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Blitz turco in Siria. Ankara addestra 5000 ribelli, contro l’Is e contro Assad

Dopo la sconfitta di Kobane – dei miliziani dello Stato Islamico, certo, ma anche della propria strategia di destabilizzazione – Ankara è tornata a mostrare i muscoli nel quadrante siriano. Con la scusa di riprendersi i circa 40 soldati di Ankara a guardia del Mausoleo di Suleyman Shah, nonno del fondatore dell’impero ottomano, Ankara ha dato vita a una maxioperazione militare che non può non suonare come una provocazione nei confronti del governo di Damasco e anche come un avvertimento, per quanto non esplicito, alla resistenza curda nel Rojava. 

Per recuperare i 38 soldati, “accerchiati” ormai da 8 mesi dai miliziani dello Stato Islamico, Erdogan ha spedito un centinaio tra blindati e carri armati e ben 600 soldati, appoggiati da droni, elicotteri e caccia, a 35 km dalla propria frontiera in territorio siriano, in quella che sulla base di un trattato risalente al 1921 è considerata una sorta di enclave turca. L’esercito turco ha portato via le spoglie del nonno del sultano Osman I ed ha fatto saltare (!) il mausoleo. Non è stato sparato un colpo, ha ammesso il premier Ahmet Davutoglu, mentre il presidente/sultano Erdogan ha gioito per il “pieno successo” dell’operazione. Segno che i miliziani jihadisti, presenti in forze nella regione di Aleppo che da tempo controllano, non rappresentavano propriamente un pericolo per i militari turchi. Secondo alcuni media turchi, come i quotidiani Zaman e Taraf, la missione poteva contare sostanzialmente sul via libera di Al Baghdadi.
Peccato che dopo qualche ora sia stata diffusa la notizia che nel corso dell’incursione nel villaggio di Karakozac sarebbe morto “accidentalmente” (!) un soldato turco.
L’esercito di Ankara, non contento di aver violato l’integrità territoriale del paese confinante, ha deciso di occupare con i carri armati una porzione di territorio siriano nel villaggio di Esisme, a circa 200 metri dalla frontiera, dove dovrebbe essere piazzato il nuovo mausoleo.
La provocazione non è piaciuta affatto al governo di Damasco, che denuncia quella che definisce «flagrante aggressione» turca, ma neanche alle opposizioni parlamentari turche. In una formulazione quanto mai ambigua e dai toni fortemente nazionalisti, il capo del Partito Repubblicano del Popolo (CHP, centrosinistra) Kemal Kilicdaroglu ha denunciato che il governo islamista si sarebbe “inchinato davanti ai terroristi”. «Per la prima volta in 90 anni di repubblica cedete nostre terre senza combattere: è inaccettabile», ha tuonato il capo dell’opposizione denunciando la «fuga» e la «umiliazione» nazionale. Affatto diverse le accuse al governo da parte dell’opposizione di destra, quella degli ultranazionalisti dell’Mhp che hanno denunciato il «totale tradimento» e «l’abbandono della nostra terra all’Isis».
Da alcune informazioni diffuse questa volta da alcune agenzia di stampa curde un portavoce delle milizie curdo-siriane – le Ypg – aveva riferito che Ankara aveva chiesto la loro assistenza per proteggere dall’Is i soldati di guardia al mausoleo poi smantellato; e che addirittura per tornare in patria i carri armati turchi sarebbero transitati a poche centinaia di metri da Kobane, liberata da circa un mese dalla resistenza curda.
Appare evidente, nonostante le critiche dei partiti nazionalisti all’opposizione del regime liberal-islamista, che il muscolare blitz ordinato da Davutoglu-Erdogan non solo mira a dimostrare la supremazia militare turca nell’area, ma anche a solleticare gli istinti nazionalisti in chiave ottomana dell’opinione pubblica turca. 
D’altronde Ankara non ha affatto rinunciato ad un intervento in territorio siriano sfumato negli ultimi mesi grazie alla presenza della resistenza curda ma anche del diniego statunitense all’invasione della fascia settentrionale del paese che Ankara caldeggiava. Nonostante il contenzioso in atto con Washington, i governi di Turchia e Stati Uniti hanno firmato alcuni giorni fa un accordo che prevede l’addestramento e l’equipaggiamento di migliaia di ribelli ‘siriani’ in territorio turco. Dopo mesi di difficili negoziati tra i due governi, segno dell’insofferenza turca nei confronti della strategia della Casa Bianca, l’intesa firmata dal sottosegretario agli Esteri di Ankara Feridun Sinirlioglu e dall’ambasciatore Usa ad Ankara John Bass, prevede ufficialmente che i ribelli opportunamente armati e addestrati vengano rispediti in patria – anche se molti di loro neanche sono siriani – non solo per contrastare lo Stato Islamico, ma anche per combattere le forze fedeli al regime di Damasco. Oltre che naturalmente i curdi del PKK e del PYD, anche se ovviamente Washington sorvola su questi due obiettivi prioritari per Ankara. Il testo sottoscritto prevede che i nuovi combattenti siano addestrati all’interno di una base militare costruita ex novo nella località turca di Kirsehir, nell’Anatolia centrale.
Accordi simili sono stati varati da Washington anche con la Giordania, l’Arabia Saudita e il Qatar. Il governo Usa punta ad avviare così il programma di addestramento di 5000 ribelli in totale entro fine marzo, per avere i miliziani operativi già entro la fine del 2015 e rinfoltire un Esercito Siriano Libero ormai da tempo moribondo e pressoché scomparso dalla scena. Molti dei ribelli però, al di là delle ‘buone intenzioni’ di Obama e soci, potrebbero fare la stessa fine di molti dei loro predecessori che, inquadrati nell’Esercito Siriano Libero e in altre formazioni islamiste precedentemente fedeli al cosiddetto governo siriano in esilio sono passati armi, bagagli e soldi nelle file dello Stato Islamico e in misure minore del Fronte Al Nusra (sezione di Al Qaeda in Siria) andando ad ingrossare quelle milizie che gli Stati Uniti e la stessa Turchia affermano di voler combattere.
Da parte loro le milizie curdo-siriane sono avanzate nei giorni scorsi nella provincia di Raqqa, la capitale de facto dello Stato islamico in Siria, liberando numerosi villaggi curdi precedentemente occupati dalle milizie islamiste e spingendosi anche oltre l’area abitate da popolazioni curde. L’agenzia Reuters ha invece informato che ieri i combattenti delle YPG hanno lanciato due offensive simultanee contro lo Stato islamico nella provincia di Hasaka, a nord-est della Siria al confine con l’Iraq, con la copertura aerea dei caccia della cosiddetta ‘coalizione’.

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