Menu

Scozia: Germania, Usa e petrolieri contro l’indipendenza

Più si avvicina il giorno del referendum sull’indipendenza della Scozia da Londra, più si moltiplicano le prese di posizione dei poteri forti, interni ed internazionali, contro la possibile separazione. Per molto tempo l’establishment britannico ed europeo hanno ignorato la questione; i sondaggi davano il ‘no’ in schiacciante vantaggio e la paciosa società scozzese non sembrava essersi particolarmente mobilitata in vista del voto del 18 settembre. Ma ora che i sondaggi danno i due schieramenti alla pari o addirittura il ‘si’ in vantaggio e migliaia di persone stanno attivamente conducendo una campagna referendaria porta a porta il governo britannico e gli ambienti che contano stanno di sparare tutte le cartucce a loro disposizione. A parte l’ex premier italiano Enrico Letta che in un demenziale intervento pubblicato dal Corriere della Sera paragona la possibile affermazione dei ‘si’ nientemeno che all’attentato di Sarajevo (!!!) gli ultimi giorni hanno visto la scesa in campo di vari pezzi da novanta dello scenario internazionale.

Nei giorni scorsi erano state le grandi banche scozzesi e inglesi, oltre al Fondo Monetario Internazionale, a prefigurare uno scenario apocalittico in caso di vittoria degli indipendentisti. La City si è già espressa ampiamente per il ‘no’. Ma non è bastato, così come non è bastato al Partito Laburista – che guida la campagna unionista, visto che i conservatori in Scozia hanno una presenza assai scarsa – resuscitare alcuni suoi vecchi arnesi da tempo finiti nell’oblio per cercare di convincere l’elettorato progressista scozzese a non rompere la Gran Bretagna. Gordon Brown ed altri ex leader del centrosinistra britannico hanno usato argomentazioni ecumeniche, invitando gli abitanti dei territori a nord del Vallo di Adriano a non farsi incantare dai ‘separatisti’. Ma tutti sanno che il problema dei laburisti è soprattutto che, se Londra perdesse Edimburgo e Glasgow, nel parlamento di Westminster gli eletti del Labour crollerebbero di numero visto che molti di loro vengono scelti dagli elettori scozzesi. Il ripetuto messaggio “se ve ne andate consegnate per sempre l’Inghilterra ai conservatori” lascia il tempo che trova e non sembra aver fatto più di tanto breccia negli ambienti progressisti scozzesi tutti schierati a favore dell’indipendenza.

E allora, mentre a Edimburgo migliaia di orangisti – fanatici unionisti protestanti – provenienti da varie città marciavano a favore del ‘no’ (creando imbarazzo tra i leader della campagna per il ‘no’ che temono ora un effetto boomerang sugli indecisi) a sostenere i loro argomenti intervenivano niente meno che Washington e Berlino.

La Deutsche Bank ci ha tenuto a far sapere che una vittoria dei sì sarebbe “un errore storico paragonabile a quelli che hanno portato alla Grande Depressione tra le due guerre mondiali”. Secondo la Banca Centrale Tedesca, le argomentazioni economiche contro l’indipendenza sono «schiaccianti» ed è «incomprensibile» che gli scozzesi stiano anche solo contemplando la possibilità di lasciare il Regno Unito.

Qualche giorno fa era stato il ministro degli esteri di Berlino, Frank Walter Steinmeier, ad affermare pubblicamente di “preferire una Gran Bretagna unita”. A una domanda sulla storica consultazione referendaria durante la conferenza stampa congiunta a Berlino con la controparte britannica Philip Hammond, Steinmeier ha affermato: “Credo che sia buona cosa per un ministro degli Esteri tedesco non immischiarsi nella politica interna britannica, ma ammetto apertamente che preferisco immaginare che la Gran Bretagna resti unita”. 
Gli ha fatto eco il portavoce della Casa Bianca, Josh Earnest, secondo il quale “gli Usa hanno interesse che la Gran Bretagna resti forte e unita”. Earnest, bonta sua, ha ricordato il diritto della Scozia a decidere autonomamente del proprio futuro, ma ha ribadito l’interesse per gli Stati Uniti di avere un partner forte e coeso. La Casa Bianca sa già che un eventuale stato indipendente scozzese allenterebbe i suoi vincoli militari con la Nato e nel programma del fronte indipendentista c’è la promessa di cacciare i sottomarini nucleari Trident dai porti scozzesi.

Infine, a perorare la causa del ‘no’ è intervenuto anche il colosso petrolifero British Petroleum, suscitando la rabbia di Jim Sillars, ex leader dello Scottish National Party che ha tuonato contro la multinazionale: “BP imparerà il significato della parola nazionalizzazione». 

Leggi anche:

Scozia: il ricatto delle banche e del Fmi

La scelta della Scozia

Referendum: le due Scozie che tifano indipendenza

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *