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Omicidio Aldrovandi: in carcere anche Enzo Pontani

Si tratta di Enzo Pontani, che vergò la frase “l’abbiamo bastonato di brutto per mezz’ora” e “moderate che ci sono le luci accese”; battuta, quest’ultima, colta dall’unica testimone dell’omicidio, Anne Marie Tsague. 
Il vaglio della posizione di Enzo Pontani era stato rinviato al 26 febbraio per un vizio di notifica e oggi il verdetto, inappellabile, è arrivato anche per lui: vada in carcere, sconti la pena.
L’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna, sottolinea più volte come la personalità del condannato si presenti “negativamente connotata , evidenziandosi pesanti carenze nel gestire, con inusitato e prolungato ricorso alla violenza fisica, una situazione come quella in oggetto, che sia pure delicata, non era certo così eccezionale e tale da richiedere un’attività di contenimento dalle caratteristiche violente rilevate, addirittura letali, nei confronti di un ragazzo solo e disarmato […] peraltro [Pontani] non si è attivato per dare il contributo di verità richiesto nelle diverse sedi di giudizio”.
Violento e bugiardo, anche dopo aver giurato in aula di dire la verità. La verità su quella notte Pontani – come i suoi tre colleghi – non l’ha mai detta. Si legge ancora nell’ordinanza:
“Rileva il tribunale che, a fronte del quadro negativo evidenziato dalla intera vicenda, fattuale e processuale, non è dato di individuare ad oggi, in sede di scrutinio di Sorveglianza, elementi concreti atti a indicare una positiva evoluzione della personalità dell’indagato.[…] Pure a fronte della condanna per delitto colposo, non è dato comunque registrare ancora oggi, a distanza di 8 anni dal fatto, atti concreti, indicativi di effettiva comprensione della vicenda delittuosa, connotata come sopra, e presa di distanza dalla stessa: né una qualche manifestazione di resipiscenza; né un gesto anche solo simbolico a testimoniarla, nei confronti della vittima e dei suoi familiari, (anche una semplice lettera…); né un gesto di riparazione sociale, e, tanto meno, la stigmatizzazione della vicenda, quale utile monito rispetto al ripetersi di simili comportamenti da parte di altri”.
Spavalderia e una totale assenza di pentimento non agevolano Enzo Pontani, lo collocano invariabilmente in una posizione di indifendibilità anche di fronte ai giudici che devono ora pronunciarsi sul suo ingresso in una struttura detentiva. Non solo manca il pur minimo slancio di autocritica – osservano i giudici – o di serena e distaccata valutazione dell’enormità di tale delitto, ma a rincarare la dose concorre anche una strenua posizione di autodifesa e di difesa del proprio operato, ritenuto ancora oggi, a distanza di ormai 8 anni, corretto ed efficace nel suo svolgersi. Insomma il Pontani insiste, è incapace di valutare correttamente ciò che ha fatto. Bastonare Federico di brutto per mezz’ora era l’unica cosa da fare, secondo lui. Ucciderlo, seppur non prevedendo di farlo, era l’unico modo per uscire da quella situazione. I quattro dell’Alfa 1 e dell’Alfa 2 lo pensavano allora e lo pensano ancora oggi, e Pontani lo ha sostenuto fino all’ultimo. 
Alla luce di queste e altre valutazioni, quasi tutte attinenti all’assenza di pentimento e di oggettiva valutazione del reato commesso, non si ravvisa alcuna possibilità di concedere pene alternative: niente volontariato, niente arresti domiciliari, niente servizi sociali. Niente di niente.
E per questo ora Enzo Pontani, andrà a fare compagnia ai suoi tre colleghi.
La linea aperta sin dal processo di primo grado con la sentenza del giudice Caruso, proseguita in appello con il pm Luca Ghedini, ribadita senza dubbio nel giugno 2012 in sede di Cassazione, trova ora l’ennesimo sigillo anche nelle parole del giudice di Sorveglianza, dott. Francesco Maisto. 
Dubbi non dovrebbero essercene più. Salvo in quei poliziotti sindacalizzati che girano in camper per Ferrara a manifestare solidarietà ai colleghi incarcerati, sventolando bandiere del SAP e del COISP applaudendo, fino a spellarsi le mani, quattro assassini conclamati, definiti tali in ormai quattro sedi di giudizio.


Qui l’ordinanza integrale

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