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Escalation tra Arabia Saudita e Iran, rischio di scontro militare?

Si allarga e si aggrava la rottura tra Arabia Saudita e Iran, capofila rispettivamente del fronte sunnita e di quello sciita in una controversia che ha a che fare con il ruolo geopolitico delle due potenze regionali e con l’assetto complessivo degli equilibri in Medio Oriente ma che inevitabilmente assume forme di tipo religioso visto il contenzioso storico che oppone le due correnti dell’Islam.
Dopo il Bahrein e il Sudan anche gli Emirati Arabi Uniti ed il Kuwait hanno deciso di richiamare il proprio ambasciatore a Teheran anche se negli ultimi due casi per ora non sembra che si vada alla automatica rottura delle relazioni diplomatiche decisa invece dal regime wahabita dopo l’assalto alla sua ambasciata in Iran seguito alla messa a morte dell’iman sciita al Nimr.
Inoltre l’Arabia Saudita ha deciso ieri di rinfocolare la tensione sospendendo tutti i voli da e per l’Iran, provvedimento annunciato dal ministro degli Esteri di Riad, Adel al-Jubeir, secondo il quale l’imam giustiziato insieme ad altri cinque esponenti sciiti era “un terrorista coinvolto in numerosi attacchi”. Questo mentre dall’Egitto il Consiglio degli anziani di al Azhar, una delle principali istituzioni dell’Islam sunnita, si è schierata a fianco di Riad invitando gli sciiti a non interferire negli affari interni dell’Arabia Saudita.
Lo scontro frontale tra fronte sciita e fronte sunnita – scatenato da quest’ultimo in conseguenza delle aperture di Washington a Teheran e dell’intervento militare russo – rischia di far saltare completamente il tavolo negoziale faticosamente imposto sul futuro della Siria, al quale l’amministrazione statunitense sembra tenere molto. Se un certo livello di caos favorisce indubbiamente le mire statunitensi nella regione, l’evoluzione della guerra fredda che da sempre oppone sciiti e sunniti in uno scontro militare aperto minaccia di escludere del tutto Washington dall’area, o di obbligarla a prendere parte ad una contesa – a fianco dei sempre più pretenziosi Saud – dalla quale la superpotenza atlantica non ha molto da guadagnare.
Non è un caso che ieri sera gli Stati Uniti abbiano espresso forte preoccupazione per le tensioni in Medio Oriente chiedendo ai due contendenti di “fermare l’escalation” e di “mostrare moderazione evitando di infiammare ulteriormente la situazione nella regione”. Il Dipartimento di Stato Usa ha segnalato la convinzione che «l’impegno diplomatico e la conversazione diretta rimangono essenziali per lavorare insieme oltre le differenze». Presa di posizione seguita da quella della Turchia – paese che pure ha dato inizio alla danze provocando lo scontro frontale con Mosca – che nelle ultime ore si è proposta come improbabile mediatrice tra Riad e Teheran. Ruolo che anche la Russia di Putin si è proposta di esercitare: «Se i nostri partner, sauditi e iraniani, dimostreranno di essere pronti a incontrarsi, siamo disponibili a fare da intermediari» ha affermato una fonte del governo di Mosca. Ma in un contesto mediorientale segnato da una sempre più feroce competizione di soggetti neutrali non se ne vedono, e i rischi che l’escalation diplomatica ed economica sfoci in una tragica nuova escalation militare su grande scala si fanno sempre più concreti. Anche perché le due potenze regionali sono già impegnate, e da tempo, in un confronto militare seppur indiretto in Iraq, in Libano, in Yemen e soprattutto in Siria, dove a scontrarsi sono spesso milizie e organizzazioni il cui legame con Teheran o con Riad non è certo un segreto. Dalla guerra per procura allo scontro diretto il passo potrebbe essere breve. L’Arabia Saudita, reduce dalla formazione a Riad di una “coalizione contro il terrorismo” che raggruppa teoricamente ben 34 paesi, aspira a proiettare la propria egemonia ben oltre i confini della penisola arabica, e per questo la spesa militare corre e gli interventi militari all’estero di moltiplicano. Ma negli ultimi mesi i successi diplomatici e militari del fronte sciita, dovuti in gran parte all’intervento militare russo in Siria e Iraq, hanno interrotto l’escalation di potenza dei Saud che ora potrebbero essere tentati di puntare tutto su un conflitto militare con gli storici avversari di Teheran allo scopo anche di mettere all’angolo gli Stati Uniti, alleati sempre più timidi e sospettosi del regime wahabita. Regime wahabita che in Yemen non riesce ad avere la meglio sui ribelli Houthi nonostante mesi di bombardamenti e un’invasione realizzata dalle petromonarchie del Golfo allo scopo di rimettere in sella il regime fantoccio prono agli interessi di Riad.
Ma è proprio l’andamento non proprio esaltante delle operazioni militari a guida saudita in Yemen e le inevitabili conseguenze sugli introiti petroliferi che potrebbero convincere Riad per lo meno a ritardare, se non a escludere del tutto lo scontro militare diretto con il fronte sciita. Da parte sua Teheran non sembra essere nelle condizioni di sostenere uno scontro diretto, impegnata com’è nel tentativo di impedire che in Siria ed Iraq si affermino le organizzazioni del fondamentalismo sunnita spalleggiate dai sauditi e dal fronte sunnita. A questo proposito spiega Gianandrea Gaiani su Il Sole 24 Ore: “Un confronto militare saudita-iraniano nel Golfo Persico potrebbe avere pesanti ripercussioni sul mercato petrolifero. Se le acque e i cieli del Golfo si trasformassero in un campo di battaglia la chiusura dello stretto di Hormuz sarebbe inevitabile bloccando l’intenso traffico di petroliere e paralizzando i rifornimenti energetici di mezzo mondo oltre a gran parte dell’export di molti Stati della regione. Sul piano strettamente militare sauditi e iraniani non sono nelle condizioni migliori per una guerra totale. Riad ha truppe e mezzi schierati nello Yemen dove le sue forze aeree hanno esaurito bombe e missili al punto di doverne acquistare d’urgenza in Occidente. (…) Quanto all’Iran, il sostegno a Damasco comporta costi sempre più impegnativi mentre il lungo embargo internazionale ha ritardato i programmi di ammodernamento dello strumento militare soprattutto nel settore degli aerei avanzati, dei mezzi terrestri e navali e dell’elettronica: un gap che Teheran ha già cominciato a colmare rivolgendosi all’industria russa. Entrambe le potenze regionali avrebbero quindi molte buone ragioni per evitare o quanto meno ritardare uno scontro militare di ampie dimensioni ma si tratta di valutazioni che vanno commisurate con un contesto ad alta tensione in cui la spregiudicata forza navale dei pasdaran non ha esitato nei giorni scorsi a lanciare razzi a meno di due chilometri dalla portaerei statunitense Truman”.
Ma secondo lo stesso Gaiani “Provocazioni nei confronti delle navi militari saudite, del Bahrein o degli Emirati arabi uniti (che contendono all’Iran il controllo di alcune isolette all’imbocco di Hormuz) potrebbero generare la scintilla che incendierebbe il Golfo Persico, sulle cui sponde sono schierati centinaia di miliardi di dollari di armamenti. Sauditi e alleati arabi dispongono della migliore tecnologia occidentale nei settori terrestre, aereo e navale, inclusi sistemi di difesa antimissile che potrebbero fermare almeno una parte delle centinaia di missili balistici con cui l’Iran potrebbe bersagliare città, basi militari e infrastrutture petrolifere e degli altrettanto numerosi missili antinave in grado di bloccare la navigazione in acque ristrette come quelle del Golfo”.

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