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Le potenze alle prese col rompicapo siriano. L’Onu: “opposizioni hanno usato armi chimiche”

A Vienna le grandi potenze e quelle regionali coinvolte più o meno direttamente nella guerra che da quasi cinque anni insanguina la Siria sembrano far progressi in una trattativa complessa e irta di ostacoli sul futuro del paese. Almeno sulla carta. 
Secondo le indiscrezioni fatte filtrare da alcuni partecipanti e riportate da vari media internazionali, dall’ultima riunione di Vienna si sarebbe usciti con una bozza di piano di pace proposta dalla Russia. Una piattaforma in sette (o nove, secondo alcune fonti) punti, che dovrebbero essere alla base di una discussione più stringente nel corso del prossimo summit internazionale convocato stavolta a Ginevra il 13 novembre. 
Il piano sarebbe dovuto rimanere segreto, spiega il quotidiano saudita Ash Sharq al Awsat, edito in Arabia Saudita, ma i media russi ne hanno dato notizia. La bozza prevede che le parti attualmente coinvolte nei bombardamenti aerei in Siria definiscano obiettivi comuni e decidano che chi rifiuta la “soluzione politica” venga inserito tra gli obiettivi da colpire. Il piano di Mosca prevede il congelamento dell’attuale linea del fronte tra lealisti e ribelli e l’avvio di una conferenza di dialogo tra governo e oppositori, sia in esilio sia in patria. 
I punti proposti da Mosca si basano sul principio che dalla trattativa non deve uscire “nessun vincitore e nessuno sconfitto”, su un cessate il fuoco, sul blocco del rifornimento di armi alle opposizioni da parte dei paesi che le sostengono, sull’avvio di negoziati diretti tra Damasco ed Esercito Siriano Libero e altre “opposizioni moderate” che conducano alla liberazione dei prigionieri e all’indizione concordata di nuove elezioni parlamentari e presidenziali. Il piano, stando alla versione resa nota da fonti russe, prevede inoltre l’assorbimento di alcuni gruppi armati anti Assad e delle milizie volontarie lealiste all’interno dell’esercito regolare siriano e la permanenza della presenza militare russa nel paese – in particolare la base di Tartous, l’unica che Mosca possiede sulle sponde del Mediterraneo –  in ottemperanza alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
In cambio di alcune concessioni da parte delle opposizioni – cioè delle potenze che le armano e sponsorizzano – Mosca rinuncerebbe a difendere la permanenza al potere di Assad. La Russia, pur di accelerare la chiusura del negoziato, sarebbe disponibile a non insistere sulla candidatura alle elezioni presidenziali di Bashar Assad, che potrebbe però farsi rappresentare da un candidato di sua fiducia. La Russia si impegna anche ad assicurare un’amnistia generale per gli oppositori in esilio e per quelli che hanno preso le armi, ma in cambio le opposizioni si devono impegnare a non perseguire Assad e la sua famiglia né in patria né all’estero.
Vedremo nei prossimi giorni quanto le proposte russe saranno digeribili per i vari contendenti, molti dei quali puntano ancora all’eliminazione di Assad e all’imposizione manu militari di un regime favorevole agli interessi delle potenze sunnite che da anni fomentano la destabilizzazione del paese. 
Ora, dopo aver fatto bombardare per settimane dai propri caccia le postazioni delle forze dell’opposizione “moderata” – composta spesso da formazioni islamiste quando non salafite, ma sostenute da Washington, oltre che da Ankara e dalle petromonarchie – il governo russo ha iniziato a intessere relazioni anche con l’Esl e altri gruppi. Per la prossima settimana esponenti sia del governo siriano sia dell’opposizione (tra questi il presidente della Coalizione Nazionale Siriana Khaled Khoja e il suo predecessore, Moaz al-Khatib) sarebbero invitati nella capitale russa per l’inizio dei colloqui a tre.
Una spregiudicatezza, quella di Mosca, che ha di nuovo spiazzato il governo statunitense, che continua ad essere in affanno e a rincorrere il protagonismo russo. Colta di sorpresa dall’intervento militare russo a fine settembre in Siria e riconosciuto il fallimento dell’addestramento di combattenti siriani antigovernativi (costati finora l’esorbitante cifra di 2 milioni di dollari ciascuno!), Washington punta a rafforzare il numero di raid contro lo Stato Islamico, e ad integrare sul terreno le unità di combattenti ‘moderati’ sunniti con le milizie curde dell’Ypg, che allo scopo hanno costituito il fronte delle Forze Democratiche Siriane, nel frattempo prese di mira dai bombardamenti dell’aviazione e dell’artiglieria turche.
Il Pentagono accusa Mosca di aver inviato in Siria ben 4000 soldati, molti di più di quelli dichiarati, ma al tempo stesso gli Stati Uniti hanno accettato di realizzare esercitazioni congiunte nei cieli siriani, dove i caccia delle due coalizioni continuano a compiere missioni di ricognizione e di bombardamento in gran parte indipendenti le une dalle altre. Ieri i caccia di Mosca hanno martellato di nuovo alcune postazioni jihadiste, grazie alle informazioni fornite da elementi dell’opposizione ‘moderata’ presenti sul terreno. 
In due giorni i piloti russi avrebbero colpito ben 263 obiettivi, ha informato il governo russo, sottolineando che hanno centrato un deposito di munizioni nei pressi di Maaret al Numan, nella provincia di Idlib, che appartiene al Fronte al Nusra, rifornita da un carico di razzi anti-carro alcuni giorni prima. Altri raid sono stati effettuati nella zona di Palmira contro una base dell’Isis, intorno all’aeroporto Neirab di Aleppo, nei pressi di Raqqa, nelle montagne della provincia di Damasco, e su un campo di addestramento nelle vicinanze di al Musahan, nella provincia orientale di Deir Ezzor. 
Nonostante l’alto numero di missioni aeree compiute dai caccia e dagli elicotteri da combattimento di Mosca, però, la controffensiva sferrata settimane fa dall’esercito governativo, dagli Hezbollah, dalle milizie volontarie non sortiscono gli effetti sperati. 

Proprio ieri gruppi islamisti tra i quali Ajnad al-Sham, avrebbero ripreso il controllo del villaggio di Atshan, riconquistando alcune delle località liberate dalle forze lealiste solo un mese fa nella provincia di Hama. I gruppi jihadisti – lo Stato Islamico, ma anche Al Qaeda e altri – sono numerosi, bene armati e molto determinati. E spesso possono godere di un attivo sostegno da parte delle popolazioni delle zone a maggioranza sunnita, che sopportano le angherie dei fondamentalisti in nome di un odio viscerale nei confronti del regime o anche solo delle forze dell’asse sciita o dei cristiani che lottano al fianco di Damasco. Sembra più che evidente che dai combattimenti non uscirà un netto vincitore, e che gli scontri di questi giorni, aspri e sanguinosi, potrebbero servire alle varie fazioni a strappare qualche chilometro in più all’avversario in vista del congelamento previsto dal piano di pace. Sempre che le proposte di Mosca facciano breccia tra le varie potenze in causa. Il cui numero è aumentato, visto che oltre alle quattro iniziali – oltre a Mosca, Stati Uniti, Turchia e Arabia Saudita – ai colloqui di Vienna si sono aggiunti Iran, Egitto, Iraq, Libano e l’Unione Europea.
Più aumenta la platea delle potenze interessate, più è difficile immaginare il ritorno della Siria alla sua natura di stato unitario, multietnico, multi-confessionale e tendenzialmente laico qual era prima dell’inizio della guerra civile. Al di là delle soluzioni formali che potrebbero uscire dal negoziato, il futuro della Siria potrebbe essere basato su una divisione in cantoni delimitati su base etnico-religiosa, uniti tra loro da un qualche meccanismo federale. Una soluzione instabile, che cristallizzerebbe le zone controllate dalle diverse forze militari e che conterrebbe un’altissima dose di instabilità e conflittualità, pronta a deflagrare di nuovo. E questo nonostante la dichiarazione congiunta emessa dai partecipanti al summit di Vienna reciti che “Sono fondamentali l’unità della Siria, la sua indipendenza, la sua integrità territoriale e il suo carattere secolare; le istituzioni dello Stato resteranno intatte;  i diritti di tutti i siriani devono essere protetti senza distinzioni religiose o di appartenenza etnica”.
Intanto non sembra far più di tanto scalpore la notizia che una delle tante fazioni islamiste in campo contro il governo di Damasco – l’Isis, al Nusra, l’Esercito della Conquista o l’Esercito Siriano Libero, non è ancora chiaro – ha usato armi chimiche proibite contro i propri avversari. Eppure che le Nazioni Unite accusino, riprendendo le conclusioni di un’indagine realizzata dall’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche, le opposizioni ‘siriane’ di aver usato l’iprite nel corso di un attacco la scorsa estate dovrebbe essere una notizia da prima pagina. Nel corso dei combattimenti in corso l’estate scorsa nella località di Marea, a nord di Aleppo, tra i jihadisti dell’Isis e altre formazioni islamiste, venne usato il cosiddetto ‘gas mostarda’. Alcuni civili curati da Medici Senza Frontiere ad Aleppo hanno raccontato di aver visto uscire dai proiettili sparati il caratteristico gas di colore giallo. Il segretario dell’Onu, Ban Ki Moon, ci ha messo quasi un mese a leggere il rapporto consegnatogli a ottobre dall’OPAC, ed a realizzare alcune dichiarazioni in merito. C’è da giurare che nel caso in cui sotto accusa ci fossero le truppe governative la risposta sarebbe stata più dura e più celere.

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