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Inizia la Israeli Apartheid Week in Italia, incubo del governo israeliano

Dal 27 febbraio circa 10 città italiane parteciperanno alla tredicesima edizione della Israeli Apartheid Week 2017 (per il programma generale clicca qui) o Settimana Contro l’Apartheid Israeliana, un evento organizzato all’interno delle università di tutto il mondo per sensibilizzare e informare sulle conseguenze del regime d’apartheid che Israele attua in Palestina e creare supporto per il movimento BDS (Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni), che dal 2005 ha raccolto l’appello della società civile palestinese a boicottare l’economia e le istituzioni israeliane. Solo in tempi recenti, infatti, l’equiparazione tra regime d’apartheid e regime israeliano ha trovato spazio anche in ambito accademico, si pensi ai lavori di Uri Davis o a quelli di Ilan Pappé, non sempre accolti con favore, peraltro, dall’opinione pubblica.

IAW prevede diversi eventi: seminari, proiezione di documentari, performance culturali e azioni informative BDS, tramite l’utilizzo di poster e volantini informativi.

Quest’anno il tema della settimana è dedicato ai cento anni di colonialismo di insediamento e di lotta popolare per la giustizia. Un tema molto importante, che ci costringe a fare un passo indietro di cento anni, in un periodo in cui l’analisi della situazione attuale in Palestina viene continuamente “smarcata” dalle sue cause storiche e ogni riferimento al passato sembra diventare un ostacolo al raggiungimento di un accordo definitivo.

I cento anni di colonialismo di insediamento, non a caso, sono anche i cento anni dalla dichiarazione Balfour, atto che ha dato inizio e legittimato l’impresa coloniale sionista in Palestina. “Balfour Declaration was the last manifestation of European imperialism”, afferma Salman  Abu Sitta.

Scritta nel 1917 da Lord Balfour, allora ministro degli esteri inglese, e indirizzata a Lord Rothschild in qualità di massimo esponente della comunità sionista, la lettera rappresenta quella scellerata alleanza tra la potenza coloniale inglese e il movimento sionista, secondo cui la Gran Bretagna avrebbe promesso la Palestina (una terra che di fatto non possedeva) agli ebrei senza il consenso degli abitanti, proprietari legittimi.

Ci si può chiedere perché gli abitanti della Palestina non siano stati presi in considerazione e la risposta a questa domanda è facilmente rintracciabile nella celebre massima sionista “a land without a people, for a people without a land”: la Palestina altro non era, per gli inglesi e per i sionisti, se non una terra disabitata. I palestinesi non erano considerati una popolazione alla pari delle popolazioni europee, quanto piuttosto indigeni arretrati e violenti, anche a causa di quel retaggio culturale tipicamente orientalista che ha dominato e talvolta ancora oggi domina le istituzioni culturali e politiche europee.

Fin dalle sue origini il sionismo ha avuto come obiettivo quello di fornire alla comunità ebraica, sparsa per il mondo, un’unica patria. Una volta scelta la Palestina, questo voleva dire ridurre al minimo, se non a zero, la presenza araba/palestinese per poter costruire una terra e una comunità completamente ebraiche.

Ma perché associare il sionismo al colonialismo e, nello specifico, al colonialismo di insediamento?

Può far sicuramente strano, al giorno d’oggi, dover utilizzare la parola colonialismo per indicare una situazione di occupazione ancora in corso; eppure sembra essere un modo efficace per analizzare e spiegare l’intricata questione palestinese, senza dover ricorrere a questioni etniche o religiose, fuorvianti e facilmente strumentalizzabili.

Il colonialismo di insediamento è un fenomeno certamente non nuovo, che però presenta delle particolarità rispetto a forme più ‘tradizionali’ di colonialismo, riscontrabili tra l’altro nella esperienza palestinese.

Due in particolare sono le direttrici da prendere in considerazione: la prima è sicuramente il rapporto che il settler, l’occupante, instaura con la terra occupata. Quando si parla di colonialismo la struttura di potere che immediatamente viene alla mente è quella di una relazione di dominio in cui una potenza esterna si propone di governare una maggioranza di nativi (creando quindi dei rapporti sbilanciati di dominio che talvolta si protraggono anche in un momento post-coloniale) secondo i dettami di una madre patria lontana. I settler, al contrario, non vogliono nessun tipo di subordinazione con la madre patria, in quanto percepiscono se stessi come i fondatori di un nuovo e unico sistema politico. La seconda è invece la relazione che si crea con la popolazione indigena che tende ad essere non più di subordinazione, quanto di “sostituzione” e “eliminazione”. Il settler “arriva per restare”, come afferma Lorenzo Veracini, e non ha nessuna intenzione di condividere i suoi spazi con la popolazione locale la quale, il più delle volte, va incontro non solo alla eliminazione fisica, ma anche a quella culturale. Per gli indigeni non c’è spazio nelle istituzioni, non c’è spazio nel racconto storico, non c’è spazio nella memoria..

 

In un contesto coloniale di insediamento, inoltre, è difficile, se non impossibile, immaginare un qualcosa di simile a un post-colonialismo. Infatti il settler non vuole lasciare la terra in cui si stabilisce poiché ritiene di avere un legame ancestrale con quella terra, il suo non è un semplice arrivo ma un “ritorno” a una terra promessa, sempre agognata e finalmente raggiunta.

Ed è a questo punto che entrano in gioco anche i cento anni di lotta popolare e il significato della parola “resistenza” viene ad assumere tutto un altro valore. Se al giorno d’oggi, infatti, la resistenza palestinese viene sempre più sminuita a semplici e meschini atti di terrorismo, decontestualizzati rispetto a un più ampio background circostante; all’interno del contesto coloniale di insediamento, la sola esistenza è un atto di resistenza. La resistenza diventa vita quotidiana, diventa quell’azione legittima, uguale e contraria, al tentativo di trasferimento ed eliminazione che il settler mette in atto contro i nativi.

Parlare di colonialismo di insediamento in riferimento all’impresa sionista in Palestina e farlo durante un evento globale come appunto IAW ha quindi diversi significati. Intanto ci costringe a ricollocare la questione palestinese all’interno della sua dimensione storica e a recuperare il senso e il valore di una Nakba costante (ongoing Nakba, si legge spesso), una catastrofe palestinese iniziata con l’arrivo del sionismo e mai terminata.

In secondo luogo, ci aiuta a dare il giusto peso e la giusta rilevanza alle parole. La resistenza non è più solo quella armata, come il main stream ci suggerisce. Resistenza è l’esistenza di un popolo da cento anni sotto occupazione.

 

 

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