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“La strage di Damasco? Opera dei ribelli”. Parola di Premio Pulitzer

Contropiano, ed insieme a noi altri media fuori dal coro, l’aveva scritto. I dubbi e le incongruenze sulla strage del 21 agosto alla periferia di Damasco – meglio nota come ‘massacro di Ghouta – erano tanti e tali da mettere in dubbio la versione ufficiale diffusa su quegli eventi dalla stampa mainstream e da praticamente tutte le cancellerie occidentali: a usare le armi chimiche contro la popolazione civile inerme provocando un numero imprecisato di morti (gonfiato oltretutto per amplificare l’indignazione delle opinioni pubbliche occidentali contro l’esercito di Damasco), si disse, erano stati i generali di Assad. 

In pochi giorni il mondo visse, forse inconsapevolmente, una escalation militare che portò il pianeta sull’orlo di una nuova guerra e di una nuova invasione, prima che le crepe all’interno del fronte occidentale e lo schieramento senza precedenti di Russia e Cina a difesa della Siria convincessero l’amministrazione Obama e il governo francese a fermare bombardieri e cannoniere.
Qualche giorno fa una dettagliata inchiesta pubblicata dal Premio Pulitzer statunitense Seymour Hersh (intitolata “La linea rossa e la linea dei ratti”), sviluppo di un lavoro già diffuso nel dicembre scorso, ha confermato ciò che alcuni sapevano e che molti sospettavano: furono i ribelli a usare le armi chimiche all’interno di un vasto piano diretto a fornire a Stati Uniti e company una scusa che giustificasse l’aggressione militare diretta dopo anni di guerra civile. Secondo il reportage pubblicato dal decano del giornalismo d’inchiesta sul London Review of Books qualche giorno fa – ed oggi ripreso, udite udite, dal quotidiano La Repubblica! – fu in realtà il governo turco a tentare di spingere l’amministrazione Obama a intervenire, forzando i tempi e bypassando le resistenze del presidente degli Stati Uniti e dei capi del Pentagono. 
Secondo Hersh l’attacco dell’agosto del 2013 con il sarin fu, in sostanza, una trappola preparata su misura per fornire a Washington un pretesto utile a far partire i bombardamenti visto che più volte Obama aveva minacciato Damasco affermando che proprio l’uso di armi proibite avrebbe rappresentato un superamento inaccettabile della ‘linea rossa’.
Nelle intenzioni di Erdogan e dei suoi generali l’utilizzo delle armi chimiche e proibite da parte del regime siriano avrebbe segnato, agli occhi dell’opinione pubblica mondiale, un salto di qualità indispensabile a convincere il titubante Obama ad intervenire difendendo così anche gli interessi egemonici di Ankara in Medio Oriente, quando ormai era chiaro che non era più possibile una vittoria militare sul campo dei ribelli addestrati, armati e finanziati da Ankara ma anche dalle petromonarchie del Golfo, da Washington, da Israele e dalla Unione Europea.
E così la ‘false flag’ diretta ad addossare ai militari siriani la responsabilità dell’attacco chimico andò in scena il 21 agosto, dopo che nel paese erano arrivati gli ispettori dell’Onu inviati a esaminare attacchi chimici precedenti (altri tentativi turchi di forzare la mano a Obama, secondo Hersh).
Tutto era pronto affinché pochi giorni dopo – il 2 settembre – bombardieri e navi da guerra già dispiegate al largo delle coste siriane scatenassero l’inferno.
Ma secondo la fonte riservata utilizzata da Hersh fu l’intelligence britannica, in collaborazione con i servizi segreti russi, a fornire alla Casa Bianca prove inequivocabili che il sarin utilizzato a Ghouta non proveniva dagli arsenali del governo siriano ma da quelli dei ribelli. L’intelligence USA, d’altronde, da tempo era a conoscenza del fatto che i miliziani del fronte al Nusra, collegati ad Al Qaeda e sostenuti dalla Turchia, stavano producendo armi chimiche. Già nella primavera del 2013 vi erano stati attacchi con armi chimiche in varie località siriane e, secondo Hersh, almeno un episodio registrato nei pressi di Aleppo il 19 marzo era stato attribuito ai “ribelli” dopo le indagini sul campo condotte dalle Nazioni Unite i cui risultati, ovviamente, non furono resi noti al grande pubblico.
Così come il grande pubblico non è mai stato informato del fatto che almeno dal 2012, sostiene Hersh, l’amministrazione Obama ha organizzato un fitto rifornimento di armi, proibite e non, dirette ai ribelli siriani, comprese le formazioni jihadiste, attraverso quella che chiama una ‘rat line’, una linea dei ratti clandestina gestita da agenti sauditi e turchi.

Messo alle strette e isolato anche dai propri generali, secondo i quali un attacco alla Siria avrebbe scatenato un caos incontrollabile in tutto il Medio Oriente, il 31 agosto Obama bloccò tutto, chiedendo al Congresso un voto sull’operazione militare che sapeva avrebbe perso così come era già accaduto a Londra per il premier Cameron, sconfessato dal parlamento britannico. Immediatamente dopo il presidente russo Vladimir Putin ottenne da una mediazione con il governo siriano l’impegno da parte di Assad di consegnare e distruggere il proprio arsenale chimico. Sconfessata e messa alle strette l’amministrazione Obama cambiò completamente strategia sulla Siria e sul resto del Medio Oriente, facendo infuriare il governo francese e addirittura iniziando una rapida mediazione con Teheran, altro obiettivo di una possibile aggressione militare statunitense.

* Hersh vinse il premio Pulitzer nel 1970 per il reportage sul massacro di My Lai del marzo 1968 durante la guerra del Vietnam, in cui le forze armate Usa uccisero deliberatamente almeno 109 civili. Tra le sue inchieste più famose i servizi sulle torture nella prigione di Abu Ghraib in Iraq nel 2004. 

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