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Il petrolio come arma di guerra. Per ora scende…

I mercati finanziari crollano al seguito del petrolio, a sua volta bersaglio di un’ondata speculativa ribassista (si possono far soldi anche quando il mercato scende, se hai scommesso che scenderà e hai la potenza di fuoco necessaria a farlo scendere). Con il Wti ieri sera quotato a 26 dollari al barile sono state raggiunte quotazioni che non si vedevano dal 2002, quando cominciò la veloce corsa al rialzo (arrestatasi solo col crollo di Lehmann Brothers, nel 2008, e la temporanea paralisi dei mercati mondiali; ma intanto il prezzo del barile era arrivato a 147 dollari).

In teoria l’economia dovrebbe volare, con tanta energia a così buon mercato. Ma la teoria neoliberale ha un occhio solo e ci vede perciò malissimo: l’offerta sale e il prezzo scende, ma i compratori latitano. Soprattutto, aprendo un secondo occhio, si scopre che i venditori di greggio sono una parte cospicua degli investitori sui mercati finanziari. Il fatto che stiamo perdendo decine di miliardi a causa del prezzo dell’oro nero significa tanta liquidità in meno su quegli stessi mercati. Guardando ancora meglio, ci si ricorda persino che i produttori di materie prime . In questa divisione internazionale del lavoro – sono spesso anche gli acquirenti delle merci prodotte nei paesi industrializzati. Cosicché il circolo vizioso è bello che innescato: non sai più a chi vendere (avendo strozzato il mercato interno con i bassi salari, tagliando il welfare e finanziarizzando le pensioni), quindi non produci e dunque non compri (abbastanza) petrolio.

Poi c’è anche la speculazione, cero. Ma quella c’è sempre. È la natura originaria dei mercati finanziari, non un accidente di questi giorni.

Ma soprattutto c’è la guerra. Quella in atto, che minaccia di allargarsi, con il coinvolgimento diretto dell’Unione Europea. Ma su questo non pensiamo che, per oggi, sia possibile dire qualcosa in più dettagliato dell’ottima analisi di Alberto Negri, su IlSole24Ore.

Nel suo articolo, abbiamo evidenziato in grassetto-corsivo i passaggi decisivi.

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Il prezzo della nuova «guerra del petrolio»

di Alberto Negri

Ognuno fa la guerra come può: gli Usa e l’Occidente con i caccia, i jihadisti con il terrorismo, i Paesi petroliferi con l’oro nero. Il crollo dei prezzi è uno degli aspetti della guerra del Medio Oriente lanciata nel 2014 dai sauditi con la sovrapproduzione di oro nero per contrastare la concorrenza di produttori americani, canadesi e russi ma soprattutto per asfissiare l’economia dell’Iran, alleato di Bashar Assad, portabandiera del fronte sciita e storico rivale nel Golfo.

Riad aveva intuito da tempo che Teheran andava verso un accordo sul nucleare per farsi togliere l’embargo: affossare le quotazioni del greggio è la peggiore sanzione che poteva imporre a un altro Paese petrolifero, concorrente sul mercato e nemico sui campi di battaglia. Una strategia rafforzata dall’intervento militare di Putin a fianco del regime siriano nel settembre scorso.

I sauditi acquistano circa 80 miliardi di dollari di armi l’anno, in buona parte dagli Usa, ma non sanno usarle, come dimostra il fiasco della guerra in Yemen, però comandano il mercato del petrolio, sono dei grandi investitori e soprattutto hanno la protezione degli Stati Uniti che certamente non sono stati del tutto sorpresi dalle mosse della monarchia wahabita.

Quando durerà la guerra del petrolio? Per resistere i sauditi contano, oltre che sulle loro riserve di 650 miliardi di dollari, sui bassi costi di produzione intorno ai 2-3 dollari al barile, inferiori a quelli iraniani che secondo una recente dichiarazione ufficiale estraggono il loro petrolio a 5 dollari.

Le conseguenze di questa guerra sono devastanti. I mercati finanziari fotografano la realtà in corso ma anche le prospettive future. È chiaro che se la situazione economica si deteriora in Medio Oriente non saranno i moderati o i riformisti a prevalere ma i falchi. Quindi i pericoli di destabilizzazione invece di diminuire aumentano. Ma i prezzi dell’oro nero possono rimbalzare soltanto se la guerra si allarga alle rotte del petrolio nel Golfo.

In questo braccio di ferro dovrebbero godere i Paesi consumatori ma il crollo trascina i mercati al ribasso per un motivo brutale: i Paesi produttori di petrolio stanno bruciando le riserve e investiranno di meno. Non solo. Negli Usa si sta creando una bolla petrolifera legata alle società dello shale oil che lavorano con profitti sempre più bassi ma sono finanziate dalle banche: prima o poi i nodi verranno al pettine.

Ogni 10 anni l’Occidente scopre con stupore che il greggio è più vulnerabile alla politica che all’economia. «Il petrolio andrà a 5 dollari al barile?»: era questo il titolo, pieno di speranze, dell’”Economist” nella primavera del ’99. Il settimanale britannico sosteneva che le quotazioni dell’oro nero, allora a 10 dollari e in calo ormai da due anni, sarebbero scese inesorabilmente sui mercati mondiali. Un anno dopo il greggio era già salito a 35 dollari al barile e poi è schizzato fino a sfiorare i 150 dollari.

Pochi settori al mondo bruciano così drasticamente i pronostici su una materia prima che per molto tempo è apparsa insostituibile. Una risorsa al centro da un secolo di un intreccio indissolubile tra politica estera, sicurezza internazionale e mercati.

Fu una crisi politica quella che innescò il primo shock petrolifero durante la guerra del Kippur, quando le truppe egiziane attraversarono il canale di Suez per riconquistare il Sinai occupato da Israele nel ’67. E fu proprio l’Arabia Saudita, alla quale Stati Uniti ed Europa imploravano di aumentare la produzione, a decidere un embargo selettivo sulle esportazioni di petrolio per sostenere il presidente egiziano Sadat. In quattro mesi i prezzi del petrolio, da tre dollari al barile, quadruplicarono: era la fine di un’epoca, dell’età dell’oro nero a buon mercato.

Il secondo shock fu causato da un’altra crisi politica. Tra il 1979 e il 1980 quattro eventi straordinari sconvolsero il Medio Oriente, il mondo e i mercati: la rivoluzione iraniana con la caduta dello shah, la crisi degli ostaggi americani a Teheran, l’invasione sovietica dell’Afghanistan e l’esplosione della guerra Iran-Iraq. Alla fine dell’80, l’Arabian Light raggiunse il suo massimo storico a 42 dollari al barile. Una quotazione soltanto sfiorata quando nel ’90 Saddam Hussein invase il Kuwait. Ma non ci fu uno shock prolungato perchè i sauditi aumentarono la produzione per calmierare i prezzi.

Ricordare questi eventi del passato non è del tutto inutile. Allora i consumatori pagarono il “prezzo della paura”, il timore di un’instabilità inarrestabile nel Golfo. Ora si paga lo stesso prezzo ma alla rovescia: il crollo del greggio è il simbolo di un sistema fuori controllo dove l’irrazionalità prevale persino sugli interessi.

 

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