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Azionisti e correntisti pagheranno le crisi delle banche

 

Alla fine l’accordo sull’”unione bancaria” è arrivato, con compromessi evidenti e cedimenti da entrambe le parti. La novità principale, fuori da ogni retorica, è l’istituzionalizzazione del meccanismo di salvataggio chiamto “bail in”, adottato per la prima volta nel caso della banche di Cipro.

 

In pratica, a rispondere delle perdite delle banche saranno chiamti in prima istanza gli azionisti della banca stessa, quanti hanno incautamente comprato eventuali obbligazioni emesse da quell’istituto e infine i titolari di conti correnti al di sopra dei 100.000 euro (cifra “garantita”, per ora, dalla legislazione europea).

 

Soltanto dopo questa prima “tosatura” interverranno i meccanismo “pubblici” concertati dai paesi dell’Unione Europea, ovvero: un fondo di risoluzione da istituire, finanziato in parte col contributo delle banche private, e un “paracadute finanziario” da utilizzare nel frattempo.

 

L’obiettivo dichiarato è quello di evitare che gli Stati debbano riempire con soldi pubblici le voragini che si aprono nelle banche (il meccanismo chiamato “bail out”). Del resto, nella crisi finanziaria iniziata nel 2008 (col clamoroso fallimento di Lehmann Broothers), in soli tre anni i paesi della Ue hanno speso circa 4.000 miliardi di euro per sostenere il settore bancario e assicurativo.

 

Il fondo verrà costruito nel tempo, per compartimenti inizialmente solo nazionali, crescendo del 10% ogni anno per i prossimi dieci anni. Nello stesso tempo, un po’ per volta, questi “compartimenti” verranno messi in cmune tra i paesi aderenti all’accordo.

 

Chiamare “storico” questo accordo, come ha fatto il ministro italiano dell’economia, Saccomanni, è insieme giusto ed esagerato. Un fondo che vedrà effettivamente la luce piena solo fra 10 anni rischia in ogni momento di essere scavalcato da eventi imprevisti. Diciamo che è stato affermato un principio “comunitario” e un impegno a far fronte alle crisi tutti insieme. Insieme alla partenza della vigilanza bancaria affidata alla Bce, invece che alle banche centrali nazionali, inizialmente solo sugli istituti di credito “di interesse sistemico”, questo accordo forma un quadro meno aleatorio di gestione delle crisi.

 

Il problema che resta aperto è però proprio la crisi.

 

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