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Ue preoccupata: “se si ferma il gas russo per noi è un disastro”

Unione Europea e Stati Uniti non hanno gli stessi interessi strategici e sulla crisi ucraina questa dovergenza rischia di diventare esplosiva; solo che i danni sarebbero tutti a carico degli europei.

La conferma arriva direttamente dai vertici dell’Unione, tramite uno studio sulla sicurezza energetica stilato dall’apposita Commissione (un “ministero” del governo di Bruxelles). Gli eventi in Ucraina “sono motivo di preoccupazione per la continuità delle forniture energetiche e per il prezzo dell’energia”. A pagare di più sarebbero i paesi orientali dell’Unione, più dipendenti dalle forniture di Mosca, ma il problema peserebbe su tutto il Continente, diminuendo leggermente man mano che ci si sposta verso Ovest, dove l’aprovviggionamento è più differenziato (col contributo dell’Algeri per quanto rigurada la Spagna, e il nucleare, nel caso francese).

“Se le interruzioni delle forniture energetiche russe si dovessero verificare a gennaio, quando la domanda è maggiore, quasi tutta l’Unione europea, ad eccezione della penisola iberica e della Francia meridionale, sarebbe direttamente colpita”.

Il documento di lavoro fatto circolare a Bruxelles, non a caso, in seguito della crisi ucraina, che ha fatto precipitare le relazioni con la Russia, sottoposta da Washington (e solo in minima parte dell’Unione Europea) a sanzioni economiche mirate. L’esecutivo comunitario riconosce che “gli attuali eventi che interessano le frontiere orientali dell’Unione europea sono motivo di preoccupazione per quanto riguarda sia la continuità delle forniture energetiche sia il prezzo dell’energia”. I paesi più esposti, viene rilevato, sono quelli balcanici, che fin qui hanno fatto da interconnettori e centri di stoccaggio, consentendo all’Europa di affrontare eventuali  shock energetici. Ma “nel breve periodo un’interruzione delle forniture durante l’inverno lungo le vie di transito ucraine pone sfide significative, in particolare per Bulgaria, Romania, Ungheria e Grecia”.

Non finisce però qui. Tutta l’Europa dell’est in effetti è deficitaria quanto a diversificazione delle fonti, perché la costruzione di gasdotti e oleodotti (quelli esistenti sono soprattutto di epoca sovietica) è necessariamente molto più lenta dei processi politici. “Rischi di interruzioni nelle forniture o impennate significative dei prezzi dipendono dal numero dei fornitori” e allo stato attuale repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania), Finlandia, Slovacchia e Bulgaria “sono dipendenti da un singolo fornitore per le intere commesse”. Se la Russia dovesse chiudere i rubinetti del gas ucraino, nel giro di un anno la Bulgaria avrebbe riduzioni tra il 60% e l’80% delle scorte, la Lituania tra il 40% e il 60%, Croazia, Romania, e Grecia tra il 20% e il 40%.

La ricetta proposta è abbastanza semplice, ma comunque di non facile applicazione: diversificazione delle fonti e dei fornitori (ma a portata di mano ci sono soltanto l’Algeria e l’assolutamente incontrollabile Libia dei “signori della guerra”) e lo sviluppo delle rinnovabili. Roba già detta mille volte. E rimasta sulla carta per difficoltà fisiche, non tanto per “incomprensioni” o cattiva volontà.

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