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Un sindacato vero, per affrontare la lotta di classe nel XXI Secolo

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Che il secondo congresso nazionale dell’Usb non sarebbe stato un congresso come altri lo si poteva percepire guardando la platea dei delegati.  E’ evidente come il sindacato ”militante” e di massa evocato nella relazione e in molti interventi abbia un’età media più bassa di quelli del passato.  Un segno non solo dell’estensione dell’Usb  (con l’arrivo di molti delegati e lavoratori provenienti dalla Cgil) ma anche della sua capacità di intercettare quelli che nella narrazione ufficiale non vedono più nel sindacato uno strumento della propria emancipazione ed identità: i giovani lavoratori precari.

Lo si capisce anche dalla relazione introduttiva di Pierpaolo Leonardi, una relazione lunga (interrotta anche da un black out elettrico di alcuni minuti) ma decisamente politica, nel senso di una visione complessiva della situazione e dei compiti di un sindacato di classe dentro una fase di scontro frontale tra capitale e lavoro.

Verrà seguita dal saluto di George Mavrikos, segretario della Federazione Sindacale Mondiale e dagli interventi di delegati significativi dei fronti del conflitto di classe oggi: Aboubakar Souomahoro (che ha respinto ogni idea di migranti come categoria a sé), di Luciano Staccioli (Alitalia), Francesco Rizzo (Ilva), Carlotta di Torino (che ha spiegato la funzione della Federazione Sociale come terza gamba del sindacato confederale).

Il dibattito intensissimo, con decine di interventi, ha sottolineato e condiviso il senso della relazione introduttiva. La lotta contro la Legge Minniti, la campagna Schiavi Mai come elemento di ricomposizione dii tutte le forme di lavoro schiavistico che si vanno riaffacciando nelle campagne,  nei servizi, nella fabbrica lunga 4.0 , dentro quella catena del valore su cui si è riarticolato il modello produttivo capitalistico. C’è la dovuta attenzione alla funzione dello Stato e del soggetto pubblico, diventato una Spa e che impone uno scontro frontale sul welfare. C’ è la convinta battaglia sulle nazionalizzazioni, a partire da Alitalia e Ilva, come controtendenza rispetto al diktat del potere secondo cui “there are not alternative” alle misure e alla visione messa in campo dalla borghesia e dall’Unione Europea.

Si affrontano anche nodi politici come l’adesione convinta dell’Usb alla Piattaforma Sociale Eurostop e la rivendicazione del ruolo decisivo avuto nella battaglia per il No sociale nel referendum contro la Costituzione e nelle mobilitazioni di ottobre e di marzo contro il vertice europeo.

Ma c’è anche la convinzione della necessità che un sindacato militante, di massa e di classe – come viene scandito in più occasioni – sappia recuperare e ricostruire una identità di classe oggi frammentata e dispersa. Una sorta di battaglia culturale ed ideologica tra i lavoratori per rimettere in circolo una visione e la necessità del cambiamento generale.  C’è l’orgoglio di essere un sindacato militante e di praticare attraverso la confederalità un processo di ricomposizione di classe.

Su questo terreno la novità è l’avvio della federazione del sociale, la Usb-Slang, come terza gamba del sindacato oltre ai settori pubblico e privato. Un varo che avviene dopo anni di elaborazione e discussione su come “sindacalizzare l’insindacalizzabile” che oggi investe milioni di giovani e lavoratori di nuova generazione.

Ma c’è un altro dato che colpisce, che ha colpito ad esempio i sindacati di altri paesi presenti  e soprattutto i tantissimi lavoratori, delegati e tavolta dirigenti della Cgil (soprattutto della Fiom) che stanno aderendo alla Usb. In qualche modo  l’Usb sta cercando di recuperare il patrimonio storico del sindacato in Italia, ossia di quella Cgil che ha subito una mutazione genetica totale e devastante. In questo c’è un passaggio dalla logica del sindacato di base a sindacato di classe, di massa e militante che è qualcosa di più di una crescita quantitativa.

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