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La Catalogna sfida Madrid. Intervista

Dopo la riuscita della Diada dello scorso 11 settembre che ha visto scendere in piazza in tutta la Catalogna milioni di persone a favore dell’indipendenza da Madrid e del referendum consultivo del 9 novembre che le autorità spagnole cercano di impedire con tutti i mezzi, abbiamo rivolto alcune domande a Victor Serri, attivista e fotografo del giornale catalano La Directa, voce delle mobilitazioni sociali ed espressione delle frange radicali di sinistra del movimento indipendentista.

Come valuti il risultato della tradizionale mobilitazione indipendentista in occasione della Diada dell’11 settembre? Quali erano le parole d’ordine di quest’anno?

La Diada é sempre stata tradizionale, ma negli ultimi due anni, con la spinta della ANC (Assemblea Nazionale Catalana), l’auge dell’indipendentismo nell’area sovranista della destra catalana di CiU, l’aspetto tradizionale è un po’ andato a farsi friggere. Infatti abbiamo elementi “tradizionali” più propriamente della sinistra indipendentista, che da anni svolgono le loro manifestazioni, ma se prima erano giornate di festa, ora sono diventate manifestazioni di massa molto controllate dall’ANC, soprattutto sul lato mediatico (la V quest’anno, e la via catalana l’anno passato).

Ora, lo slogan era chiaro e riassumibile in una parola. “Votem”. O “Volem Votar” (Votiamo, Vogliamo votare). Ma non solo, la parte interessante é anche il “desobeim”. Disobbediamo. La sinistra indipendentista, anche se in minoranza dentro l’arco dell’indipendentismo-sovranismo, è riuscita ad imporre il concetto di disobbedienza, e del voto “Si o Si”. La stessa Forcadell, presidente dell’ANC, ha affermato che si voterà indipendentemente da cosa dicono a Madrid, o nonostante la frammentazione possibile di Convergenza e Unione (il partito regionalista del presidente del governo regionale Artur Mas, ndr).

Personalmente, nel suo insieme lo vedo molto positivo, anche se come sempre la situazione mostra le sue contraddizioni. Molto positivo perché vedo che la sinistra indipendentista acquista sempre più forza (quest’anno all’interno della sua manifestazione c’era un blocco importante di anarco-indipendentisti, quindi di aria più libertaria, cosa non scontata).

A che punto è la campagna per il referendum del 9 novembre, secondo te i nazionalisti moderati catalani vanno fino in fondo oppure no? E il governo spagnolo nel caso in cui quello di Barcellona dovesse tenere duro come pensi che risponderà?

Credo che lo scenario più probabile, che era quello prevedibile già quando Ciu si è messa a fare il partito indipendentista, sarà il tentativo di fare un patto con lo stato, per una nuova transizione, una nuova modifica dello Statuto di Autonomia con l’aumento delle prerogative del governo regionale. Ma non certo un cambiamento radicale nell’ambito sociale o nazionale. Quindi al massimo Madrid potrebbe offrire qualcosa che alle oligarchie economiche locali possa interessare molto, e così chiudere la partita. Considerando che Ciu ha due anime molto distanti ormai tra loro – quella federalista e quella catalanista-sovranista – la frattura di questo partito per ora maggioritario porterebbe a dover ridiscutere molte cose.
Comunque la partita é ancora molto aperta, lo stesso concetto di disobbedienza che prende piede in aree assolutamente lontane dalla sinistra indipendentista è una cosa molto importante dal mio punto di vista.

Quali sono i commenti e le aspettative sul referendum scozzese del 18 settembre?

Diciamo che per tutti il commento basico è: speriamo che vincano. Conosciamo tutti i difetti della eventuale forma del nuovo Stato nel caso in cui dovesse vincere il Si, dovuta alla devolution. Ma la vittoria degli indipendentisti imporrebbe la questione del riconoscimento della volontà nazionale. Anche perché il referendum scozzese è un referendum vero e proprio, mentre la consulta in preparazione in Catalogna non lo è a pieno titolo. Non è vincolante, è solo un referendum consultivo. E si spera che il potere politico si appoggi tanto alla volontà della popolazione fino a far diventare il referendum realmente consultivo. E la considerazione principale é che se gli scozzesi vincono, avranno già fatto metà del lavoro e renderanno le cose più facili ai catalani.

Qual è la situazione dal punto di vista sociale ed economico in Catalogna e come incide sul dibattito per l’indipendenza?

E’ chiaro che la crisi economica, i conflitti storici con Madrid e con il potere centrale, l’aumento dei tagli nazionali sul finanziamento regionale, ha portato aree politiche meno di sinistra a parlare di indipendenza, passando da un generico catalanismo all’indipendentismo. Un processo ovvio per, diciamo, mantenere il potere che hanno sempre avuto. Ma proprio queste condizioni hanno portato ad un aumento di sensibilità verso l’area anticapitalista, e quindi la sinistra indipendentista nelle sue varie componenti.

Quali sono gli argomenti che distinguono maggiormente le forze della sinistra radicale indipendentista da quelli della borghesia catalanista?

Diciamo che la sinistra indipendentista radicale ha una visione di socialismo che già di per sé la distanzia molto dalla borghesia catalana. Inoltre c’è tutta la questione del femminismo, e della lotta per l’unità di tutti i Paesi Catalani – potremmo chiamarlo pancatalanismo – che non solo pretende l’indipendenza del ‘Principato’ (la Regione Autonoma Catalana), ma anche di tutti gli altri territori catalani, considerando il Rosselló francese, il Pais Valenciá e Le Illes Balears (Isole Baleari, ndr). Tutto ciò, detto in maniera sommaria, fa divergere fortemente la sinistra radicale dalla borghesia catalanista, che essenzialmente, vuole mantenere il suo potere, “vendere un nuovo prodotto”, uno stato moderno, più liberale se libero dalla Spagna. Quindi si, forse entrambi gli schieramenti sostengono l’indipendentismo, ma pensano a due paesi totalmente diversi.

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