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Ucraina. Il falco Jatsenjuk rischia la testa

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E’ improbabile che il premier Arsenij Jatsenjuk finisca la propria carriera di ardente costruttore di valli confinari con la Russia, riferendo all’Ucraina le parole pronunciate da Emeljan Pugacëv quando salì sul patibolo “è piaciuto a dio di castigare la Russia con la mia bassezza”; ma le premesse ci sarebbero tutte. Una cosiddetta “rivoluzione”, sponsorizzata a ovest dell’Elba e attuata nel sangue di Majdan per l’adesione all’Unione europea e contro la corruzione governativa, che naufraga, prima ancora che sui campi di battaglia di una guerra da essa stessa scatenata contro il proprio popolo, proprio nelle acque fangose dei propri proponimenti.
A poco più di un anno dalla majdan proeuropea, di cui Jatsenjuk è tra i figli cadetti, pur se di preferenza sostenuto dagli zii d’America, l’Istituto di sociologia internazionale di Kiev accerta che meno della metà (47,2%) della popolazione ucraina si dice a favore dell’unione del paese alla Ue. Più specificamente, nei dati riportati dalla russa RT con riferimento alla tedesca Telepolis, il 27,3% degli ucraini è contrario sia all’associazione con la Ue, sia a quella con l’Unione doganale euroasiatica costruita da Mosca con alcuni dei paesi dell’ex Unione Sovietica. Il 12,3% dei sondati è invece favorevole all’unione con la Russia e il 13,1% si dice indeciso. Telepolis sottolinea che i dati variano in maniera significativa a seconda delle regioni: in quelle occidentali, per esempio, (da cui proveniva, tra l’altro, la maggior parte dei bastonatori di majdan) a favore dell’unione con l’Ue si dichiara ben il 75% degli intervistati, a fronte del 57% delle regioni centrali, solo il 33% di quelle meridionali e il 20% di quelle orientali.
Ma quelle “rivoluzioni” colorate dell’area postsovietica, come usavano dire i liberali settecenteschi, divorano i propri figli. E Jatsenjuk – post tot discrimina rerum – dopo tanti capricci del destino, rischia davvero di essere divorato dalla sua stessa creatura: dopo la sua scalata politica ed economica iniziata nelle regioni meridionali del paese, gli allori ai vertici governativi e parlamentari con l’ex Presidente Viktor Jushenko e la premier Julja Tymoshenko, su su fino alle coccole di Condoleezza Rice e alle pacche sulle spalle di Viktoria Nuland, il premier della guerra nel Donbass rischia la poltrona per corruzione e abuso di potere. Ovviamente, molto dipenderà, come succede da un po’ di tempo in Ucraina, da come verrà interpretata la faccenda al Dipartimento di stato di Washington. In ogni caso, deputati della Rada del “Blocco Poroshenko” e del gruppo misto “Svoboda” hanno iniziato una raccolta di firme tra i parlamentari per chiedere a Procura generale e Servizio di sicurezza nazionale di rispondere alla domanda se verranno adottate misure in seguito alla perquisizione effettuata nell’ufficio del vice Ministro degli interni Serghej Cebotar e per chiedere le dimissioni di Arsenij Jatsenjuk. I deputati chiedono che vengano fornite “precise spiegazioni su quali e di quale contenuto siano state le azioni che hanno avuto luogo nell’ufficio di Cebotar; se effettivamente siano stati rinvenuti materiali che confermano la corruzione di rilevante portata del ministro e dei suoi vice”. I deputati intendono insistere sulla istituzione di una commissione parlamentare che indaghi sugli abusi del Governo e, per l’efficacia dei suoi lavori, Jatsenijuk dovrebbe essere allontanato dal suo incarico, forse già a partire dalla prossima settimana. Il fatto è strettamente legato alle dichiarazioni del capo dell’Ispezione finanziaria di stato, Nikolaj Gordienko, esonerato dalle sue mansioni ad opera di Jatsenjuk proprio perché, secondo il premier, aveva manifestato eccessivo zelo nelle indagini sulla corruzione nel Ministero. Essendo i deputati, per lo più, appartenenti al gruppo “Blocco Poroshenko” e dovendosi indagare su episodi di corruzione governativa anche nell’ambito del controllo sull’attività di Ukrnafta e Ukrtransnafta (per cui pochi giorni fa si era verificato lo scontro tra il Presidente Poroshenko e il magnate ex governatore della regione di Dnepropetrovsk Igor Kolomojskij) non è difficile intravedere anche nell’attuale crisi un altro episodio della lotta tra clan oligarchici e le posizioni da questi espresse a livello di sovrastruttura politica.
In ogni caso, nell’aprile 2015, sembra che diventi sempre più chiaro, anche per tutta quella parte di popolazione ucraina che, in buona fede, aveva manifestato a suo tempo contro la corruzione del regime di Viktor Janukovic, quali fossero le autentiche aspirazioni dei golpisti del febbraio 2014.

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