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Nazionalismo? La critica solitaria nel pallone

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Siamo sorpresi da come negli ultimi mesi, alcuni dei contributi prodotti dal nostro giornale suscitino discussioni e talvolta polemiche anche aspre. Raramente – permetteteci di dirlo – attente al merito delle questioni, spesso “agitatorie” senza costrutto.
Mentre si vanno spegnendo gli echi del post-15 ottobre, un recente e simpatico video di Contropiano sul come il capitalismo tedesco si stia avvantaggiando della crisi economica nei paesi Piigs (mixandovi dentro anche alcuni momenti della storica partita di calcio Italia-Germania del 1970, praticamente un cult), ha provocato irati commenti di alcuni (pochissimi) opinionisti da tastiera che hanno spammato alcuni liste di discussione suonando l’allarme: “Attenti al nazionalismo di quelli di Contropiano!”.
La conclusione del ragionamento “critico” è decisamente canonica, non sbagliata  in astratto, decisamente fuori luogo nello specifico: “Nessuno spazio per chi vuole trascinare il movimento operaio su carrozzoni nazionalisti, in compagnia di fascisti, leghisti e berlusconiani. Come abbiamo sempre detto: Il nemico è in casa nostra, i padroni e i loro governi”. Capperi!
Dobbiamo però ringraziare questi intransigenti custodi dell’ideologia per il loro intervento “a gamba tesa”, perché ci consentono di aprire un dibattito che qui e là è comparso in alcune liste di discussione (vedi marxiana) e che si affaccia – strumentalmente a nostro avviso – sulla stampa di destra e di centro-destra.

Partiamo da qualche domanda. Il capitalismo tedesco si sta avvantaggiando o no del processo di centralizzazione economica e politica in corso nell’Unione Europea?
Le scelte concrete operate dalla Bce e dall’Unione Europea hanno avvantaggiato i gruppi capitalistici tedeschi più degli altri?
Alcuni grafici ufficiali ci dicono che sì, l’introduzione dell’euro ha avvantaggiato i gruppi capitalistici tedeschi più di quelli francesi o dei paesi Piigs oggi sotto attacco, soprattutto nella bilancia dei pagamenti.

Un recente articolo di Contropiano sul crollo di fatturati e ordinativi delle industrie italiane, conteneva un grafico che mostra ancora più nettamente come con l’introduzione dell’euro sia aumentata nettamente la forbice tra la produzione italiana e quella tedesca.

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Non solo. Le recenti indicazioni dell’Eba (European Banking Authority) sul fatto che le banche italiane debbano ricapitalizzarsi di più di quelle tedesche e francesi perché hanno in cassa molti titoli di stato italiani – ritenuti “a rischio” assai più dei derivati di cui sono piene le banche tedesche e francesi – è leggibile come un aperto tentativo di ridurre il valore delle banche italiane, magari per poterle acquisire pagando un prezzo assai più basso. La vicenda Unicredit (con l’estromissione di Profumo e l’aumento dei poteri del presidente tedesco Dieter Rampl) dovrebbe insegnare qualcosa.
In conclusione alleghiamo un articolo di archivio  del Corriere della Sera (del 1993) e uno di oggi del sito economico Wall Street Italia che riporta un articolo del New York Times.

“Italiani chiudete quelle acciaierie”
“Basta con gli aiuti di Stato. Per uscire dalla crisi che l’ha colpita, l’industria siderurgica italiana dovrà contare sulle proprie forze, anche se ciò significa un taglio della produzione di nove milioni di tonnellate e una riduzione della manodopera probabilmente superiore alle diecimila unità finora indicate. Alla vigilia della presentazione, entro la fine del mese, dell’ennesimo piano di ristrutturazione dell’Ilva, la Germania manda a dire al governo italiano che non saranno più tollerate deroghe alle regole comunitarie, che anche il nostro Paese deve assumersi le sue responsabilità. Questo il duro messaggio lanciato da Ruprecht Vondran, presidente della Wirt schaftsvereinigung Stahl, la potente federazione dei produttori di acciaio tedeschi. Un messaggio che è condiviso dal governo di Bonn, che dovrà approvare nei prossimi mesi, insieme con quelli degli altri Paesi della Cee, un progetto di risanamento della siderurgia” (dal Corriere della Sera del 11 aprile 1993)
E’ quasi superfluo rammentare che nel 1994 l’Iri privatizzata e in via smantellamento venderà le Acciaiere Speciali di Terni alla tedesca ThyssenKrupp. Vediamo invece il secondo articolo di oggi.
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Tedeschi, basta con il lamento. L’euro vi ha portato fortuna
Roma – Di primo acchito la domanda sembra più che lecita: perchè i poveri lavoratori tedeschi dovrebbero accollarsi i problemi degli italiani o dei greci? Sono almeno due anni che questa domanda risuona nelle orecchie dei tedeschi, della cancelliera Angela Merkel e dell’Europa intera.
Ed è vero che per i non addetti ai lavori, tale interrogativo ha anche una sua ragione di essere. Non però per il New York Times, che in un articolo scrive le cose così come stanno, a dispetto dei piagnistei dei tedeschi e delle remore della Merkel: la verità è che, da quando è stato creato l’euro, il surplus commerciale della Germania e in generale la bilancia dei pagamenti, misurata come percentuale del Pil, sono balzati. Il deficit commerciale di altri paesi è invece balzato.
La prova è in un grafico che lo stesso New York Times pubblica e che non lascia spazio a dubbi (e che WSI allega).
E’ necessario fare qualche passo indietro e capire quanto i tedeschi hanno guadagnato con l’euro. Lo spiega e lo ripete il noto quotidiano newyorchese, nel suo articolo “Euro benefits Germany more than others in zone”, dunque: la Germania è quella che beneficia di più dell’euro rispetto alle altre economia dell’eurozona”.
La Germania ha infatti guadagnato innanzitutto in termini di competitività, e non solo “nei confronti degli altri paesi maggiormente avanzati, ma anche verso gli stessi altri membri dell’Eurozona”. La bilancia dei pagamenti tedesca, che prima versava in una condizione di “lieve deficit” è passata a una condizione di “forte surplus”, mentre a perdere in termini di competitività sono stati soprattutto paesi europeei che sono stati salvati, come Grecia e Irlanda. Idem per il Portogallo, che ha pagato anch’esso lo scotto di una minore competitività.

Insomma, secondo il New York Times, i tedeschi hanno poco di cui lamentarsi, visto che la loro bilancia commerciale non sarebbe così in salute come ora se al posto dell’euro ci fosse ancora il marco (che, ricordiamo, sarebbe tuttora più forte della lira italiana).
Non dimentichiamo poi che la Germania ha ricevuto diversi sussidi governativi, visto che molti flussi bancari si sono riversati nel paese: di fatto, molti flussi sono usciti dalle banche periferiche in quanto considerate poco affidabili nelle banche tedesche: e la stessa crisi dei Piigs ha portato gli investitori a fare incetta di titoli di stato tedeschi.
Quest’altro grafico mostra in modo incontrovertibile i flussi di depositi che le banche tedesche hanno ricevuto l’anno scorso, a spese delle banche dei paesi periferici.

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In questo secondo grafico emerge nettamente come i soldi dei paesi Piigs siano finiti nelle banche tedesche da quando l’euro è diventato la moneta ufficiale dell’area europea.
Vogliamo dunque far finta di niente e indicare ai lavoratori, ai disoccupati, ai precari che devono affrontare le terapie d’urto della Bce (apertamente ispirate dai grandi gruppi capitalistici tedeschi e dai loro partners francesi etc.), che tutto questo è irrilevante perchè il problema è sempre uguale, è sempre lo stesso, immutabile dal 1880 a oggi? Che il nemico è sempre e solo in casa nostra? Che ogni azione politica contro l’imperialismo rischia di farci diventare subalterni alla nostra borghesia (fino a giungere ad affermare che non bisognava fare la Resistenza contro i nazisti perchè ne avrebbe tratto vantaggio solo la borghesia italiana)? E come facciamo a spiegarlo, se il “nostro governo” è di fatto addirittura commissariato dalla Bce, dall’Unione Europea e dal Fmi? A meno che non si ritenga che il governo e la borghesia italiana siano entità a sé stanti in una fase di aspra ed estesa competizione globale tra i vari capitalismi e i vari poli imperialisti.
Ma affermare questo sarebbe davvero “nazionalismo”; anzi sarebbe congelamento dell’analisi, condannata al determinismo più totale e alla negazione dell’azione politica soggettiva dentro la realtà e i suoi mutamenti.
Noi abbiamo rispetto e affetto per tutti i compagni, anche per quelli che vivono da anni appartati dal mondo e sommersi dai libri nei loro scaffali. Ma se vogliamo provare a incidere dentro il conflitto di classe occorre stabilire un rapporto tra quello che c’è negli scaffali e quello che c’è fuori dal portone di casa.
La redazione di Contropiano

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