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Salvate il soldato Renzi dalla Germania “nemica”

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Il “grande malato d’Europa” è ora la Germania. Almeno secondo la stampa padronale italiana impegnata nel sostenere il proprio governo – in senso letterale: comprato e pagato – che ha prsentato all’Unione Europea una legge di stabilità che ben poco può soddisfare i parametri rigidi imposti dai trattati.

Il “buco” principale è dato dalla levitazione del rapporto deficit/Pil dal programmato 2,2% a (quasi) il 3. In questo modo “saltano fuori” 11 miliardi da destinare alla detassazione delle imprese (promesso un taglio dell’Irap da 6,5 miliardi; e c’è da ricordare che con questa tassa si finanzia la sanità pubblica, che dovrà perciò essere ridimensionata in proporzione) ed altre spese senza le quali non solo non si potrà rivedere alcuna “crescita”, ma ci si avviterebbe senza soste nella recessione.

Detto fra noi, è più che dubbio che questa mossa da “finanza creativa” di stampo tremontiano possa avere effetti reali sull’economia. Il plauso degli industriali di casa nostra è conseguenza della solita pretesa dei “sanfedisti” italiani: abbassate il costo del lavoro, fateci trattare i dipendenti come schiavi, dateci commesse pubbliche, toglieteci le tasse e poi galopperemo. In questo modo, certamente, possono aumentare i profitti di breve periodo (minori costi, anche a prezzi stabili). Ma di investimenti produttivi non si sente più nemmeno parlare, e ogni studente del primo anno impara che “senza investimenti non può crescere l’economia”. Peggio: comprimendo oltremisura il mercato interno – se i lavoratori dipendenti guadagnano meno, spendono meno; per un’industria generalmente di piccole dimensioni, in gran parte orientata al mercato nazionale, questo è un suicidio – si alimenta il processo di deflazione. Una rincorsa senza fine tra salari e prezzi, come negli anni ’70? Sì, ma in direzione opposta, verso il baratro.

L’ultima speranza è dunque il “piano Renzi”. Il jobs act è stato benedetto da Moody’s, agenzia di rating che (insieme a Standard&Poor’s e Fitch) ormai decreta la vita e la morte del debito pubblico e privato occidentale, orientando il capitale speculativo a caccia di “valorizzazione” senza fatica. E se un soggetto del genere “apprezza” una riforma, questa è certamente una jattura per chi dovrà subirla.

Il resto è affidato alla “trattativa” con la Commissione (il governo) dell’Unione Europea, che deve in questi giorni approvare questa legge di stabilità “creativa”, in cui l’unico fiore all’occhiello è la distruzione delle regole del mercato del lavoro.

I 10 miliardi stanziati per confermare l’elemosina degli “80 euro” sembrano quasi un impegno troppo gravoso per i bilanci. Tutto il resto (sgravio Irap a parte) è un pulviscolo di piccole misure e microtasse, oltre che di tagli feroci alla spesa. 500 milioni di “detrazioni” alle famiglie fanno quasi ridere (circa 20 euro a famiglia, in media); 1,5 miliardi per “universalizzare” l’assegno di disoccupazione (sufficiente, nei fatti, a coprire forse appena 150.000 persone); 1 miliardo per azzerare i contributi previdenziali pagati dalle imprese per i nuovi assunti, nei primi tre anni (aprendo un altro buco nei conti Inps); 1 miliardo per allentare il “patto di stabilità interna” con i Comuni; 1 miliardo per “stabilizzare” una parte dei precari della scuola (il governo giura che saranno 150.000, ma la cifra stanziata è troppo bassa); 1 miliardo per dare soltanto alle “forze di sicurezza” gli aumenti stipendiali che vengono invece negati – e da sei anni, ormai – a tutti gli altri dipendenti pubblici (si vede che per il governo attuale è più utile un poliziotto che non un professore…); 500 milioni per la proroga degli “eco-bonus” sulle ristrutturazioni degli immobili; 6 miliardi invece per il rifinanziamento delle cosiddette “spese indifferibili” (dal 5 per mille alle “missioni internazionali di pace”, Anas e Fs, ecc). Mistero fitto invece sull’operazione “Tfr in busta paga”, che preoccupa in egual misura le imprese (che perdono così una fonte di liquidità) e i lavoratori (che saranno costretti a scegliere tra un uovo oggi e una gallina domani, raschiando il fondo del barile).

Oltre ai miliardi “risparmiati” non rispettando la diinuzione del rapporto deficit/Pil, 13 miliardi dovrebbero arrivare dalla spending review, le cui voci più consistenti dovrennero riguardare la spesa delle Regioni (4) e la Sanità (2). Carlo Cottarelli, prima di tornarsene al Fondo Monetario Internazionale, consiglia di ridurre il numero dei Comuni, “premiando” finanziariamente quelli che accettano di fondersi. Il resto è speraindio, ovvero 3 miliardi dalla “lotta all’evasione fiscale”, con prevedibile incremento del “recupero crediti” e/o della spremitura dei contribuenti più deboli (vedi anche http://contropiano.org/politica/item/26895-genova-questo-stato-e-la-malattia-non-la-cura).

Il rischio di bocciatura da parte del commissario Jyrki Katainen, un pasdaran della ragioneria pura, è dunque piuttosto alto. Anzi: sarebbe certo se gli altri paesi, a cominciare dalla Germania, andassero a gonfie vele.

Così non è ed ecco perché i media padronali “pompano” la crisi tedesca come argomento per chiedere “meno austerità”. Per le imprese, naturalmente; solo i lavoratori dipendenti – precari o stabili che siano – dovrebbero secondo loro “pagare il conto” di una pasto mai fatto.

È stato persino trovato un “tedesco dissidente”, che ora impazza su tutti i giornali, grazie al suo libro che incolpa Merkel, Schaeuble e Weidmann di “far fallire l’Unione Europea”. L’ex leader dei verdi, Joshka Fischer, ha gioco facile nel denunciare l’”euroegoismo” dell’attuale establishment del Reichstag. Naturalmente lo fa dal punto di vista “europeista apolide”, incarnando le necessità di quel super-stato in formazione che rischia il collasso sotto le spinte centrifughe provocate proprio dall’atteggiamento “austero” di Berlino.

Di debolezze, il “modello tedesco” ne mostra ormai troppe. In primo luogo, grazie anche alla moneta unica, ha potuto massacrare le economie dei vicini fino a farne dei “conterzisti” con debolissimo potere contrattuale. Politica vincente nel breve periodo, ottusa nel lungo perché ammazza i partner e li fa sparire dal novero dei possibili clienti per le esportazioni.

Ci si aggiungono errori geopolitici clamorosi come l’avventura ucraina (che ha avuto proprio Berlino come primattore iniziale, poi scavalcato da Washington), che ha portato alla guerra economica con la Russia e quindi alla perdita – con le sanzioni – di un mercato di sbocco decisivo, anche in chiave di forniture energetiche.

I critici di oggi sottolineano – con notevole ritardo – che “in fondo” la crescita tedesca nel nuovo millennio non è stata niente di straordinario: appena l’1,1% annuo. Accompagnata però da un robusto crollo degli investimenti fissi (dal 22,3% al 17% del Pil), che accentua l’obsolescenza delle infrastrutture.

Insomma: tutto è tranne che una “locomotiva”.

Cosa non sarebbero disposti a fare, pur di “salvare il soldato Renzi”…

 

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