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Il Fmi “sorpreso” dai guasti creati dalla globalizzazione

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Ci sono molte cose ridicole, al mondo. Ma poche superano la faccia da culo dei componenti delle “istituzioni sovranazionali”. Maneggioni selezionati tra i servi più fedeli, manager giunti a fine carriera, politici decotti nei rispettivi paesi, ecc, che fingono di elaborare piani e ricette per “migliorare la situazione del mondo”. In realtà obbediscono a ordini, suadenti o perentori, e non hanno la minima idea di quel che accade; soprattutto non hanno la minima idea delle conseguenze innescate dalle ricette che loro stessi propongono.

Accade così che la principale arma finanzaria della globalizzazione – il Fondo Monetario Internazionale, mica pizza e fichi… – ammetta che il “libero commercio mondiale” non sia stato proprio tutto rose e fiori. L’algida direttrice del Fmi, la francese Christine Lagarde, famosa per un’intercettazione in cui giurava fedeltà eterna a Sarkozy, ha preparato il terreno per una prossima inversione di segno delle “ricette” proposte: "abbiamo pensato a un rapporto comune sulla globalizzazione già a ottobre, ancora ignari degli sviluppi politici oltreoceano", da cui emerge che "il commercio ha avuto effetti negativi su alcune tipologie di lavoratori e su alcune comunità".

Ma no?! E chi se n’era accorto… Certo, nessuno poteva onestamente prevedere che, aprendo contemporaneamente tutte le frontiere alla libera circolazione di merci e capitali (le persone no, quelle possono attendere che il capitale decida cosa farne…), si sarebbe creato un effetto “vasi comunicanti”, con alcuni che si svuotavano e altri che si riempivano, salari che crollavano e altri che salivano, profitti che esplodevano e produzioni che scomparivano…

Oddio, magari un idraulico ci sarebbe arrivato senza nemmeno doverci pensare, ma a un economista neoliberista, cresciuto alla scuola di Milton Friedman e Von Hayek, effettivamente, non poteva proprio venire in mente!

Comunque sia, ormai è fatta. L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, il cosiddetto “populismo” che sconquassa i vecchi sistemi politici europei, i rigurgiti reazionari e razzisti che si alimentano dell’impoverimento crescente del “ceto medio”, segnalano che il sistema – nel suo insieme – rischia di non tenere più. E quindi, cosa consigliano di fare, le teste fini dell’istituto di Washington?

Non ne hanno la minima idea, naturalmente… Tanto che nei loro think tank si fa strada persino qualche idea davvero poco coerente con l’impianto neoliberista: "stiamo facendo pressioni su molti Paesi perché aumentino i salari minimi" (dopo aver predicato per 25 anni la sublime efficacia del contrario), "non abbiamo ancora formulato un'opinione sul reddito di cittadinanza, ma la riflessione è in corso", anche se la speranza è riposta in “politiche attive per il lavoro” che facilitino il ritorno all'occupazione ma anche una rete sociale per proteggere chi è "esposto alla competizione".

Una speranza congelata immediatamente dal direttore generale del Wto, Roberto Azevêdo (altra “istituzione sovranazionale” di cui si è persa traccia, sotto la spinta alla guerra commerciale di tutti contro tutti), che insieme alla Lagarde riconosce che a "schiacciare i salari", per quanto fatale sia stato il libero commercio, "ha contribuito molto di più l'innovazione tecnologica".

Il rapporto presentato ieri a Berlino è dunque un guscio vuoto, che non dà alcuna indicazione su come iniziare a risolvere l’euqazione impazzita della disuguaglianza sociale crescente. Con autentico sprezzo del ridicolo, la povera Lagarde, a chi le chiedeva se c’era qualche esempio positivo di "politiche che accompagnino la globalizzazione”, ha indicato la Danimarca, che "combina in modo particolarmente efficace i principi del lavoro flessibile con meccanismi di disoccupazione efficienti e politiche per favorire il reimpiego".

Come diceva quella regina a chi le spiegava che il popolo chiedeva pane "dategli  delle brioches…". La stessa fine sarebbe meritata, anche in questo caso…

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