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La svendita delle Acciaierie di Piombino. Un esempio di cannibalismo industriale

Gli ultimi anni della storia delle acciaierie di Piombino, che ha portato a circa 1300 lavoratori in cig, partono da una data simbolo:  l’aprile del 2014 il governo PD, tramite l’allora sottosegretario alla presidenza del consiglio Claudio De Vincenti, che ferma l’altoforno perchè controproducente, inquinante, ma soprattutto obsoleto. Nel frattempo vende un altro altoforno alle Acciaierie Arvedi di Trieste.

A Piombino si utilizza la ghisa nei forni elettrici. Intanto passano i mesi e compare l’arabo Khaled al Habahbehe, che si propone per rilevare la Lucchini.  Promette mari e monti, ma si dimostra tutto un clamoroso falso.  Noi, operai di Piombino, urliamo per la nazionalizzazione.

Invece a Piombino si presenta il magnate algerino Issad Rebrab, del gruppo Cevital, con un progetto ambizioso, che comprende acciaio e agroalimentari.  Ma il progetto non decolla.

Alle porte dell’acciaieria di Piombino, nel frattempo chiamata Aferpi, si presenta nel 2018 il gruppo indiano Jindal. Questo prova far ripartire i freni laminazione, ma nel frattempo partono gli ammortizzatori sociali, cioè la cassa integrazione per centinaia di lavoratori. Ma sulla questione ammortizzatori sociali Aferpi e Piombino Logistics, il Movimento 5 Stelle sostiene che la cassa integrazione è un privilegio.

Ma noi lavoratori non ci sentiamo affatto privilegiati. Mi dispiace, ma non sono un privilegiato del mondo del lavoro. Sono in cassa integrazione, non per mia scelta.

Vorrei ricordare che, chi percepisce questo tipo di sussidio non ha diritto neppure a poter comprare un bene di necessità primaria, ad esempio una lavatrice. Nessun negozio, nessuna banca o finanziaria ti agevola a prendere un finanziamento a rate e  neppure per un’emergenza della tua famiglia.

Vorrei ricordare, per chi è in cassa integrazione, che esiste un perché.

È anche vero che i lavoratori sono tutti uguali, dalla  Sicilia al Friuli, ma, vorrei essere preciso: ci sono lavori e lavori, per esempio il muratore, il saldatore, il meccanico, il panettiere, il cuoco, l’autista di bus e di camion, laddove non hanno diritto neppure alla cassa integrazione, perché lavorano in aziende piccole.

Noi facciamo parte di una realtà di lavoratori che non può fare a meno della cassa integrazione ed attende i progetti dalle industrie: ad  esempio il metallurgista, il colatore, l’addetto al colaggio, il capo treno di laminazione, l’addetto alla sfornatrice, l’addetto alla sala di controllo della cokeria, come la catena di montaggio della Piaggio o della FIAT.

Dove si ricollocano i lavoratori che hanno sempre fatto quel tipo di lavoro da trent’ anni e che hanno speso un vita in quel tipo di lavoro? In un attimo si sentono “vuoti” e  rimangono senza lavoro perché magari un’acciaieria chiude. Soprattuto quando hai 50 anni, la CIG ti permette almeno di sopravvivere.

Non è colpa dei lavoratori dell’acciaieria di Piombino. La colpa è di una politica, precedente al PD, poi del PD, poi quella attuale, che ha voluto spegnere un altoforno, ci ha raccontato montagne di frottole, e infine ha regalato una fabbrica ad una multinazionale senza battere ciglio.

  • operaio e delegato Usb delle Acciaierie di Piombino

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