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Stato Islamico: si sfalda la Coalizione obamiana, a combattere sono curdi e sciiti

La rappresaglia della Giordania “è solo all’inizio” e Amman colpirà “l’Isis ovunque”, in Siria e Iraq. E’ dura, almeno a parole, la reazione del governo di Amman alla decisione da parte dello Stato Islamico di bruciare vivo il pilota giordano catturato dopo che il suo caccia era caduto lo scorso 24 dicembre (o era stato abbattuto, come rivendicato dalle milizie di Al Baghdadi).

Ad annunciare un’escalation contro i jihadisti dopo i bombardamenti giordani realizzati nei giorni scorsi sulle postazioni dell’Is a Mosul è stato il ministro degli Esteri giordano Nasser Judeh, secondo il quale Amman starebbe preparando  una operazione militare di rappresaglia su larga scala denominata “Operazione martire Muath”, dal nome del soldato barbaramente assassinato. Nelle scorse ore, ha informato Amman ma senza ulteriori precisazioni, “decine di caccia” hanno centrato e “distrutto” alcune postazioni dell’Isis in territorio iracheno. “Portiamo avanti questa battaglia – ha detto il re giordano Abdullah – per proteggere la nostra fede, i nostri valori e i principi umani e la nostra guerra sarà implacabile e li colpirà sul loro stesso terreno”. In serata il sovrano ha anche presieduto un vertice di sicurezza ad Amman dedicato ad una intensificazione delle operazioni militari contro i fondamentalisti che potrebbe prevedere addirittura l’utilizzo di truppe di terra giordane.
Si vedrà nei prossimi giorni se la fragile Giordania – vaso di coccio filoccidentale tra il vero e proprio stato controllato da Al Baghdadi, il fronte delle petromonarchie sunnite e l’asse sciita – vorrà veramente e saprà entrare in campo con forza contro le bande jihadiste, il che potrebbe scatenare una risposta altrettanto dura da parte delle correnti fondamentaliste che nel paese hanno un tradizionale e crescente radicamento.
Certo non aiuta quello che, a parte la propaganda dei vari paesi, sembra un crescente spappolamento della Coalizione Internazionale lanciata la scorsa estate da un ondivago Obama e che ha imbarcato ben 5 paesi dell’asse sunnita, oltre a vari paesi europei.
Di fatto gli Emirati Arabi Uniti si sono sfilati già a dicembre, sospendendo la propria partecipazione ai bombardamenti che da alcuni mesi prendono di mira senza una particolare contundenza le postazioni e le colonne dei jihadisti. E’ evidente a tutti che Washington e i suoi alleati non hanno alcuna intenzione di distruggere la creatura di al Baghdadi, ma solo di indebolirla, mantenendola però in vita in vista di un nuovo possibile utilizzo strumentale contro i curdi, rafforzati dopo la vittoria a Kobane, o l’esercito iracheno o quello siriano che da mesi sono all’offensiva.
Il problema delle petromorchie arabe rispetto alla strategia messa in atto da Obama è doppio. Da una parte Arabia Saudita e alleati non vogliono calcare troppo la mano contro uno Stato Islamico che hanno contribuito fortemente a rafforzare, appoggiare, finanziare e armare, allo scopo di utilizzarlo contro l’asse sciita. D’altronde al Baghdadi ha già mandato chiari e inequivocabili segnali ai suoi padrini dopo che Riad e soci si erano imbarcati nella partecipazione militare alla coalizione obamiana, affermando che anche i regimi delle petromonarchie sono “nemici” dello Stato Islamico. E un attentato kamikaze alla frontiera saudita, poche settimane fa, ha dimostrato che le minacce contro la casa reale wahabita non erano solo virtuali.
Ma le petromonarchie hanno anche un altro problema: non condividono le aperture di Washington all’Iran, capofila dell’asse sciita, con la quale il governo statunitense è stato costretto negli ultimi mesi a cercare un allenatamento della storica inimicizia. E anche alcune dichiarazioni tolleranti da parte dell’amministrazione Obama nei confronti della presenza di Assad ad un eventuale trattativa sul futuro della Siria non può che irritare i gruppi dirigenti del ‘Polo Islamico’ – oltre che della Turchia – che mirano a un rovesciamento tout court del regime di Damasco allo scopo di insediare un regime sunnita e subalterno ai propri interessi.
Non mancano neanche le tensioni e la competizione tra i vari soggetti del ‘Polo Islamico’ e del Consiglio di Cooperazione del Golfo, con alcuni paesi minori – ad esempio gli Emirati – che mal sopportano la crescente supremazia saudita, poco rispettosa delle aspirazioni dei suoi partner.
Ad allontanare Abu Dhabi da Washington è stato anche il comportamento dei comandi statunitensi dopo la cattura da parte dell’Isis del pilota giordano. Gli Emirati hanno apertamente accusato gli Usa di non fare abbastanza per cercare e salvare il militare di Amman. A lamentarsi con l’ambasciatore statunitense ad Abu Dhabi, Barbara Leaf, sarebbe stato lo stesso ministro degli esteri emiratino. E – come riporta il Nyt – alle lamentele sarebbe seguita una precisa richiesta al Pentagono: far partire le operazioni di ‘search and rescue’ dall’Iraq del nord, invece che dal Kuwait come avviene oggi. Il sospetto di Abu Dhabi é che gli statunitensi avrebbero potuto fare molto di più per salvare il pilota giordano. 

 

Da parte sua il Califfato soffia sul fuoco delle contraddizioni interne ai vari paesi arabi cosiddetti ‘moderati’, le cui popolazioni si identificano sempre più con la forza, la potenza e la esplicita brutalità dei messaggi e dei metodi dei jihadisti (che dopo aver bruciato vivo il pilota giordano nei territori controllati tra Siria e Iraq hanno organizzato decine di proiezioni pubbliche della barbara esecuzione). La dirigenza dello Stato Islamico non cessa di ribadire la debolezza e la disomogeneità della cosiddetta ‘Coalizione’ che gli si oppone, rafforzando al tempo stesso la propria immagine di blocco poderoso in grado di dare risposte alle popolazioni sunnite del Medio Oriente non solo dal punto di vista della purezza religiosa, ma anche ideologico, culturale, economico. Nel messaggio di Al Baghdadi al caos portato dall’occidente nel mondo arabo e gestito dai burattini delle varie dirigenze locali si oppone la stabilità portata dalle milizie fondamentaliste, dietro le quali, una volta conquistato un territorio, arrivano gli amministratori, i giudici, i governatori del Califfato.
Come ricorda efficacemente Alberto Negri su Il Sole 24 Ore lo Stato Islamico “Controlla tra Siria e Iraq un territorio vasto quasi come l’Italia, con una popolazione di 11 milioni di persone, il doppio del Libano o della Giordania, e in Libano ha conquistato il 5% del territorio: sta affrontando evidenti difficoltà militari ma non ha smesso certamente di fare opera di propaganda e reclutamento”.
Di fatto, ora come nei mesi scorsi, a fronteggiare e a bloccare il dilagare dell’Is, che piaccia o meno alle potenze occidentali e ai “think tank” della sinistra benpensante, sono i curdi e le forze dell’asse sciita, governo Assad compreso. Se non fosse per l’esercito siriano, per Hezbollah, per le milizie iraniane mandate a combattere in Iraq, e per l’esercito popolare curdo organizzato dal Pkk e dalle forze sorelle del Rojava, le bande jihadiste avrebbero già dilagato ben oltre un territorio attualmente governato da Al Baghdadi che equivale alla superficie dell’Italia.
Se qualcuno, per bloccare un fenomeno che non si annuncia certo come passeggero, pensa di affidarsi al degradante ma aggressivo imperialismo statunitense, alle aspirazioni egemoniche europee o ai regimi autocratici e fondamentalisti della Penisola Arabica, sbaglia veramente di grosso.    

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