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Aldrovandi: una sentenza non solo simbolica

Il significato di questa sentenza deve servire da monito per coloro che il 5 luglio, sempre in Cassazione, dovranno decidere sui fatti della scuola Diaz.

La conferma delle condanne a carico dei quattro agenti di polizia, Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani e Monica Segatto, è carica di valori simbolici. Se è innegabile che sia stato tracciato un solco di diritto, un precedente pesante del quale tenere conto in ogni processo simile a quello sulla morte violenta di Federico Aldrovandi, non bisogna dimenticare la debolezza del capo d’imputazione né la mitezza della condanna.
Sarebbe un errore dimenticare come si è arrivati all’astrusa formula dell’eccesso colposo in omicidio colposo, di fronte a un reato che presentava – parole del giudice estensore della sentenza di primo grado, Francesco Caruso – le caratteristiche dell’omicidio preterintenzionale. Un capo d’imputazione impossibile da formulare, a causa del monumentale apparato di autotutela messo in moto dalla questura di Ferrara, coordinata all’epoca dal questore Elio Graziano.
Le indagini sull’omicidio del diciottenne ferrarese avevano incontrato, sin dalle prime ore, ostacoli istituzionali insormontabili. Gli insabbiamenti, i depistaggi, le omissioni premeditate e volontarie di dettagli fondamentali per l’accertamento della verità, portarono alla luce gli oscuri meccanismi che le forze dell’ordine possono in ogni momento attivare per sfuggire vigliaccamente alle proprie responsabilità. Manomissione dei verbali, coperture tra colleghi, solidarietà corporativa, negazione spudorata delle evidenze: questi i veleni che hanno irreparabilmente alterato il processo, fino alle ultime battute in Cassazione.
In primo e in secondo grado, ogni ingresso in aula, ogni udienza ha visto prevalere la sfrontatezza degli imputati, abili mistificatori e narratori di menzogne, avallate da un manipolo di agguerriti avvocati che non hanno mai avuto scrupoli nel mancare di rispetto alla famiglia e a tutti coloro che le offrivano sostegno.
Se verità processuale e verità dei fatti raramente coincidono, tale principio nel processo Aldrovandi trova piena applicazione. In questi lunghi anni le verità evidenti sopravvivevano per conto proprio, nelle inchieste, sui giornali, nei libri, ma non trovavano spazio in fase dibattimentale. Gli inquirenti erano ben consapevoli di avere le mani legate, perché il quadro probatorio era scarso e gli imputati e i loro colleghi ne erano perfettamente coscienti.
Il 21 giugno la corte di Cassazione ha percorso le naturali strade della giustizia. Ha sigillato per sempre le conclusioni raggiunte in primo grado e in appello. Ha chiarito a tutti, imputati in primis, che ora si può parlare di omicidio in seguito a un pestaggio gratuito, violento, animalesco, che nemmeno l’intelletto più raffinato potrà mai spiegare. E ha chiarito che se la parola omicidio (colposo) è affiancata dal corollario “eccesso colposo” è solo questione di codice, di paradossi giuridici resi possibili soltanto dall’abilità di avvocati senza scrupoli e dalle tante, troppe lacune dell’ordinamento italiano in fatto di diritti umani.
È sempre sui paradossi giuridici da leguleio che si articolavano i ricorsi in cassazione dei cinque difensori degli imputati; codice alla mano cercavano di imporre al giudizio della corte un’infinità di articoli e commi che avevano l’unico scopo di allungare miseramente il brodo. La voce dei legali si è schiantata contro il muro delle certezze acquisite e ben esposte dal Procuratore Generale Mazzotta: le certezze contenute nelle due precedenti sentenze in cui si parla di violenze disumane, e che mettono in secondo piano il presunto stato di agitazione di Federico, le presunte droghe in circolo nel suo sangue, il presunto calcio in sforbiciata da karate Kid.
Il 21 giugno è cominciata l’estate della giustizia? Piace crederci, ma l’entusiasmo per una sentenza storica ha dovuto subito fare i conti con la consapevolezza di aver conseguito una vittoria relativa. È stato come il primo passo dell’uomo sulla Luna, goffo, incerto, pesante, ma in grado di restare indelebile nell’eternità.
È stato il primo passo in una battaglia ancora lunga, tesa a conquistare risultati che nelle cosiddette “democrazie” dovrebbero essere scontati: certezza della pena anche per le divise, trasparenza nelle fasi processuali, rispetto dei diritti umani, severa punizione per gli abusi di potere. È stata una sentenza importante, anche perché precede quella altrettanto topica del 5 luglio sui fatti della Diaz.
Ieri in aula si è registrata la presenza di Simona Cenni, presidente dell’associazione “Prima Difesa” e sedicente attivista per i diritti umani dei poliziotti. È lei che ha raccolto i fondi per permettersi un avvocato come Niccolò Ghedini, difensore dell’imputata Monica Segatto. Incassata la sconfitta, la signora Cenni ha promesso che farà ricorso alla corte internazionale di Strasburgo.
Un’altra certezza è che i quattro assassini di Federico non sconteranno un solo giorno di carcere.
È probabile che per questioni di immagine e per rispetto del regolamento i poliziotti vengano preventivamente sospesi, per poi essere destituiti. Licenziati. Cacciati. C’è un’eco mediatica con cui Manganelli e gli spin doctor della Polizia di Stato dovranno fare i conti. C’è una platea di cittadini, attivisti, cronisti e narratori in attesa della definitiva uscita di scena dei quattro colpevoli.
La famiglia Aldrovandi ringrazierà.

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2 Commenti


  • artigliodeldiavolo

    Propongo di estrarre a sorte i nominativi di 90.000 poliziotti, preferibilmente tra i Reparti Celere e Digos, e licenziarli in tronco, inoltre far restituire loro gli ultimi 25 anni di stipendio e contributi, questa è giustizia per quattro assassini che i giudici corrotti e statalisti hanno graziato da un giusto ergastolo. Hasta Siempre!


  • Renato Di Sano

    E’ banalmente una sentenza politica. Chiunque, non appartenente alle forze dell’ordine, sarebbe stato condannato per omicidio preterintenzionale. La divisa ha consentito – ma resta una grave forzatura giuridica – il riconoscimento di quelle azioni non come dirette a causare offese fisiche e lesioni, ma come uso legittimo, anche se eccessivo, della forza. Questa è la vera giustizia politica.

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