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Mercato del lavoro. I fumogeni di Fornero

Tutto è già deciso, ma bisogna dare l’impressione che ci sia una “trattativa” vera con i sindacati complici. Di modo che possano presentarsi, alla fine, dicendo che hanno accettato questo e quello per “salvare il paese”, ma “hanno vinto” su qualcosa che non solo non ci hanno mai fatto discutere, ma nemmeno detto.

E’ l’espropriazione totale della condizione di lavoro. Cgil, Cisl e Uil pretendono ormai di “rappresentare il lavoro” senza alcuna dialettica reale con i lavoratori concreti. Come un avvocato che ti “rappresenta” in un processo cui tu non vieni invitato a presenziare, anche se alla fine la sentenza – qualunque essa sia – rigurda te, mica l’avvocato.

Tutto aviene senza alcuna pubblicizzazione. Di cosa si è parlato nell’incontro di palazzo Chigi? Secondo i “complici”, di riduzione a un anno di tutti gli ammortizzatori sociali (resterebbe solo la cassa ordinaria, per gli eventi “temporanei”), sostituiti da un’idea di “reddito minimo” per il quale però il governo ammette di non avere i soldi. E quindi verrebbe sostituito con nulla, magari un pasto gratis alla Caritas (è la logica della sussidiarietà, bellezza!).

Ma anche di “contratto sagomato al ciclo di vita”, formula vaga che include l’individualizzazione del contratto, magari rimodulato secondo lo schema delle “garanzie crescenti” con l’età (il modello di Ichino, insomma), ma senza più l’art. 18. La stessa Fornero ha detto infatti che, se dipendesse solo da lei, opterebbe per “soluzioni radicali”.

E di “contratto unico di ingresso”, ovvero un apprendistato triennale senza alcuna tutela (al massimo un indennizzo proporzionale al periodo lavorato fino al licenziamento).

Non è proprio così, dice la Fornero alzano la nebbia. Nulla è scritto e tutto è da discutere. Ma, a leggere bene, conferma tutto. L’articolo qui di seguito, da “il manifesto” non lascia molto spazio all’interpretazione. Lo schema sembra chiaro: il governo indica “le riforme” che vuole fare, i sindacati dicono di non essere d’accordo ma di essere disposti a “trattare”, la “trattativa” si fa via telefono (o addirittra vi amail, come proposto dalla Fornero!) senza far sapere niente a nessuno, infine il governo – come per le pensioni – fa quel che vuole e i tre segretari generali rilasciano interviste in cui si dicono dispiaciuti di quel che è avvenuto. Fine della contrapposizione, ciucciatevi la riforma.

Per fotuna, ripetiamo, venerdì c’è un primo sciopero generale. Primo, perché non pensiamo che basterà una sola mobilitazione, per giunta dei soli sindacati di base (nemmeno tutti purtroppo), a far cambiare il clima in questo paese. Ma si comincia. Può essere il primo sasso che mette in moto la valanga. Vogliamo che sia questo. Lavoriamo perché diventi questo.

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I fumogeni di Fornero

Francesco Piccioni

La finta marcia indietro del giorno dopo. Ormai è una costante di molti ministri, in piena continuità con il governo precedente. Certo con meno protervia, ma altrettanta – pessima – intenzionalità. Sottoposta per tutta la mattinata, dovunque sia andata, a un fuoco di fila di domande sull’«eliminazione della cassa integrazione», il «contratto unico», le risorse finanziarie necessarie per il «reddito minimo», ecc, la ministra del welfare Elsa Fornero ha scelto come difesa la cortina fumogena.
Vediamo le nuove dichiarazioni sui singoli punti. «Nel documento non c’è l’espressione ‘vogliamo togliere la cassa integrazione’. C’è invece l’impostazione di un percorso di riforma degli ammortizzatori sociali che vedremo dove condurrà». Quindi «era del tutto prematuro parlare di soppressione della cig e in ogni caso sappiamo che il 2012 sarà un anno difficile, nel quale non potremo fare grandi innovazioni». Secondo logica, dunque, per quest’anno non si può fare, ma…
Che in realtà a questo si stia pensando è stato confermato dalla stessa ministra, in via indiretta. «La flessibilità in uscita è stata utilizzata per mandare in pensione gente giovane, questo non si può più fare». Parla dei prepensionamenti, utilizzati per risolvere molte crisi aziendali tramite il rosario dei vari ammortizzatori. La ministra si è detta «colpita» dal fatto che «in Italia un lavoratore con poco più di 50 anni è considerato perso dal mercato, non più utilizzabile». Accorciare il periodo coperto dalla cig, insomma, costringerebbe il singolo lavoratore a tornare su un «mercato» che però – non certo per sua indisponibilità – lo rifiuta in quanto «vecchio». Ma non più pensionabile.
Salario minimo garantito. È l’istituto che, secondo quanto riferito dai dirigenti sindacali presenti all’incontro di lunedì, dovrebbe sostituire la cig straordinaria, quella in deroga e anche la mobilità. Di durata imprecisata, ma certo molto inferiore (anche quanto ad assegno erogato) rispetto agli ammortizzatori oggi in vigore. «Abbiamo molti vincoli finanziari», quindi parlare di questo è «assolutamente prematuro». E due.
Un po’ troppa modestia e incertezza, insomma, per un governo di tecnici e decisionisti, che hanno caricato sulle proprie spalle il compito di «fare riforme strutturali in tempi rapidi». Specie se, come la ministra stessa ha ripetuto, la questione del mercato del lavoro si deve risolvere «in 3 o 4 settimane». Ma proseguiamo.
Contratto sagomato sul ciclo di vita. Fornero parte dalla «numerosità» dei contratti atipici, che andrebbero sfoltiti tenendo soltanto «quelli che ci (a chi?, ndr) servono». Perché questa giungla «anziché includere, segmenta, tratta in maniera eccessivamente differenziata diverse categorie di persone». Ma il «contratto sagomato», che cambia a seconda dell’età del singolo lavoratore, realizza qualcosa di peggio della «frammentazione»: ossia l’individualizzazione totale, così che in nessun posto, virtualmente, ci saranno due dipendenti con gli stessi interessi immediati. Unica speranza: un’idea del genere è quasi impossibile da realizzare, nella vita pratica.
Molto seccamente, il segretario della Cgil Toscana, Daniele Quiriconi, ha fatto due conti: «Se si applicasse la ricetta Fornero in Toscana (regione con il Pil pro capite tra i più alti del paese, ndr) ci sarebbero 15.000 disoccupati in più». Un calcolo basato su informazioni concrete, al contrario dell’ideologia sparsa a piene mani sulle «misure per i giovani». E corroborato da Carla Cantone, segretaria generale dello Spi Cgil: «I problemi dei giovani non si sono dissolti nell’aria con la riforma delle pensioni, ma si risolveranno solo attraverso un piano per l’occupazione, perché senza un lavoro oggi non ci sarà nessuna pensione domani».
È la stessa opinione manifestata ieri dai precari dell’Istat, terza stazione del peregrinare della ministra, che hanno issato uno striscione con su scritto «precarious we stand». Strappandole un «mi state a cuore, questa è la mia preoccupazione» che sa tanto di mezza lacrima. Prima della mazzata.

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da Repubblica

La flex senza security

di CARLO CLERICETTI

Altro che articolo 18. Il documento letto ai rappresentanti delle parti sociali 1 dal ministro Elsa Fornero fa intuire che l’intenzione del governo sarebbe di agire ben più pesantemente sull’organizzazione del mercato del lavoro. Dopo tutti i discorsi sulla flexsecurity, la flessibilità anche nei licenziamenti ma compensata da una rete di sicurezza per chi perde il posto, l’esordio di ieri propone di realizzare subito la prima parte, mentre la seconda sarebbe rinviata a tempi indefiniti.

 

Il documento, dopo la riunione, è stato “degradato” ad appunto di lavoro del ministro, perché i sindacati non hanno gradito il metodo proposto, per la verità senza precedenti. Il documento è stato solo letto dal ministro, ma non consegnato alle parti sociali, perché, ha spiegato, l’intenzione è di avviare un dibattito per via telematica. Una procedura seguita in altri paesi europei, ma per l’Italia una novità assoluta. Ma non è stato tanto quello il problema sollevato dai sindacati, quanto il fatto di voler iniziare una trattativa sulla base di un documento già strutturato, che  –  osservano  –  dovrebbe essere piuttosto un punto di arrivo. “Per noi ha detto Susanna Camusso  –  si parte dall’agenda e non dai contenuti già predeterminati”.

Ma tra i contenuti enunciati dal ministro soprattutto uno ha provocato reazioni negative: la proposta di abolire la cassa integrazione straordinaria (Cigs). “Tutte le parti sociali hanno detto che questa cosa non è fattibile”, ha specificato Camusso calcando la voce sul “tutti”. E infatti anche  la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha osservato che “Non si può toccare ora la cassa integrazione, perché il 2012 sarà un anno di forti ristrutturazioni”.

Per capire l’importanza di questo punto bisogna ricordare a che serve la Cigs. Le aziende che vogliono ridurre l’impiego di manodopera possono ricorrere alla cassa integrazione ordinaria se ritengono che le difficoltà siano superabili e limitate nel tempo, come una diminuzione degli ordini causata da un rallentamento dell’economia o la necessità di procedere a rstrutturazioni. Se invece ritengono di avere di fronte un problema strutturale  –  mutamento del mercato, perdita di competitività  –  ricorrono alla Cigs, che è in pratica un quasi-licenziamento. In altre parole, la Cig prefigura un ritorno in azienda in tempi definiti, mentre la Cigs  –  pur non recidendo del tutto il legame con il lavoratore  –  significa che questo rientro sarà molto difficile, ancora possibile se l’azienda riuscirà a superare i suoi problemi, ma non probabile.

La Cigs dura 18 mesi, durante i quali si percepisce l’80 % della retribuzione, ma con il limite massimo di 800 euro al mese. Finito questo periodo si entra “in mobilità”: le speranze di riprendere il lavoro precedente sono ormai svanite e c’è un altro periodo di tempo  –  in linea di massima un altro anno  –  per trovarne un altro, con un’indennità ancora più ridotta.

La Cigs serve all’azienda, perché dal momento in cui i lavoratori vengono presi in carico da questo istituto non ne sostiene più il costo; e serve ai dipendenti perché non restano disoccupati da un giorno all’altro. In Italia questo è praticamente l’unico ammortizzatore sociale, visto che l’indennità di disoccupazione è praticamente inesistente.

Nel documento letto dal ministro si parla di sostituire la Cigs con “indennità risarcitorie”: significa che ai licenziati verrebbe data una certa somma , presumibilmente alcuni mesi di stipendio. Un bel misero paracadute, tenuto conto delle difficoltà di trovare un nuovo lavoro e che le retribuzioni italiane sono per lo più basse. L’intenzione sarebbe poi di offrire un “sostegno al reddito” a chi ha perso il lavoro, cioè di garantirgi un sussidio di disoccupazione che gli permetta di sopravvivere: ma le risorse che sarebbero necessarie per finanziarlo al momento “non sono individuabili”. Quindi questa misura sarebbe inserita nella riforma ma prevedendo “un’applicazione dilazionata”. Detto in chiaro: intanto stabiliamo che si licenzia; per la sopravvivenza di chi perde il lavoro si vedrà.

Quali sarebbero state le conseguenze se queste nuove norme fossero state in vigore dall’inizio del 2011? Semplice: avremmo 340.000 disoccupati in più, considerando i 190.000 lavoratori in Cigs e i 150.000 che usufruiscono della cosiddetta “cassa in deroga”. Il numero complessivo sarebbe balzato da 2.142.000 a quasi due milioni e mezzo e il tasso di disoccupazione sarebbe aumentato di quasi il 16%, arrivando a sfiorare quasi il 10% (9,965) della forza lavoro, mentre adesso (dati di dicembre) si attesta all’8,6%.

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