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Tsunami Brexit sui Laburisti britannici

L’esito del Referendum sull’appartenenza all’Unione Europea ha aperto, come prevedibile, una resa dei conti all’interno del Labour Party.

La situazione si fa tesa per Jeremy Corbyn. Eletto segretario nello scorso autunno, lo storico esponente della sinistra laburista ha vissuto gli ultimi mesi consapevole di entrare in una fase critica della sua leadership.

Giova ricordare che l’ascesa ai vertici del Partito da parte del deputato londinese era avvenuta grazie ad una clamorosa affermazione nelle primarie di Settembre, grazie ad un’inattesa mobilitazione della base unita ad una forte capacità di attrazione nei confronti di giovani privi di esperienze politiche pregresse. L’impegno pluridecennale a sostegno dei sindacati e della lotta per la pace lasciavano ben sperare, insieme alla capacità di pronunciare parole-chiave care al vecchio cuore operaio della Gran Bretagna (“nazionalizzazioni”, “controllo pubblico”, “edilizia popolare”), ormai ritenute tabù dall’establishment laburista. 

Sin dalle prime battute, tuttavia, Corbyn ha dovuto fare i conti con la propria posizione da “outsider”. Gli entusiasmi della base laburista non erano, infatti, ricambiati dall’apparato di un partito compromesso, da lungo tempo, con il neoliberismo e con le elite finanziarie. La corrente di Corbyn (il Socialist Campaign Group), inoltre, risultava essere largamente minoritaria all’interno del gruppo parlamentare laburista, potendo contare su appena una decina di parlamentari (su 229, molti dei quali di stretta osservanza blairista).

Che la navigazione sarebbe stata ardua, lo si sapeva sin da subito; Corbyn ha cercato, dunque, di fare necessità virtù, combinando un forte profilo anti-austerità (nei limiti del possibile, per una formazione della socialdemocrazia classica) in politica interna, facilitato dalla collocazione all’opposizione, con rassicurazioni istantanee a Washington sul ruolo da giocare sullo scacchiere internazionale, per mandare rapidamente in soffitta il tiepido euroscetticismo e trent’anni di frequentazioni pacifiste e vagamente antimperialiste.

A seguito di un autunno di costellato di continui rumors circa un potenziale putsch interno da parte della destra blairista, e dopo aver superato indenne il test delle elezioni amministrative di Maggio (anche grazie ad alcune vittorie simboliche, quali quelle nelle votazioni dirette per i sindaci di Londra e Bristol – entrambi, comunque, attestati su posizioni assai più moderate nella geografia interna del Labour), Corbyn sapeva che gli occhi sarebbero stati puntati su di lui in occasione del referendum sull’Unione Europea.

Una prova ardua: spinto dalla comprovata fedeltà europeista della gran parte dei parlamentari del Labour, Corbyn ha dovuto guidare il partito nella campagna in favore del “Remain”, pure essendo stato, in passato, autore di vari affondi nei confronti della natura antidemocratica ed antipopolare delle istituzioni europee. Di concerto con le principali Trade Unions britanniche ((UNITE, GMB, UNISON; anch’esse impregnate, strenuamente, per la permanenza), Corbyn ha impostato la propria azione insistendo sulla necessità di riformare l’UE dall’interno, mettendo in evidenza come una eventuale uscita avrebbe “messo a rischio molti diritti dei lavoratori, attualmente salvaguardati dalla UE”.

Da tempo, molte delle analisi proposte dagli istituti demoscopici ravvisavano nelle ex roccaforti manifatturiere del Nord dell’Inghilterra il vero ago della bilancia che avrebbe potuto decidere l’esito della consultazione. Un’area geografica dal solido profilo working class, solidamente laburista, che ha sofferto, più di ogni altra, i processi di de-industrializzazione e smantellamento degli apparati produttivi, avvenuti a seguito dell’applicazione delle ricette neoliberiste ed alla globalizzazione dell’economia, e perciò particolarmente ostile all’Unione Europea. Un sentimento anti-UE attribuibile in parte all’immigrazione (ritenuta responsabile di problemi cui la working class è parecchio sensibile, quale la moderazione salariale); in parte, problematiche legate al mercato del lavoro ed alle politiche sociali (la spinta dell’UE alla privatizzazione di servizi pubblici essenziali ed industrie strategiche in primis); in parte, allo storico senso di “indipendenza” del popolo britannico.

Gli appelli di Corbyn a votare per la permanenza nella UE, quindi, non hanno fatto breccia nei cuori dell’elettorato tradizionale laburista. La sua campagna, giudicata troppo appiattita su quella del premier Cameron, ha pagato dazio, non riuscendo a portare al fronte del “Remain” il contributo necessario, soprattutto nelle Midlands, nello Yorkshire e nel Nord-Est (come evidenziato, precedentemente, nella nostra analisi del voto e nella relativa mappa [1] [2]).

Come risultato di questa debacle, Corbyn è stato subito additato, dai media britannici (che mai lo hanno avuto in grossa simpatia) come il secondo sconfitto principale del voto referendario. E le fronde interne sono immediatamente ripartite.

Venerdì, due parlamentari laburiste (Margaret Hodge and Ann Coffey) hanno diffuso una lettera in cui esprimevano la propria “sfiducia” nei confronti della attuale leadership, e l’insoddisfazione per una campagna in favore del “Remain” giudicata “debole ed inefficace” [3]: l’apertura del fuoco, che ha contribuito a rendere il clima incandescente, seguita anche dalle dichiarazioni dell’ex premier Tony Blair, che ha accusato Corbyn di aver “dato un sostegno insufficiente alla causa del Remain”. Nella nottata tra sabato e domenica, a seguito di una conversazione telefonica, Corbyn ha di fatto “esonerato” il ministro “ombra” degli Esteri, Hillary Benn (esponente della destra del partito), che ne aveva pubblicamente chiesto le dimissioni. “In una telefonata, ho spiegato a Jeremy di aver perso fiducia nella sua leadership, e mi ha congedato”, ha spiegato Benn alla BBC. I retroscenisti britannici parlano, in realtà, di un vero e proprio tentativo di coup che Benn avrebbe provato a mettere in pratica, di concerto con altri membri dell’esecutivo ombra.

Una versione che parrebbe confermata dalla raffica di dimissioni pronte a seguire quelle di Benn, con altri dieci membri dell’esecutivo ombra pronti ad abbandonare le proprie posizioni, nominalmente in segno di solidarietà con quest’ultimo: Gloria De Piero (Politiche Giovanili), Heidi Alexander (Salute), Seema Malhotra (Capo di Gabinetto), Lilian Greenwood (Trasporti), Lucy Powell, (Istruzione), Kerry McCarthy (Ambiente), Lord Falconer (Giustizia), Vernon Coaker (Responsabile per l’Irlanda del Nord), Ian Murray (Responsabile per la Scozia), Karl Turner (Procuratore Generale ombra).

Corbyn, dal canto suo, prova a tenere duro. “Non ci saranno dimissioni da parte di un leader democraticamente eletto e con un forte mandato della base; qualora dovessero esserci nuove elezioni interne, mi ricandiderò”, si legge in un comunicato diramato dalla sua segreteria. Al suo fianco, il fedele John McDonnell, che ha ribadito la propria fiducia nello storico compagno di corrente, chiarendo di non essere interessato a concorrere per la leadership laburista in caso di nuove elezioni interne, e di sostenere Corbyn.

In soccorso del quale arrivano anche i sindacati. Len McCluskey, segretario di UNITE (sindacato affiliate al Labour Party), ha dichiarato: “Avviare un nuovo processo di selezione del capo del partito in questa situazione mi pare irresponsabile e non necessario. Ma, qualora un numero sufficiente di parlamentari dovesse volerlo, che si percorra questa strada. Sono sicuro che Corbyn sara’ in grado di assicurarsi un nuovo e forte mandato. Chiaramente, se qualcuno volesse procedure a delle nuove primarie in cui il nome del leader attuale dovesse essere tenuto forzosamente fuori dalla scheda elettorale, questo sarebbe il primo passo per una scissione”.  Anche la deputata Diane Abbott (Segretaria di Stato “ombra”) si è schierata con Corbyn, denunciando le manovre di Benn come “una congiura ordita da mesi, cinica e arrivista”.

Fa rumore, tuttavia, la dichiarazione di Tom Watson, numero due (Deputy Leader) del Labour: “E’ stato molto deludente assistere all’allontanamento di Hilary Benn nelle prime ore della giornata, e vedere molti colleghi di talent abbiano sentito la necessità di lasciare l’esecutivo ombra. Il mio unico obiettivo è tenere unito il partito in tempi turbolenti. Mi pare chiaro che le elezioni siano dietro l’angolo. Il Labour Party deve essere pronto a governare. Incontrerà Corbyn al più presto per discutere come andare avanti”.  Parole che, prive di ogni difesa formale della leadership di Corbyn, non lasciano spazio ad equivoci: Watson potrebbe volere approfittare della situazione, e porsi come segretario “traghettatore” verso le prossime primarie.

Domani (lunedì) il gruppo parlamentare del Labour dovrebbe discutere della citata mozione di sfiducia Hodge-Coffey. John Cryer, presidente del gruppo, dovrà decidere in merito alla possibilita’, per i deputati, di votarla a scrutinio segreto (probabilmente, Martedì).

Le manovre di palazzo in atto possono essere lette come il tentativo, dell’establishment laburista legato alle precedenti segreterie ed alla linea neoliberista, di riappropriarsi del partito; probabilmente, su impulso dei poteri forti del paese. In caso di elezioni, infatti, c’è sicuramente da scongiurare la possibilita’ che Corbyn possa concorrere per la poltrona da Primo Ministro; la crisi dei Conservatori (spaccati tra la linea filo-europeista dei deputati fedeli allo sconfitto premier dimissionario Cameron, e quella dell’ex sindaco di Londra Boris Johnson, capo del fronte pro-Brexit e premier in pectore) potrebbe consegnare un inatteso e clamoroso vantaggio al Labour. Il primo sondaggio post-referendum (effettuato dall’istituto Survation), infatti, registra una novità: la sostanziale parita’ nelle intenzioni di voto tra i due principali partiti [4].

 

Andrea Genovese

 

Risorse online:

[1] L’analisi del voto del Referendum Britannico: http://contropiano.org/news/internazionale-news/2016/06/24/referendum-britannico-un-tentativo-analisi-del-voto-080846

[2] La mappa del voto del Referendum Britannico: http://contropiano.org/news/internazionale-news/2016/06/25/mappa-voto-brexit-disintegrare-080883

[3] Articolo sulla mozione di sfiducia a Corbyn: http://www.theguardian.com/politics/2016/jun/24/jeremy-corbyn-faces-no-confidence-motion-after-brexit-vote

[4] Riepilogo delle giornate di Sabato e Domenica ad opera del quotidiano “The Guardian”: http://www.theguardian.com/politics/live/2016/jun/26/brexit-live-jeremy-corbyn-sacks-hilary-benn-tory-leadership?CMP=fb_gu

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1 Commento


  • Stroszek

    Corbyn si è sottomesso alla linea degli alti papaveri del Labour in occasione del referendum, e questi non contenti tentano pure di farlo fuori alla prima occasione (quando si dice “cornuto e mazziato). Se non altro il programma massimalista dell’establishment del Partito laburista almeno ha un senso, al contrario dei tentennamenti e dei ripensamenti di Corbyn.

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