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Un regalo a Montezemolo, uno a tutti i padroni

Particolarmente gustosa la “norma Montezemolo”, che serve e “riparare il torto” fattogli da Sacconi nell’art. 8 della manovra d’agosto. Allora, infatti, per “azzoppare” il possibile ingresso in politica dell’ex amministratore delegato Fia, venne escluso il settore ferroviario dalla possibilità di deroga al contratto nazionale e alle disposizioni regolamentari concernenti la sicurezza.

L’altra ragione era che “Luca” aveva ottenuto da Cgil, Cisl e Uil un contratto aziendale per la futura Ntv (che ora farà concorrenza a Fs solo nel settore dell’Alta Voracità) estremamente di favore: 40% in meno sul costo del lavoro. La cosa insopportabile per Mauro Moretti (ex segretario della Filt Cgil, va sempre ricordato) e i suoi amici di governo era che gli stessi sindacati stavano in quel momento contrattando un accordo con Fs a ben altre condizioni, per quanto “a perdere” per i ferrovieri.

Un governo di tecnici con la mentalità da straccioni clientelari, come il precedente, ma con più capacità di trovare il cavillo per soddisfare gli appetiti degli amici, alleati, sostenitori, ecc.

 

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Fanno i furbetti dell’articolo 18

Tutti contro la «bozza sulle liberalizzazioni». L’Usb: il 27 gennaio sciopero generale

Francesco Piccioni
Certi pasticci eravamo abituati a vederli cucinare da un Sacconi o un Brunetta, ma risultano sorprendenti se associati all’immagine che il governo dei «professori» vorrebbe dare di se stesso. Parliamo della risibile «smentita» diramata da Palazzo Chigi mercoledì sera, quando nelle redazioni ha preso a circolare la «bozza sulle liberalizzazioni» che dovrebbe esser presentata a giorni (il 20, è stato detto) anche all’Europa.
Soltanto il Corsera l’ha presa per buona, e solo Luigi Bersani (Pd) – forse per dovere d’ufficio – si è rifiutato di commentarne il merito perché «non ragiono su bozze, se no ci sono solo discussioni virtuali che creano solo agitazione». Per tutta la giornata di ieri, invece, il governo ha compattamente taciuto, mentre in tanti si confrontavano sulla pioggia di misure anticipate nella bozza. E quindi deve essere «vera», anche se ovviamente «provvisoria».
La prima cosa che vien da dire è che non si capisce come possa un governo «tecnico» e «serio» buttar lì due articoletti furbetti che solo il peggior Pdl fin qui era riuscito a pensare. Parliamo dell’«eliminazione dell’obbligo di applicare i contratti collettivi di settore nel trasporto ferroviario» e, ovviamente, della non applicazione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori nelle piccole imprese che «si fondono» senza però raggiungere i 50 dipendenti.
A una lettura più attenta, la norma «ferroviaria» risulta decisamente deprimente. In pratica, «corregge» il famigerato art. 8 della «manovra d’agosto», quello che permette di stipulare accordi aziendali in deroga ai contratti nazionali e persino alle leggi vigenti. In quell’autentico «buco nero» per il diritto del lavoro in Italia veniva fatta un’eccezione: quelle «deroghe» non potevano essere ammesse nelle ferrovie. «Perché?», si erano chiesti anche i ferrovieri. E l’unica risposta plausibile era: in quel momento sembrava che Montezemolo stesse per «scendere in politica», ma aveva anche pronta – insieme a Della Valle – la Ntv (prima compagnia ferroviaria italiana, da tempo in attesa di partire); per cui aveva «strappato» un accordo aziendale che garantiva un costo del lavoro inferiore del 40% a quello che gli stessi sindacati stavano discutendo per il «contratto nazionale della mobilità», ovvero con Fs. Quell’eccezione dunque era un doppio schiaffo: uno a Montezemolo, l’altro a Cgil, Cisl e Uil.
Contro quell’eccezione si scagliò con inusuale durezza l’allora commissario antitrust Antonio Catricalà, ora sottosgretario alla presidenza del consiglio. Al punto da scrivere che «l’imposizione per legge di presunte maggiori tutele del lavoro ostacola la concorrenza» e riduce l’occupazione. Ora, dunque, i «tecnici» hanno ripristinato «parità concorrenziale» tra Fs e Ntv. Ovviamente al ribasso, sia per i lavoratori che – incredibilmente – per «l’osservanza della normativa regolamentare». Attendiamo di vedere un «competitivo» sorpasso in curva tra treni Tav, in spirito Ferrari…
Sull’art. 18, invece, la levata di scudi è stata generale. Al punto che anche Raffaele Bonanni – segretario generale Cisl – ha dovuto obiettare «non si capisce proprio che c’entra la modifica dell’art. 18 con le liberalizzazioni». Ma c’è una cultura «liberale» che considera la libera associazione tra i lavoratori come una «corporazione» di cui disfarsi. È il senso delle parole di Sergio Cofferati, ex sgretario della Cgil e ora parlamentare europeo «dissidente» del Pd che riscontra «un vero accanimento ideologico contro l’art. 18». Anche Stefano Fassina, responsabile economico del Pd pretende che le «norme sul lavoro» – compresa dunque la «reintegra» per licenziamento privo di giusta causa – siano tenute fuori dal pacchetto sulle liberalizzazioni» e lasciato alla «contrattazione tra le parti sociali».
Che sono state in genere un po’ più drastiche. La Cgil si è fatta sentire attraverso un «twit» di Fulvio Fammoni. Mentre l’Usb, tramite Fabrizio Tomaselli, parla di «attacco corrosivo» e «sotterfugio» per poi «attaccare le condizioni di lavoro». Ma qui c’è anche una risposta di mobilitazione: lo sciopero generale indetto dal sindacalismo di base per il 27 gennaio, con manifetazione nazionale a Roma.
Durissimo Maurizio Landini, segretario generale della Fiom. «Il sindacato deve chiedere l’immediato ritiro del provvedimento; se non è così, viene messa in discussione la trattativa sul mercato del lavoro. È un modo truffaldino di mettere le mani sull’art. 18 di chi non vuole affrontare i problemi veri: la precarietà, l’estensione della cassa integrazione e delle tutele, fino al reddito di cittadinanza. Soprattutto, c’è bisogno di creare lavoro; serve un piano straordinario di investimenti, pubblici e privati. Si potrebbe partire dalla defiscalizzazione della riduzione dell’orario di lavoro e della redistribuzione dell’orario e del lavoro». Se c’è crisi, come fanno anche in Germania, si può lavorare un po’ meno e tenere al lavoro più persone.

da “il manifesto”

«La storia dei 50 dipendenti? Una sanatoria bella e buona»

«Fin dagli anni Settanta le imprese restano piccole ma si collegano tra loro, per non applicare la tutela. Ricordo i tre fratelli dei flipper»
Antonio Sciotto
«La riforma annunciata non è altro che un regalo ai furbetti, una vera e propria sanatoria». Il giuslavorista Piergiovanni Alleva, da anni nella consulta giuridica della Cgil, smonta la modifica dell’articolo 18 ipotizzata dal governo Monti. Oggi quella tutela non si applica sotto i 15 dipendenti: ebbene, per spingere le imprese a crescere di dimensioni, l’esecutivo vorrebbe permettere che la non applicazione del 18 fosse estesa anche alle piccole aziende che si fondono tra loro, e che pur superando l’asticella dei 16 dipendenti, non vadano però oltre i 50.
Il meccanismo quindi non vi convince?
Dico innanzitutto che a me pare una sanatoria per i furbi. E mi spiego. Già da anni esiste, ed è almeno vecchia quanto lo Statuto dei lavoratori, la possibilità di aggirare l’articolo 18 creando tante piccole aziende sotto i 15 dipendenti collegate tra loro. Ricordo negli anni Settanta tre fratelli che costruivano e vendevano flipper: uno costruiva gli chassis in legno, e perciò inquadrava i lavoratori nel contratto del legno; l’altro si occupava dei meccanismi, e perciò era metalmeccanico; e il terzo infine li vendeva, dunque contratto del commercio. Tutti rigorosamente sotto i 15 addetti.
Sembra la storia dei tre porcellini…
Sì, è un fenomeno diffusissimo ancora oggi. Anzi spesso si verifica che una impresa si scinde in due, separando gli operai dagli impiegati, così che almeno una delle due scenda sotto i 15 dipendenti. Allora perché questa norma? Beh per fare una sanatoria, per dire ai furbetti che adesso sono autorizzati: d’altra parte ultimamente la giurisprudenza stava cominciando a non tollerare più questi aggiramenti, quindi tagliamo la testa al toro e contenti tutti.
Ma se io faccio fondere una impresa di 30 dipendenti, a cui l’articolo 18 si applica, e una da 10, come ci si regolerà con i lavoratori della prima? Perderebbero l’articolo 18?
Non si può dire ancora cosa succederebbe, visto che siamo allo stato delle bozze. Io però voglio interpretarla al grado minimal, quello più accettabile e logico: cioè che nessuno perda i diritti acquisiti, che tra l’altro era l’impegno di Monti al suo insediamento. Perché se addirittura si togliesse l’articolo 18 a chi ce l’ha, in forza di una fusione di aziende, andremmo anche contro la Costituzione.
E cosa succederà ai nuovi assunti in una impresa scaturita da una fusione? Entrando in una azienda sopra i 15 dipendenti, non dovrebbero lecitamente aspettarsi di godere dell’articolo 18?
Certo, e qui infatti si aprirebbe un altro problema. Ma più in generale, pensiamo anche come si possa sentire un imprenditore che ha sempre avuto una ventina di dipendenti, e che quindi ha visto applicarsi l’articolo 18, di fronte a un altro che ha fuso due aziende e adesso ha 48 dipendenti, ma non applica quella tutela. La vedrà come un’«ingiustizia», potrebbe anche aprire un contenzioso per discriminazione. E insomma, per dirla tutta, io ci vedo una prima crepa per togliere tout court l’articolo 18 sotto i 50 dipendenti, in un prossimo futuro.

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