Menu

Tensione in tutti i Territori Palestinesi. 4 morti nella terza “giornata della rabbia”

Aggiornamenti:

9 dicembre. Ore 11: E’ salito il bilancio dei morti palestinesi: secondo fonti locali sarebbero 4. Due uccisi nei violenti scontri con l’esercito israeliano nei pressi della barriera difensiva tra Israele e Gaza e due nel raid dell’aviazione dello stato ebraico dopo i missili lanciati dall’enclave palestinese nel sud di Israele. Secondo fonti mediche di Gaza, citate dall’agenzia Maan, i due morti nelle incursioni aeree israeliane, sono due “combattenti della resistenza palestinese”. L’aviazione israeliana ieri sera ha colpito due postazioni delle Brigate Qassam.

Ore 16.00. Il ministro della Salute della Striscia di Gaza riporta la notizia della prima vittima palestinese dei tre giorni di rabbia in Palestina: Mahmoud al-Masri, 30 anni, è stato ucciso dall’esercito a Khan Younis, confine meridionale tra Gaza e Israele. Sale a 300 il numero dei feriti, secondo la Mezzaluna Rossa. Di questi, 162 sono stati intossicati da gas lacrimogeni, 45 contusi da proiettili rivestiti di gomma, sette colpiti da colpi di arma da fuoco e altri tre feriti in maniera diversa. A Gaza, a quanto risulta, i feriti sono una quindicina.Un secondo palestinese sarebbe stato ucciso, sempre a Gaza, ma non si hanno per ora altri dettagli.

Israele ha avviato una mobilitazione straordinaria di centinaia di poliziotti, dopo che tutte le organizzazioni palestinesi hanno invitato tutti i musulmani a protestare oggi, dopo la preghiera del venerdì, contro il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Oggi è il terzo “Giorno della rabbia” indetto dai palestinesi contro la decisione Usa. La polizia – hanno ricordato i media – ha schierato ingenti forze a Gerusalemme, ma al momento non ha previsto alcuna restrizione all’accesso dei fedeli musulmani alla Spianata, come è accaduto in altre occasioni simili. Anche l’esercito ha rinforzato la sua presenza in tutta la Cisgiordania. “Diverse centinaia di poliziotti supplementari e di agenti di frontiera sono stati dispiegati all’interno e nelle vicinanze della Città Vecchia”, ha dichiarato il portavoce della polizia dello stato ebraico, Micky Rosenfeld.

Dopo la preghiera del venerdì, oggi manifestazioni sono previste ovunque in Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme e nelle città palestinesi dentro Israele, Kufr Qassem, Jaljulia, Baqa el Gharbie, Kufr Karaa, Umm al Fahem, Tarma, Kufr Qanna. E domani si prosegue con manifestazioni a Rahat, al Renee, Arrabe, Majdal Krum e Taibe, mentre domenica gli studenti palestinesi manifesteranno all’università di Tel Aviv.

La giornata di ieri si è conclusa con oltre cento feriti tra Gaza e Cisgiordania, colpiti da proiettili rivestiti di gomma e proiettili veri o intossicati dai gas lacrimogeni. Per tutto il giorno i negozi hanno tenuto le saracinesche abbassate, scuole, università e uffici pubblici hanno osservato la chiusura: lo sciopero generale indetto mercoledì sera – a pochi minuti dalla dichiarazione del presidente statunitense Trump che riconosceva Gerusalemme come capitale d’Israele – ha coinvolto davvero tutti. A Ramallah, Betlemme, Salfit, Tulkarem, Jenin, Qalqiliya, Hebron, Gerusalemme: le piazze si sono riempite. A Gaza le manifestazioni sono iniziate ieri mattina, i manifestanti hanno marciato verso il confine con Israele, zona interdetta unilateralmente dalle autorità israeliane: i soldati hanno aperto il fuoco contro i palestinesi, ferendone almeno nove di cui alcuni in modo grave. Nella serata di ieri due razzi sono stati lanciati dalla Striscia verso il sud di Israele. Qualche ora dopo i tank e un’incursione aerea israeliana hanno bombardato nella parte centrale di Gaza.

Dalla Cisgiordania a Gaza, i palestinesi si sono ribellati al riconoscimento da parte degli Usa di Gerusalemme capitale di Israele. Il leader di Hamas, Ismail Haniyeh, ha chiamato alla terza Intifada contro “l’occupazione e il nemico sionista”. Ha poi fatto appello al presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese – con cui Hamas è in fase di riconciliazione – perché interrompa subito il coordinamento alla sicurezza con lo Stato di Israele e il dialogo con gli Stati Uniti.

Da parte sua, Abu Mazen dopo aver condannato la decisione di Trump e ordinato il ritiro dei rappresentanti dell’Olp negli Stati Uniti, è corso ad Amman per discutere nuove mosse con il re Abdallah di Giordania. Ma anche la base di Al Fatah è ormai stanca di negoziati infiniti senza via d’uscita. Uno dei leader di Al Fatah, Jibril Rajoub, ha annunciato il boicottaggio degli incontri con rappresentanti Usa in visita nella regione: “Non accoglieremo il vice di Trump [il vice presidente Mike Pence, ndr]. Ha chiesto di incontrare Abbas il 19 di questo mese a Betlemme: quell’incontro non si terrà”, ha detto Rajoub.

Dal Libano il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha annunciato “un’immensa manifestazione popolare” per lunedì a Beirut. Manifestazioni in corso anche in Tunisia. A Roma per sabato mattina alle 11.00 è stata convocata una manifestazione in via Bissolati davanti all’Anbasciata degli Stati Uniti.

(fonti: Nena News, Afp, Ansa, Al Jazeera, al Manar)

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *