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Gli Stati Uniti mandano le truppe in Somalia

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Dalla Somalia gli Stati Uniti erano scappati alla fine del 1993 al termine di una delle più disastrose missioni militari degli ultimi decenni. Disastrose per Washington e anche per il contingente italiano, immancabilmente inviato dal governo di Roma appena gli allora padroni statunitensi lo avevano richiesto. All’epoca l’operazione Black Hawk Down si chiuse in maniera ignominiosa, con i miliziani somali che abbatterono due elicotteri a stelle e strisce uccidendo 18 soldati Usa. E anche per i militari italiani non andò meglio, fotografati mentre torturavano qualche povero diavolo con i cavi elettrici. Ma saranno soprattutto le immagini dei corpi dei soldati statunitensi ed etiopi trascinati per le strade dalla folla inferocita a simbolizzare quella disastrosa avventura militare mascherata da intervento umanitario – ‘Restore hope’ la chiamarono – con tanto di avallo delle Nazioni Unite.

Dopo 20 anni gli Stati Uniti ci provano di nuovo, dopo aver recentemente tentato la evidentemente insufficiente carta della lotta alla pirateria che ha permesso a vari paesi occidentali di riempire il mare al largo delle coste del Corno d’Africa di navi militari, droni ed elicotteri da combattimento. Per la prima volta dal 1993 il Pentagono ha ordinato il dispiegamento in Somalia di un proprio contingente militare con l’obiettivo di sostenere e coordinare le autorità locali nella propria lotta contro le milizie islamiste di Al Shabab, che da anni controllano ampie zone del paese ridotto in rovina dalla guerra civile e da una destabilizzazione dietro cui non è difficile trovare alcune nuove potenze regionali e i signori della guerra locali sponsorizzati da lobby straniere.

Secondo la stampa internazionale, Al Shabab sarebbe collegata alla rete di Al Qaeda, sempre più attiva in tutta l’Africa orientale, settentrionale e centrale, e sarebbe da attribuire a questa milizia l’organizzazione di numerosi e sanguinosi attacchi e attentati in tutta la Somalia ed anche a Nairobi. Lo scorso anno nella capitale del Kenia morirono circa 50 persone a causa di un assalto terroristico contro un centro commerciale.

Secondo il Washington Post, che riprende le dichiarazioni di Thomas Davis, portavoce dell’AFRICOM (il Comando delle Operazioni Speciali degli Stati Uniti in Africa) un ‘piccolo gruppo’ di consiglieri militari statunitensi si trova in realtà già a Mogadiscio da settimane con l’obiettivo di preparare l’arrivo delle truppe. Dal 2007 Washington ha destinato ingenti risorse logistiche ed economiche per addestrare ed equipaggiare la forza militare dell’Unione Africana, composta per lo più da soldati messi a disposizione dall’Uganda e dal Burundi, un modo per estendere la propria influenza nel continente dove la Francia è sempre più attiva anche militarmente proprio in competizione con gli interessi statunitensi.
Il Pentagono non ha mancato neanche di dirigere direttamente operazioni belliche in diversi paesi, coordinandole da una enorme base militare che possiede nello stato fantoccio di Gibuti, nel Corno d’Africa. La Cia, sempre secondo il quotidiano della capitale statunitense, ha installato una propria base direttamente in Somalia mentre il Pentagono ha destinato quasi 200 milioni di dollari alla formazione del cosiddetto Esercito Nazionale Somalo.

Lo scorso anno l’amministrazione Obama ha riconosciuto ufficialmente il governo federale della Somalia dopo decenni di interruzione delle relazioni diplomatiche. La volta scorsa finì male, questa volta, si chiedono in molti, “come andrà a finire?”.

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