2006 e il 2008 circa 650 milioni di dollari. Lo Stato ha poi mantenuto bassi i tassi di interesse per favorire i prestiti alle imprese ma non è intervenuto sugli squilibri di un sistema bancario che presta soldi alle società pubbliche e non alle piccole medie imprese private. 
Secondo alcune fonti il neopresidente Xi Jinping potrebbe avviare una svolta rendendo più efficiente il sistema del credito e finanziario, limitando le restrizioni agli investimenti, anche stranieri, permettere alle banche commerciali di decidere autonomamente il tasso di prestito, aumentando i controlli sugli istituti di credito. Una “liberalizzazione” che favorirebbe i soggetti privati e ridurrebbe la rendita di posizione delle imprese statali.

Il secondo dossier all’ordine del giorno del Plenum del Partito Comunista Cinese è quello che una volta veniva definito “il rapporto tra città e campagna”, un nodo decisivo di una gigante demografico. Anche la Cina, negli ultimi tre anni, è diventata un paese con una popolazione a maggioranza urbanizzata. Ma le massicce emigrazioni dalle campagne alle metropoli sono avvenute senza che fossero modificate le leggi sulla proprietà della terra introdotte alla fine degli anni ’70 dal “revisionista” Deng Xiao Ping, di fatto il promotore del nuovo corso cinese in rottura con il maoismo.
I contadini che lasciano la campagne non possono vendere e comprare un appezzamento nelle aree urbane, ma chi non ha un possedimento in città, non può accedere ai servizi riservati residenti tra cui l’assistenza sanitaria che resta un altro dei nodi dolorosi del nuovo modello cinese.
Quasi 250 milioni di cinesi vivono oggi nelle metropoli ma senza i diritti riconosciuti ai residenti, alimentando il mercato nero sui terreni agricoli edificabili e la speculazione, mentre nelle campagna le amministrazioni locali faticano a raccogliere le tasse sulle proprietà immobiliari.

La privatizzazione della terra era stato uno dei pilastri del nuovo corso cinese avviato da Deng Xiao Ping ai fini dell’accumulazione. Ma tra il 1978 e il 2013 in Cina sembra essere trascorso molto più di un secolo e moltissime cose sono cambiate. Alcune sono chiare, ma moltissime restano incognite. 

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