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“Rompere con i trattati e costruire l’alternativa”. Intervista a B. Monville (Lfi)

Il 18 aprile è uscito nelle librerie “La France tra Macron e Mélenchon. La sfida di France Insoumise” (Pgreco Edizioni, 2019) di Giacomo Marchetti, Andrea Mencarelli e Lorenzo Trapani. Il libro indaga tre differenti “oggetti politici”: l’affermazione e la crisi del Macronismo, la crescita e il posizionamento politico de La France Insoumise, lo sviluppo e le dinamiche del grande movimento di protesta popolare dei Gilets Jaunes.

Le questioni sono numerose, articolate, intrecciate, complesse, risultato di una realtà oggettiva che richiede uno sforzo maggiore di comprensione, andando a coniugare all’attenzione quotidiana un approfondimento concreto, soprattutto in una fase di accelerazione degli eventi e di loro continua evoluzione.

Il libro rappresenta un tentativo in questa direzione, attraverso una cronaca ragionata basata sulla rielaborazione dei contributi pubblicati in chiave giornalistica, interviste inedite e traduzioni dei documenti. Senza alcuna presunzione didattica, si cerca di offrire una fotografia dinamica del contesto politico e sociale francese negli ultimi due anni, andando a cogliere quegli aspetti fondamentali che segnano l’evoluzione e la trasformazione del panorama d’oltralpe.

Qui la prefazione: http://contropiano.org/news/cultura-news/2019/04/08/la-francia-tra-macron-e-melenchon-la-sfida-di-france-insoumise-0114256

Pubblichiamo l’intervista a Bénédicte Monville (deputata regionale di France Insoumise) realizzata da Andrea Mencarelli e contenuta nel libro. Si ringrazia Arianna Puglisi (Potere al Popolo! Parigi) per la collaborazione e per la trascrizione dell’intervista.

***

Tu sei stata eletta a Melun, questo comune nell’Ile-de-France, in una lista appoggiata dal Parti de Gauche, a cui partecipavano varie realtà locali, alcune che venivano dalla tradizione dei Verdi e comitati civici. Come è andata questa campagna elettorale a livello locale?

Nel 2014, per le municipali la nostra lista civica è stata appoggiata dal Parti de Gauche e da Europe Ecologie Les Verts (i Verdi), partito del quale ero membro e segretaria provinciale e con il quale sono stata eletta consigliera regionale nel 2015. La France Insoumise non esisteva lì, perché si è creata un anno prima dell’elezione presidenziale (febbraio 2016), nell’ottica di portare avanti la candidatura di Jean-Luc Mélenchon.

Sia alle elezioni municipali che a quelle regionali siamo stati eletti tutti insieme alla fine perché al secondo turno abbiamo fatto una lista comune con il Partito Socialista. Era una scelta tecnica resa necessaria dal sistema elettorale della Quinta Repubblica e anche dal fatto che allora il Partito Socialista aveva ancora l’egemonia sulla sinistra.

La sua sconfitta si è compiuta definitivamente con la creazione della France Insoumise e alle elezioni presidenziali del 2017. In entrambi i casi abbiamo successivamente costituito gruppi di opposizione distinti nelle assemblee. A Melun, abbiamo raggiunto il 7,5% al primo turno: è stato eccezionale, nessuno se lo aspettava! La città è dal 1947 governata dalla destra e nessuno si aspettava che una lista come la nostra facesse più del 5%, che potesse eventualmente crescere e avere dei rappresentanti al consiglio municipale. È stato il nostro caso. Però per avere qualcuno eletto dovevamo per forza partecipare alla lista con il Partito Socialista.

La decisione è stata presa dalla maggioranza delle 39 persone della nostra lista. Allepoca avevamo scritto una tribune per spiegare perché facevamo questa scelta perche eravamo contrari alle politiche guidate al livello nazionale dal Partito Socialista. Anche localmente, su delle battaglie importanti, come salvaguardare l’ospedale pubblico per esempio, non eravamo d’accordo con il Partito Socialista che invece appoggiava l’idea di creare una specie di piattaforma mista, privata e pubblica. Il suo programma era liberista. Noi volevamo trasformare la città, renderla più solidale e resiliente, difendendo un programma di transizione ecologista e sociale radicale.

Coerentemente con quello che fanno i partiti socialisti in Europa, che magari sono più interessati alle poltrone piuttosto che ai contenuti politici e sociali…

Si, per dire che anche nelle piccole battaglie locali, veramente c’era una differenza forte di programma e di direzione, di quello che dovrebbe essere lo sviluppo del nostro territorio. Quello di Melun è stato un bellissimo esperimento, intanto perché mi ha permesso di costruire qualcosa che non fosse strettamente “partisan”, nel senso di appartenenza a un partito politico, ma che era già nellidea di superare queste realtà chiuse su loro stesse, sulla preoccupazione della loro propria riproduzione.

Noi eravamo dell’idea che dovevamo darci i mezzi e la forza di costruire qualcosa sul territorio e che ci avrebbe permesso di cambiare le cose. La nostra idea era quella. Non volevamo avere degli eletti per qualcuno, per un partito o per un altro; ci eravamo organizzati insieme per far cambiare le cose. E già siamo riusciti ad avere due eletti al consiglio municipale (con il 48% al secondo turno la lista nel complesso ha avuto 9 eletti su 39 grazie al premio di maggioranza). All’epoca eravamo poche liste sul territorio nazionale ad essere sostenute sia dagli ecologisti che dal Parti de Gauche, due forze politiche diverse che però si ritrovavano nella nostra visione di quello che dovrebbe essere una città ecologista sociale e democratica.

Data la realtà abbastanza complicata di Melun, un piccolo comune alla profonda periferia di Parigi dove è forte l’estrema destra, voi siete riusciti a fare un ottimo risultato. Potresti descriverci qualche attività che siete riusciti a portare avanti, qualche lotta sul territorio che può essere un esempio tipico di quello che è il lavoro che state facendo?

Melun è una piccola città… però non così piccola, perché ha più di 40 mila abitanti ed è anche abbastanza estesa. Inoltre, è il capoluogo della provincia e questa provincia è la più grande della regione dell’Ile-de-France, anche se è la meno popolata, perché è molto rurale. In questi territori rurali, sono molto acute le questioni sociali e ecologiche. La trasformazione dei nostri territori nel grande movimento di “metropolizzazione”, che vediamo intorno a Parigi, cambia profondamente la loro realtà.

La Seine-et-Marne è considerata come la riserva di terra dell’Ile-de-France; pertanto, tutte queste terre oggi sono sotto assalto specialmente da parte di quelli che costruiscono ponti, strade, che urbanizzano al massimo, che costruiscono degli alloggi tutti uguali. Ci sono delle realtà in questa zona che sono cruciali; non si tratta di situazioni “periferiche”, perché sono delle realtà molto importanti che riguardano il tipo di sviluppo che vogliamo, che pongono domande molto profonde e difficili.

Di battaglie locali ce ne sono tante, come quella dell’accesso alla sanità. Ad esempio all’ospedale pubblico, lo Stato ha dato tendenzialmente sempre meno soldi e questi ospedali hanno incominciato ad avere sempre più difficoltà per svolgere il ruolo fondamentale che dovrebbero avere. Queste politiche di austerità hanno come scopo quello di privatizzare la sanità e farne un mercato per interessi privati.

Cosi è stato a Melun, dove quasi tutto l’arco politico – dalla lista guidata dal Partito Socialista, alla quale partecipavano esponenti del Partito Comunista Francese, alle destre – hanno appoggiato l’idea di fare una piattaforma pubblico-privata: un’idea neoliberale che ha una ragione e una razionalità politica.

Noi eravamo fermamente contrari e per noi è stata una grande battaglia locale, che abbiamo portato nella campagna per le elezioni. Come anche quella per l’acqua pubblica, cominciata ben prima delle elezioni. A Melun, beviamo l’acqua più cara della provincia e la sua gestione è affidata alla multinazionale Veolia che per lo più non si prende cura della risorsa come si dovrebbe. La nostra mobilitazione e la sua eco locale ha costretto la maggioranza di destra, una volta rieletta, a negoziare nuovamente il prezzo dell’acqua.

Un’altra battaglia, nella quale mi sono molto impegnata anche ben prima delle elezioni municipali, è stata quella per le mense e contro la loro privatizzazione, con la gestione di queste affidata a multinazionali della ristorazione collettiva come Elior, Sodexo (conosciuta anche in Italia). Queste operano dappertutto e preparano pasti di scarsa qualità.

Sei una convinta sostenitrice della transizione ecologica e hai evidenziato più volte i problemi ambientali e del cambiamento climatico. Credi che la giustizia sociale e fiscale e la giustizia climatica rappresentino la stessa lotta, anche a livello locale? 

C’è un vecchio e importante progetto a Melun, contro il quale ci siamo schierati, ovvero la costruzione del cosiddetto contournement, che riguarda la costruzione di almeno un ponte in più sulla Senna. Melun è geograficamente simile a una piccola Parigi, con la Senna che passa in mezzo, al confine con la Foresta di Fontainebleau da un lato e dall’altro ci sono boschi e campi.

Questi stanno diminuendo con il crescere dell’urbanizzazione, con i vecchi villaggi assorbiti in una coniugazione urbana molto ampia, con centri commerciali, depositi per la logistica, strade, rotatorie, ecc. Per darvi un’idea, il traffico medio che c’è sull’autostrada A6 passa dentro Melun tutti i giorni, soprattutto il traffico locale. I tre ponti esistenti non bastano più per assorbire il flusso di camion e automobili in aumento continuo. Dunque l’idea geniale dei politici locali è costruire questo contournement che determinerebbe un aumento globale del traffico quotidiano nell’agglomerato urbano, piuttosto che investire nei trasporti pubblici e sviluppare altre alternative alle macchine e ai camion.

Si tratta di una battaglia locale importante, mentre la maggioranza degli eletti al livello locale ma anche regionale supporta quest’idea che costerebbe una cifra spropositata e arricchirebbe i promotori, le grandi imprese dell’edilizia, le multinazionali dell’automobile, ecc.

Al contrario, noi abbiamo detto che questo progetto era sbagliato sul piano sia ecologico che sociale. Perché comporta la distruzione di parte di un bosco molto frequentato che svolge funzioni sociali e ecologiche importanti, perché peggiorerebbe la qualità dell’aria (già pessima) nella città e farebbe crescere la nostra dipendenza dal petrolio. Infine, perché vorrebbe dire continuare con la stessa logica per cui il lavoro se ne va dal territorio ed è captato dalle grandi imprese, con la gente che si sposta per andare a lavorare e torna a casa solo per dormire.

Se si vuole fare veramente una politica complessiva di sviluppo del territorio, non è in questa direzione che si deve andare; bisogna invece salvaguardare i terreni agricoli, costruire una vera agricoltura di prossimità che sia in grado di far fronte alle necessità locali e anche di fornire Parigi e la regione dell’Ile-de-France. Infatti, l’Ile-de-France oggi è totalmente dipendente da quello che arriva dall’estero; se invece noi reinvestissimo su questi spazi che abbiamo a disposizione per fare una vera agricoltura vivrière e di maraîchage, non soltanto si sosterrebbe l’occupazione locale con il richiamo di manodopera, ma in più questa politica permetterebbe di assicurare una certa misura di autonomia alimentare.

Noi abbiamo fatto questa riflessione partendo dal fatto che si tratta di un territorio semi-rurale dove le classi popolari sono molto importanti in numero. Purtroppo queste, in generale, non partecipano molto alla vita politica istituzionale (eppure fanno politica, però la fanno fuori dal sistema puramente istituzionale). Dunque bisogna anche creare un ventaglio di professioni che sia in grado di rispondere alle realtà della popolazione, nella quale non tutti hanno chissà quale livello di qualificazione particolare.

Non abbiamo solo bisogno del lavoro da intellettuale, ma di un tipo di lavoro che sia in grado di articolare le tecniche più avanzate nell’agricoltura biologica e agro-ecologia, per metterle a disposizione di chi lavora la terra e con gli animali o vorrebbe farlo.

Questo punto politico dove vediamo bene articolarsi ecologia e sociale lo portiamo avanti. Purtroppo, senza dare alla gente vere alternative all’uso delle macchine, rilocalizzando il lavoro e sottraendolo alle grandi imprese, è difficile ottenere consenso, anche se molti sono coscienti che questa sia la direzione giusta.

Insieme a queste questioni ambientali e sociali, a livello locale è quanto mai necessario riuscire ad avere una partecipazione della popolazione, sia per comprendere direttamente le problematiche delle persone che per favorire la crescita di una comunità attiva e democratica. Che ne pensi?

Abbiamo sviluppato un programma locale, con un’idea vera della società che vogliamo costruire, intitolato “Bien Vivre à Melun”, riprendendo il buen vivir proprio dei movimenti sociali ed ecologisti dell’America del Sud. Anche il sottotitolo “Plusieurs quartiers, une seule ville” è stato scelto con l’idea di ricreare una comunità sociale e politica, che si ricompone attorno a una visione di società, di quello che sarebbe l’ideale di vita comune, sulle questioni della partecipazione dei cittadini alla decisione politica. Noi abbiamo proposto di produrre tanti spazi di deliberazione collettiva aperti ai cittadini, sia volontari che tirati a sorte, così che tutte le grandi decisioni che potevano veramente riguardare il futuro della città fossero sottomesse a un’assemblea di cittadini, stranieri o meno.

Si tratta dunque di una riflessione più generale su cosa sia la democrazia, su come si possa costruire un’articolazione tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa, sulla base dell’idea di comunalismo. Io sono impegnata in questa cooperativa ecologista e sociale, che si chiama Ecologie Sociale, e che porta avanti le tesi di Murray Bookchin, marxista ed ecologista americano, che per primo ha sviluppato l’idea del comunalismo. Questo concetto è stato poi ripreso da Öcalan ed è stato messo in atto ad Afrin, nel Rojava in Siria.

E dunque perché farlo proprio a Melun?

Perché prima di Melun non avevo mai pensato di impegnarmi anche io nella politica istituzionale, anche se ero sempre stata politicizzata, nei movimenti anticolonialisti e in quelli ecologisti. Io penso che adesso come adesso dobbiamo ripartire dai territori dove si concentrano tante contraddizioni del capitalismo e mirare attraverso il nostro impegno nelle lotte locali a riprendere il potere sulle nostre vite, rispondendo a quella deriva che porta la gente a presentarsi solo per avere il posto e affida il potere politico alla classe dominante. Questa è una deriva del nostro sistema rappresentativo, che ci ha portato fino al punto in cui siamo adesso, dove più nessuno crede negli eletti e mette tutti nella stessa barca.

Poiché molte questioni vengono risolte a livello centralizzato oppure vi sono dei vincoli esterni che impongono una sorta di camicia di forza anche dal punto di vista economico, esiste un problema di autonomia decisionale da parte delle comunità locali?

Conosciamo bene il percorso che ha portato i nostri territori a perdere la loro autonomia, con i sindaci delle nostre città che non hanno più possibilità di scelta nelle loro mani, perché questo potere è stato trasferito a delle entità che riuniscono più comuni insieme o perché le politiche di austerità non permettono la distribuzione di risorse, limitando lo spazio economico di azione dei comuni. Il potere locale si sta progressivamente prosciugando e svuotando del suo senso politico. Questa dinamica all’opera accompagna in realtà lo sviluppo del capitalismo.

Che cos’è il capitalismo se non l’espropriazione, da un certo punto di vista, del diritto sulla propria vita e su ciò che ti dà la possibilità di vivere? Noi siamo stati espropriati dei mezzi di produzione e adesso veniamo espropriati anche della facoltà di decidere di cosa e come fare le cose nel proprio territorio. Abbiamo perso tutto, tutta la nostra autonomia in quanto individuo, ma anche come comunità che vive su un territorio.

Per questo per me Melun è una delle cose più importante che faccio: perché vogliamo dire alla gente che se localmente riusciamo a metterci d’accordo, possiamo creare e fare resistenza per evitare che ci rovinino ulteriormente le nostre vite e tutte le nostre possibilità.

Di fronte alle problematiche che colpiscono queste realtà rurali e di periferia, quale è la risposta data dai politici dei partiti tradizionali?

Ne ho dato qualche esempio prima, ma ce ne sono altri. Infatti, attraverso il disboscamento e l’opera di sfruttamento della terra intorno a noi, si stanno aggravando i problemi di allagamenti e di esondazioni della Senna. Si tratta di un fenomeno che era raro ma che adesso è sempre più frequente. Si è costruito dappertutto, anche dove non si poteva a causa di questo rischio; oltre al problema delle esondazioni, che hanno già causato alcuni morti, c’è quello economico per quelle persone che vivono vicino al bordo del fiume e che, oltre a questo rischio, devono sopportare anche una perdita di valore della propria casa.

Questo è uno dei problemi importanti della nostra comunità, ma che viene nascosto dai politici che invece parlano di sicurezza, di polizia municipale, a chi bisogna dare le armi, di installare videosorveglianza ovunque, ecc…

Ci stanno imbrogliando, raccontandoci una realtà che non esiste e costruendo un’immagine falsa, fatta ad hoc per poter poi portare avanti politiche coerenti con questa falsa immagine da loro creata, avendo il consenso della parte della popolazione che ha interessi nella loro politica ma anche di quella che crede nel loro discorso propagandato con forza dai media locali. Al tempo stesso, questi non rispondono a nessuna delle problematiche vere e concrete: lavoro, trasporti, sovranità alimentare, inquinamento dell’aria, dell’acqua, della terra, protezione contro il riscaldamento climatico e catastrofi che vediamo arrivare e che abbiamo già vissuto.

Come vengono trattate queste questioni dalla stampa locale?

Non abbiamo nessun tipo di supporto da parte della stampa: pensi che Le Parisien, che appartiene a Bernard Arnault, possa mai parlare di quello che facciamo noi? Quando abbiamo un piccolo articolo nel giornale festeggiamo con lo champagne!

C’è il giornale locale, La Republique de Seine-et-Marne, e il giornalista che si occupa di Melun prova a fare il suo lavoro, ma quando abbiamo alcune righe che riportano le nostre posizioni è già tanto. Per questo motivo, abbiamo creato un nostro proprio giornale da un anno, “Quart de Brie. Le magazine qui a du flair”, che va al di là di Bien Vivre à Melun e coinvolge gente che nella nostra agglomerazione la pensa come noi.

Il giornale autoprodotto può essere uno strumento utile per favorire il dibattito e sviluppare una visione diversa, dal basso. Oggi è fondamentale interrogarsi sulle pratiche di lotta per un intervento concreto nel blocco sociale di riferimento.

Penso che oggi stiamo assistendo ad un momento di grande crisi del sistema capitalistico nel suo complesso e che questo mette i nostri territori e la nostra popolazione sotto una pressione importante, alla quale però molti partiti non sono in grado di rispondere. Le lotte e le conquiste del movimento sociale in Francia sono avvenute soprattutto dagli anni ‘30 fino agli anni ‘80. Se da un lato possiamo ancora appoggiarci su quello che rimane delle conquiste ottenute, dall’altro lato dubito della capacità di riprodurre alcune forme di lotte che erano adeguate ad un tipo di organizzazione ormai scomparsa.

Mi spiego meglio. Se si considerano le lotte operaie, queste sono state possibili nelle forme che ha preso l’organizzazione del lavoro nel sistema capitalistico in Europa tra il XIX e il XX secolo. Queste forme oggi non ci sono più, perché l’evoluzione dello stesso sistema capitalismo ha fatto sì che non ci siano più grandi classi operaie concentrate nelle fabbriche e nelle miniere, almeno in Francia. Questo tipo di lavoro si è spostato in altri paesi, dove non ci sono veri e propri stati di diritto e dove la gente non ha altra possibilità che accettare condizioni di lavoro non dignitose.

Al tempo stesso, il capitalismo ha cercato piano piano di distruggere le conquiste fatte qui e di tornare indietro su quello che avevamo ottenuto, ma cambiando l’organizzazione del lavoro, più orientata verso il settore dei servizi, dove si è prodotta a pieno l’atomizzazione e la precarizzazione del lavoratore.

Oggi le battaglie territoriali trovano nuova linfa vitale anche grazie alla mobilitazione generale dei Gilets Jaunes.

Lo sappiamo bene che i Gilets Jaunes sono molto eterogenei, anche se motivati da una situazione comune alle classi dominate: la crescita dell’ingiustizia e l’espropriazione della propria vita. Nelle sue contraddizioni e forme, questo movimento non nasce dal nulla ma deriva da una realtà dell’organizzazione sociale che fa sì che non ci sono più luoghi di politicizzazione, luoghi di aggregazione, luoghi che permettono anche di comprendere la posizione di classe rispetto all’altro e penso che dobbiamo fare i conti con questa realtà.

Oggi uno dei principali esponenti dei Gilets Jaunes è di Melun, una persona che tra l’altro non ha mai preso parte alle nostre azioni. Spero che queste persone abbiano capito di doversi impegnare direttamente anche per cambiare le cose sul piano locale. Probabilmente fino a qualche mese fa queste persone non avevano neanche mai pensato che fosse possibile creare un movimento di questo genere, perché sono state talmente allontanate dalla politica che la maggior parte di loro aveva perso qualsiasi entusiasmo. Spero che si impegneranno localmente perché penso che il territorio – non nel senso reazionario ed identitario della destra – si costruisca a partire da una storia umana, che ovviamente si muove ed è sempre in divenire.

Il concetto di immobilità e stabilità è un falso mito. Possiamo e dobbiamo costruire sui nostri territori l’idea di un discorso politico vero e concreto, di una sensazione di ciò che è la politica, perché adesso il capitalismo vede i nostri territori come semplice occasione di sfruttamento e di profitto. L’interesse della popolazione sul territorio non è lo stesso di quello della classe dominante, ormai integrata nella mondializzazione. L’interesse dei settori popolari è totalmente contrario: salvaguardare il territorio sul quale si possa intravedere e sviluppare un futuro è una prospettiva.

All’interno del “Collision Fest”, organizzato da Noi Restiamo e dalla Rete dei Comunisti, hai partecipato al dibattito “Dalla rottura dell’Unione Europea all’alternativa”. Prima parlavamo di questioni ambientali, di politiche di austerità, di impoverimento sociale, sotto tutti gli aspetti. In quel dibattito avevi affermato che per mettere al centro tutte queste questioni di progresso, sviluppo sociale, democratico, ecologista, è necessario oggi andare contro l’Unione Europea come costruita intorno ai Trattati europei. Qual è la rilevanza politica della rottura dei trattati e come la France Insoumise ha messo in campo questa proposta, anche nella cornice dell’appello di Lisbona “E ora il popolo!”?

Oggi i trattati impediscono di portare avanti le politiche che noi abbiamo nel nostro programma, sia al livello locale che nazionale, semplicemente perché la “regola aurea” è il Fiscal Compact, che non permette agli stati di investire, di rimettere in questione il debito, non si può nemmeno parlare della sua ristrutturazione.

Quando la Francia ha aderito al Trattato di Maastricht aveva un debito pari al 60% del PIL, oggi è il 100%! Ciò significa che queste politiche ci hanno portato, contrariamente a quello che si dice, a far aumentare il debito pubblico. Praticamente, sono state politiche che ci hanno portati ad essere economicamente più deboli di quello che eravamo e, come se non bastasse, ci hanno fatto perdere la capacità di decisione.

A questo si aggiunge il fatto che la moneta comune ci leva la possibilità di utilizzare questo strumento per compensare le differenze economiche tra i Paesi che compongono l’Unione Europea.

Questa costruzione spinge i governi ad agire invece sul lavoro e quindi sul salario. Dunque le politiche volute dall’UE e in linea con i Trattati hanno indebolito i processi decisionali nazionali, hanno colpito e impoverito i lavoratori, hanno precarizzato il futuro dei giovani. Sono un vero e proprio fallimento.

Adesso sta crescendo, in gran parte d’Europa, l’estrema destra nazionalista che pretende di tornare al nazionalismo identitario. In realtà, vediamo che da un lato Le Pen dichiara che non tornerà sull’euro e sull’UE, e comincia a guardare verso la classe dirigente europea. Pretende di difendere « il popolo » ma è contraria all’aumento del salario minimo, pretende di capire la rabbia dei Gilets Jaunes ma allo stesso tempo dichiara che voterà la legge « anti-casseurs » (alla fine non lo ha fatto ma solo per non perdere consenso nel movimento).

Dall’altro c’è Macron, europeista convinto, che dà sempre più segni di un governo illiberale. Quello che sta avvenendo e si sta verificando è una confluenza verso una società illiberale più o meno reazionaria, che costruisce con la repressione e la divisione le condizioni di sviluppo di questo sistema di regole che ha lo scopo di precarizzare la manodopera, ridurre i diritti sociali acquisiti, aumentare l’arricchimento del capitale, liberando della liquidità per la speculazione.

Si tratta di dinamiche imperialistiche che l’UE attua al suo interno e all’esterno. Le possibilità di riforma di questa struttura sono estremamente limitate, pertanto la rottura diventa un passaggio necessario e imprescindibile per la costruzione di un’alternativa politica e sociale.

Il capitale è libero di muoversi in tutto il mondo e va dove ci sono spazi possibili di sfruttamento e di profitto. Guardate cosa sta accadendo in questi giorni in Zimbabwe, dove c’è una rivolta contro il rincaro del carburante. Il paragone tra quello che sta succedendo lì e in Francia non può sfuggirci. Sappiamo bene cosa succede quando il capitalismo ha veramente la mano sul potere politico, com’è il caso di tanti Paesi dell’Africa o anche del Medio Oriente.

L’Unione Europea, sin dalla sua costruzione, ha operato in questo senso. Inoltre, ha ingannato i popoli con un sistema in cui in realtà tutto è già deciso e dove non è possibile cambiare niente. In una società democratica il popolo sovrano può sempre tornare su una decisione presa, può sempre rimetterla in dibattito, ma ciò non è più possibile sotto queste regole, anche se ciò si dimostra errato economicamente.

Oggi ne abbiamo la prova perché da Maastricht a oggi si sono deteriorate le condizioni di vita e anche la capacità di tutelare i nostri territori, con gravi danni nei confronti della democrazia. Quindi, è ovvio che bisogna tornare su questi trattati. Penso che Frédéric Lordon abbia ragione quando dice che, anche se arrivassimo a cambiare i trattati – nell’eventualità folle di riuscire ad avere una maggioranza che ci permetterebbe di farlo – la Germania potrebbe sempre andarsene, perché la costruzione di questa UE è coerente con le necessità economiche della Germania.

Quindi, non soltanto bisogna uscire dai trattati, ma bisogna avere un piano B – come dice giustamente Mélenchon – perché allo stesso tempo bisogna anche costruire le condizioni di solidarietà e cooperazione con altri Paesi, con altre realtà che ci permetterebbero di rispondere alle nostre necessità. Avremo bisogno comunque di materie prime che vengono da fuori, avremo bisogno di conoscenze che vengono da altri paesi, avremo bisogno di metterci d’accordo su come tutelare il Mediterraneo (bene comune per francesi, italiani, portoghesi, spagnoli, ma anche algerini, marocchini, tunisini, greci), avremo assolutamente bisogno di costruire le condizioni di relazioni di cooperazione e di solidarietà con altri popoli.

Dunque dire “uscire dall’Unione Europea” non significa dover vivere da soli nell’idea di una purezza nazionale, soprattutto noi francesi che, come anche gli italiani, siamo sul bordo del mare e abbiamo sempre avuto movimenti e scambi tra popolazioni. Abbiamo bisogno di un’alternativa, non possiamo tornare indietro ma dobbiamo andare avanti, però con una visiona chiara di quello che vogliamo.

Un’ultima domanda su una questione che penso sia molto importante per te sia a livello politico che personale. Hai fatto parte della delegazione che è andata a Riace a seguito dell’arresto di Mimmo Lucano, insieme a Clémentine Autain e altri membri di vari gruppi, per portare la vostra solidarietà con quell’esperienza di integrazione sociale e soprattutto per incontrare Mimmo Lucano. Visto il rapporto di stima che hai nei confronti Mimmo Lucano, potresti darci qualche impressione e il tuo punto di vista sulla realtà di Riace?

Penso che l’esperienza di Riace sia centrale per capire cosa è necessario fare per costruire una comunità solidale oggi nel XXI secolo. Di fronte a l’emigrazione che ha svuotato il suo paese e all’immigrazione forzata di gente che fugge da guerre o precarietà assoluta, Mimmo Lucano è riuscito a costruire una comunità nella quale prima il diritto vige su tutto: arrivi qui, sei prima di tutto un essere umano, quindi hai il diritto di lavorare senza essere sfruttato, il diritto di essere curato, il diritto di avere una casa, il diritto per te e i tuoi figli di andare a scuola, il diritto di essere considerato.

Quello che ho visto a Riace è una comunità di gente felice, con in più l’idea di reinventare un modo di sviluppo coerente con la realtà locale intorno all’artigianato, ai servizi utili alla popolazione che sono prodotti dalla popolazione stessa e non presi da interessi esterni, alla raccolta differenziata dei rifiuti, all’agricoltura

Infatti, una gran parte della popolazione era andata fuori perché non c’era più lavoro e Mimmo ha pensato bene di dover ricostruire le condizioni per dare lavoro sul posto alla gente e per tutelare il territorio che è la preda delle mafie e del capitalismo. Non è un esempio solo per la questione dei migranti, perché l’obiettivo è di fondare una comunità su un ideale politico e su l’idea appunto dell’uguaglianza, fondata su diritti reali, assicurati dalla comunità stessa. Non solo questa idea è possibile, ma è l’unica via di uscita dalla disperazione sociale-economica nella quale questi territori sono stati trascinati.

Dunque bisogna sostenere Riace, non solo nel senso di un impegno verso i migranti, ma verso tutti gli esseri umani sotto ricatto, per una ragione o per l’altra, in una posizione di debolezza. A questi bisogna tendere la mano – questo è ovvio – ma penso che si tratti di una scelta politicamente chiara, che mira a di costruire una comunità umana sulla base del diritto.

Quello che ha fatto Riace, nei confronti della mancanza di diritto dei migranti, è rispondere in realtà alla carenza di diritto di tutta una comunità. In più, avendo una visione di sviluppo sociale e ecologico, come quella di Mimmo, è possibile dare una prospettiva a tutta la sua popolazione che altrimenti non ce l’avrebbe, permettere a tutta la comunità di crescere e di migliorare le proprie condizioni di vita e il proprio futuro.

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