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Iraq: anche l’Ue armerà i curdi iracheni, ma il Pkk rimane ‘terrorista’

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Alla fine l’ex premier sciita Nouri Al Maliki ha dovuto gettare la spugna, accettando di essere stato messo fuori dai giochi non solo dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, ma anche da parte delle autorità religiose sciite del suo paese e addirittura dal governo di Teheran che gli preferisce il collega Haider al Abadi, nella speranza che riesca a mettere insieme una coalizione di governo più larga e dia maggior forza alla lotta contro il dilagare dello ‘Stato Islamico’ nel nord del paese. Dopo aver mobilitato domenica scorsa le truppe speciali nella capitale facendo temere un tentativo di golpe, stamattina Al Maliki ha annunciato pubblicamente il suo sostegno al premier designato indicato dal presidente della repubblica, il curdo Fuad Masum.

Gli Stati Uniti, rientrati recentemente in Iraq con alcune centinaia di militari e consiglieri, sembrano per ora defilarsi dopo aver realizzato alcuni sporadici raid contro le postazioni dei fondamentalisti sunniti ed aver inviato un centinaio di soldati sul monte Sinjar per salvare i profughi yazidi, cristiani e curdi che tentavano di fuggire alle persecuzioni dei militanti dello ‘Stato Islamico’. Obama ha chiarito che non intende impegnare i propri soldati in ulteriori operazioni di terra e i responsabili militari statunitensi hanno giustificato il relativo disimpegno con lo “scarso numero di yazidi da evacuare” e con il fatto che sarebbe assai più proficuo – e oltretutto meno rischioso per Washington – armare e utilizzare allo scopo i miliziani peshmerga agli ordini del governo regionale curdo dell’Iraq del Nord.
Scelta che sembra convincere anche i paesi europei, con Francia e Gran Bretagna che già nei giorni scorsi hanno mandato aiuti umanitari destinati agli sfollati ma soprattutto caccia e consiglieri militari. Oggi poi il Consiglio dei ministri degli esteri dell’Ue ha accolto «con favore» la decisione di alcuni stati membri a consegnare le armi ai curdi iracheni per aiutarli a contrastare i ribelli jihadisti. Ai quali, in realtà – raccontano le fonti locali e anche alcuni obiettivi giornalisti occidentali – i peshmerga stanno dando scarso filo da torcere. Se non fosse stato per il rapido e coraggioso intervento delle Unità di Difesa Popolare dei curdi siriani e di alcuni gruppi legati al Pkk operante nel Kurdistan turco l’entità del massacro operato dalle bande agli ordini di Al Baghdadi sarebbe stata molto più grave.
Ma mentre Washington e Bruxelles scelgono di rafforzare il governo regionale curdo dell’Iraq settentrionale – filoccidentale, alleato della Turchia nonché di Israele – non si fa neanche menzione nelle cancellerie occidentali dell’eliminazione dalla lista dei gruppi terroristici del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, ai quali negli ultimi anni si sono affiancati altri fronti di liberazione nazionale laici, progressisti e non settari anche nel Rojava siriano e nell’Iraq settentrionale. Una contraddizione di cui ancora nessun giornalista in vista ha chiesto conto ai leader statunitensi ed europei e che la dice lunga sulle reali intenzioni di Stati Uniti e Unione Europea.
Per entrambi i blocchi l’emergenza creata in Iraq dalle vittorie militari dello ‘Stato Islamico’ – non una parola sul pericolo rappresentato in Siria dalla stessa organizzazione – costituisce una occasione d’oro per rimettere mani e piedi nel paese finito nell’orbita iraniana. Assai ipocritamente, il Consiglio dei Ministri di Bruxelles ha affermato che valuterà come prevenire che i jihadisti traggano beneficio dalla vendita di petrolio e che condanna i sostenitori finanziari dell’Isis, che poi sono le petromonarchie arabe con le quali Bruxelles intrattiene affari d’oro e ottime relazioni politiche. Dalla posizione comune europea non si è discostata affatto la ministra Mogherini che nei giorni scorsi aveva dato il suo assenso alla concessione di armi e finanziamenti ai curdi iracheni. “I curdi in questo momento hanno bisogno di sostegno, dobbiamo trovare le forme corrette per farlo, col coinvolgimento diretto del governo di Baghdad” ha dichiarato la pupilla di Matteo Renzi al suo arrivo a Bruxelles. La novità più rilevante della giornata di oggi è che dopo Francia e Gran Bretagna si muove direttamente anche la Germania. Il ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, arrivando a Bruxelles per la riunione urgente con gli altri 27 colleghi europei, ha annunciato che andrà nel nord dell’Iraq per rendersi personalmente conto del tipo di sostegno necessario. “Gli europei non devono limitarsi a lodare il coraggio delle forze curde ma dobbiamo capire cosa possiamo fare per sostenerle, al limite di ciò che è legalmente e politicamente possibile», ha spiegato il ministro del governo Merkel.

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