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La crisi? Stiamo correndo verso un nuovo botto

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Elaborare previsioni economiche è un mestiere complicato, quasi sempre smentito dai fatti. Un po’ come l’attribuzione di un rating a determinati titoli, si scivola facilmente dal pessimismo all’ottimismo e viceversa.

Anche i cinesi – notoriamente più rilassati nei confronti del tempo che scorre – hanno cominciato e dare giudizi (rating) sui titoli globali e a sfornare previsioni sull’andamento della crisi. La loro agenzia Dagong è meno considerata sui mercati, perché non statunitense come Standard & Poor’s, Fitch o Moodys; in compenso fin qui ci ha preso un po’ di più.

Il che, diciamolo subito, è preoccupante. Specie se dobbiamo analizzare le ultime sue previsioni, illustrate direttamente da Guan Jianzhong, numero uno dell’istituto cinese: “nei prossimi anni l’economia globale potrebbe scivolare in una nuova crisi finanziaria globale …peggiore perfino di quella del 2008”.

I primi a riprendere la notizia sono stati i giornalisti russi dell’Itar Tass, comprensibilmente grazie al miglior giudizio dato sull’economia di Mosca. “L’attuale crisi in Russia è stata causata dalle sanzioni dei paesi dell’Occidente, più che da fattori interni. Se invece guardiamo agli Stati Uniti e ai paesi dell’Unione europea, le loro crisi sono state provocate da fattori interni, e non esterni”. “Diversamente dalla Russia, la portata dell’erogazione dei crediti in queste economie ha ecceduto il potenziale della produzione di beni e ha creato una bolla”.

Difficile contestare l’analisi del recente passato. È universalmente noto che le banche centrali occidentali (ultima la Bce) hanno tamponato la crisi tramite “iniezioni di liquidità”. Ovvero con prestiti a tasso zero (o addirittura salvataggi diretti) indirizzati agli “investitori istituzionali”; vale a dire banche, assicurazioni, fondi di investimento.

In pratica hanno salvato i creditori, anche i più irresponsabili, facendo al tempo stesso la faccia feroce con i debitori (vediamo come viene tratta ancora adesso la Grecia, per esempio).

Un modello di “intervento statale nell’economia” tipicamente neoliberista, che non si cura minimamente promuovere investimenti diretti in attività produttive (strumento principe dell’impostazione keynesiana), ma si limita a riempire i buchi di bilancio dei creditori sperando che questi, prima o poi, ricominciano a prestare a imprese e famiglie (all’”economia reale”, insomma).

Fin qui non è avvenuto, se non in proporzioni assolutamente minime e quasi soltanto negli Stati Uniti. L’erogazione di liquidità ha dunque riempito le tasche degli amministratori delegati delle istituzioni finanziarie mentre svuotava quelle di contribuenti, utenti, debitori “deboli”. Sono aumentate le disparità, sono calati i consumi (tranne quelli “a debito”, come nota giustamente Dagong), creando una “bolla” che prima o poi non potrò che scoppiare. Com’è nella sua natura.
Perciò Guan Jianzhong prevede che “dovremo far fronte a una nuova crisi finanziaria globale nei prossimi anni. E’ difficile stabilire il momento esatto, ma ci sono tutti i segnali, come il crescente volume dei debiti e lo sviluppo incerto di economie di Usa, Ue, Cina e di altri paesi avanzati”.

Questa “crisi è stata trasmessa al mondo intero attraverso una politica di quantitative easing e l’utilizzo della stampa (di moneta)”. E non sembra esserci via d’uscita, a questo punto, perché un ritorno al “modello di crescita concentrato su consumi a credito potrebbe diventare fonte di una nuova crisi”.

“I paesi sviluppati, inclusi gli Stati Uniti e l’Unione europea, rimangono i principali consumatori. Ma questi paesi si sviluppano solo se c’è domanda di consumo, mentre il principale potenziale di questo consumo si basa su prestiti. Gli Stati Uniti, l’Unione europea e il Giappone stanno aumentando i consumi attraverso la crescita in accredito, il che rappresenta un rischio “, ha detto.
Anche alcuni paesi dei mercati emergenti hanno incrementato i consumi attraverso i crediti, negli ultimi anni, e l’economia globale è oggi basata su un modello che promuove il consumo attraverso fondi che verranno guadagnati solo in futuro”.

Discorso già sentito? Sì, ma Jianzhong sta parlando della finanza globale, non dei pensionati…

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