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L’America scarica Obama

Anche l’Obamismo chiude i battenti. Nelle elezioni di mezzo termine (a metà del mandato presidenziale) i repubblicano hanno conquistato i sette seggi che concedono lo la maggioranza al Senato – dopo 8 anni – e hanno anche aumentato la propria maggioranza alla Camera (da 226 a 240 seggi).

Con il voto di ieri si apre ufficialmente anche la campagna elettorale per le prossime presidenziali del 2016, cui i democratici si presentaranno molto probabilmente candidando Hillary Clinton. Ovvero “una donna” per conquistae i voti liberal, ma anche un lupo imperialista che non può dispiacere troppo nel campo avverso.

È in ognii caso finito il tempo delle promesse “riformiste”, quelle avevano sollevato grandi speranze nell’azione del primo presidente black della storia Usa. L’America di oggi è razzista un po’ meno di prima e bada al sodo più che al colore della pelle. Dal Sud dove imperava il Ku Klux Klan non arrivano soltanto le notizie di uccisioni poliziesche e riot (come a Ferguson, per giorni e giorni), ma anche il primo afroamericano eletto ne gli stati ex confederati: Tim Scott, repubblicano di 49 anni, che era già senatore del South Carolina dal gennaio 2013, in sostituzione però del titolare.

È un’America che accetta tranquillamente di liberalizzare la marijuana (vince il referendum in Oregon e nel distretto di Columbia, che comprende Washington) e pensa alla fatica di arrivare a fine mese. I salari sono bassissimi (Obama fatica a convincere le imprese ad accettare come salario minimo di legge i 7,5 dollari l’ora, meno di sei euro), i consumi ridotti, l'”ascensore sociale” bloccato. Anche se il prezzo della benzina è diminuito (pur senza rientrare sotto i due dollari al gallone, che secondo molti yankee è quasi un “diritto costituzionale”) e l’occupazione è aumentata. Ma si tratta quasi sempre di lavori marginali (commessi, camerieri, pulizie, ecc), mentre sembra definitivamente tramontata l’idea di un benessere crescente per (quasi) tutti, naturalmente grazie allo “sforzo individuale”. Non è un dettaglio, perché buona parte del “sogno americano” poggia su questa base.

Pesano meno, sulla mentalità “nazionalistica” statunitense, di massa, le crisi in Ucraina o in Medio Oriente. Il mondo è per gli yankee un posto dove andare a prendersi quel che serve, senza troppi riguardi. E la “caduta del Muro” ha consolidato l’idea che nulla e nessuno può opporsi al volere degli Usa.

Preoccupano invece di più gli addetti ai lavori, i dirigenti di tutte le imprese multinazionali e delle banche, ma con in prima posizione – come sempre – le compagnie petrolifere. In questo ambiente d’èlite Obama appare come un “esitante”, un “vorrei ma non oso”. Nonostante l’avventura Ucraina e lo sconquasso in Medio Oriente siano in realtà dovuti proprio all’interventismo statunitense. Ma in questo campo ogni valutazione razionale del rapporto costi/benefici, propria di ogni presidenza Usa, al di là degli slogan elettorali, viene vista male da entrambe le parti dell’elettorato: Il “troppo inteventismo” è per i repubblicani un “difetto di intervento”, un “combattere con una mano legata dietro la schiena”, una frenata inspiegabile alla dimostrazione di potenza.

Da questo punto di vista, l’America delle urne è più estremista ed ignorante dei suoi governanti (effettivi o aspiranti): ignora che i “pesi economici” globali sono profondamente cambiati, e che ogni nuovo rapporto di forza economico pretende una formalizzazione diversa anche su quello diplomatico o della “politica di potenza”. Una riprova della crescente “ignoranzietà” è del resto la rapida espansione delle sètte religiose, che dominano ormai l’elettorato repubblicano determinando uno sbilanciamento pericoloso nella stessa “eazionalità imperialista”.

I prossimi due anni, dunque, saranno decisivi per capire “quale America” si presenterà al mondo con la faccia del prossimo presidente. Ma la differenza tra i due schieramenti sarà più ridotta del solito (“razionale/irrazionale”, si potrebbe dire). Anche i vecchi cavalli di battaglia sui “diritti civili”, infatti, non servono più a distinguere due campinemici”. Ma sarà difficile trovare un repubblicano più “falco” e ferrato di Hillary…

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