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“Nei secoli fedele”. Un documentario riapre il caso Uva

“Maledetta giustizia, maledetta” grida Lucia Uva, piange e grida. Alcuni operai hanno appena riesumato il corpo di suo fratello Giuseppe dalla nicchia nel cimitero di Varese dopo tre anni e mezzo di sepoltura da quella notte tra il 14 e il 15 giugno del 2008. Una riesumazione ordinata dal giudice per far luce sui veri motivi della morte dell’uomo, dopo che a processo era finito un medico – Fraticelli – accusato ingiustamente di aver causato il decesso con una dose eccessiva di farmaci sedativi.

Inizia così ‘Nei secoli fedele. Il caso Giuseppe Uva”, un documentario di Adriano Chiarelli e Francesco Menghini presentato in anteprima nazionale lo scorso 27 settembre in una sala del Cinema L’Aquila a Roma affollata ed emozionata.
Un’ora di immagini e testimonianze che tentano, per stessa ammissione di Lucia Uva – presente insieme a Patrizia Moretti e Ilaria Cucchi – di spingere il pm di Varese Agostino Abate a riaprire le indagini e a istruire un nuovo processo. “Sono contenta che la mia battaglia abbia contribuito a salvare un innocente, ma lo sapete quanto mi sono costati questi 4 anni in salute, in relazioni con la famiglia?” denuncia Lucia Uva al termine del documentario, affiancata dall’avvocato Anselmo. “Io voglio sapere chi ha ucciso mio fratello, voglio sapere cosa è successo quella notte in quella caserma dei carabinieri, e chi ha sbagliato deve pagare” ripete più volte.

Quella notte suo fratello e un suo amico, Alberto Biggiogero, brilli dopo aver bevuto qualche bicchiere di vino, si divertirono a spostare delle transenne per strada. Sul posto, chiamati da qualche cittadino disturbato dal rumore, arrivarono immediatamente i carabinieri, e dopo poche ore il quarantaduenne di Varese si spense dopo il suo ricovero coatto nel reparto psichiatrico dell’ospedale.

Durante il film Biggiogero – che la magistratura in quattro anni non ha mai sentito nonostante le accuse gravissime che l’uomo rivolge ai Carabinieri – ripercorre quegli eventi passo passo, ed elenca insieme ad Anselmo tutto ciò che finora è stato possibile sapere su quanto avvenne quel 14 giugno: le minacce di un carabiniere che conosceva Uva e lo chiamava per nome, le urla dell’uomo in caserma, le minacce dei carabinieri nei suoi confronti. Le lesioni e i lividi evidenti sul corpo del quarantaduenne quando viene mostrato alla sorella, i testicoli viola, i pantaloni pieni di sangue ‘ritrovati’ dopo anni dai fatti. E poi la perizia sul cadavere decisa a fine 2011 che evidenzia fratture e lesioni che parlano chiaro.

Di più non si sa, i carabinieri che lo arrestarono e quelli che lo ‘interrogarono’ in quella caserma non sono stati né indagati né interrogati, e il pm Abate non sembra intenzionato ad aprire un nuovo processo dopo l’assoluzione del medico Fraticelli. E il documentario di Chiarelli e Menghini – un “documentario di servizio” – vuole servire in qualche modo a riaprire l’inchiesta sequestrata da un pm duramente contestato da Lucia Uva e dall’avvocato Anselmo.
 
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