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Cina, ultima spes

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Questo intervento del Direttore generale del ministero degli esteri propone una via di ricerca (non d’uscita, perché dipendenrà molto dalle risposte, sia degli “imprenditori” italiani meno lenti che – soprattutto – del gigante orientale). Da tenere presente, perché in qualche misura segnala una “resa” concettuale dell’Occidente che va facendosi strada. L’integrazione tra sistemi di vita e poteri d’acquisto così diversi, anche se a distanza, sta divorando the american and european ways of life. E a qualcuno va bene così. Basta  guardare con quanta circospezione – da vero diplomatico – si invita a metter da parte la “noiosa” questione dei “diritti umani”. Mentre qui da noi ci si dà da fare per ridurli, a quale titolo andiamo a rompere le scatole in casa d’altri? Meglio: perché sollevare il problema se non dobbiamo (o possiamo) fargli guerra, ma solo convincerli a fare affari con noi?

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da Il Sole 24 Ore

Portiamo la Cina in Occidente

di Giampiero Massolo

 

La Cina ha i suoi problemi, oggi maggiori di uno o due anni fa. È consapevole dei propri punti di forza ma anche delle sue vulnerabilità. Lo dimostra il cambiamento di direzione che Pechino ha impresso al modello cinese, finora trainato dall’export e fondato su una pesante sproporzione fra consumi e investimenti a scapito dei primi, in un contesto di semi-autarchia del proprio mercato finanziario.

Con l’adozione del XII Piano Quinquennale il Governo ha reimpostato il sentiero della crescita economica su tre nuove direttrici principali: espansione del mercato interno, attenzione agli aspetti qualitativi dello sviluppo e ruolo delle piccole e medie imprese.

Il radicale ripensamento non ha solo origini endogene. I leader cinesi devono tenere conto del mutato quadro internazionale. La governance economica internazionale è oggi duramente messa alla prova dalla crisi economica e finanziaria, mentre i mercati mondiali hanno crescenti difficoltà di assorbimento delle merci cinesi. A ciò si aggiunga la problematica necessità di assicurarsi fonti stabili di approvvigionamento energetico e di materie prime per sostenere lo sviluppo interno.

Tutto liscio, dunque, con una Cina destinata rapidamente a diventare quel grande partner, aperto e più impegnato nella nuova governance mondiale, e a condividere di quest’ultima onori e oneri? Chiaramente no. Un dato desta particolare impressione: le lost business opportunities dovute alle barriere normative, solo nelle commesse pubbliche cinesi, ammontano al valore dell’intera economia della Corea del Sud. Ciò senza soffermarci sulle problematiche della proprietà intellettuale e dell’accesso al mercato degli appalti, né sulla qualità dei prodotti interni, l’efficienza dei servizi bancari. È quanto emerge dall’XI edizione dell’European business in China position paper realizzato dalla Camera di commercio europea in Cina.

E allora? È giunto il momento di imparare a corrispondere in modo maturo alla ricerca di partnership della Cina, che ha bisogno d’instaurare collaborazioni solide con gli Usa e con la Ue. Questa partnership si sostanzia anche nell’elevata qualità e negli standard di eccellenza che l’imprenditoria italiana ed europea sono in grado di offrirle, in modo compatibile con il XII Piano Quinquennale, per apportare un contributo cruciale alla sua realizzazione.

Il rapporto Ue-Cina e quello Italia-Cina vanno dunque impostati sulla base di un’agenda globale che comprenda non solo tematiche bilaterali, ma anche i principali dossier internazionali e quelli legati al “fall out” della globalizzazione.

Una premessa necessaria è liberarsi da intralci ormai anacronistici, superando – pur con le dovute cautele negoziali – le rigidità che ostacolano la concessione a Pechino dello status di economia di mercato e ripensando l’embargo sulle armi in cambio, rispettivamente, di misure di autentica apertura economica e commerciale e di un atteggiamento responsabile sulla scena internazionale.

La stessa problematica dei diritti umani va inserita in un contesto più ampio, che sia ispirato dalla fiducia nella comprensione reciproca e nella dialettica, anche franca, basata sullo scambio di esperienze e di culture, evitando un approccio solo inquisitorio.

Sarebbe imperdonabile, per l’Europa, lasciare agli Usa il ruolo di partner primario della Cina, peggio ancora arrendersi a prospettive, peraltro illusorie, di un G-2 Usa-Cina cui delegare la nuova governance mondiale. Occorre, al contrario, che l’Unione europea assuma un ruolo forte nel “triangolo”, sviluppando con gli Usa una strategia che faccia appello a un senso di responsabilità comune e di oneri condivisi.

Da parte italiana – lo dimostra la visita a Pechino del ministro Frattini nel luglio scorso – la strategia di costruzione di un rapporto strategico con la Cina su queste linee è in pieno corso di realizzazione, dalla visita dal Presidente Napolitano nell’ottobre 2010 alla missione del Vicepresidente Xi Jinping in Italia del giugno scorso, a quella del Primo ministro Wen Jiabao dello scorso anno, che ha dato avvio al Piano di azione bilaterale per il triennio 2010-2013.

L’Italia, come mi è stato ripetuto anche in occasione di una recente visita a Pechino, è vista come un partner costante nel tempo (il Comitato governativo Italia-Cina nacque nel 2004), diventato prezioso per concorrere al perseguimento dei grandi obiettivi strategici, in parte diversi ma sempre complementari, di tutti gli attori in gioco.

La difesa della trasparenza e della parità di trattamento nei mercati, il principio di una concorrenza equa e la promozione dei nostri interessi imprenditoriali in Cina ben rientrano nel disegno complessivo di consolidamento di una partnership a tre angoli, Ue-Usa-Cina, in cui l’Italia ha tutto lo spazio che si è finora conquistata e che deve continuare a coltivare.

Giampiero Massolo è il segretario generale del ministero degli Esteri

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