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Art. 18, l’ora del sotterfugio

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Grandi manovre confindustriali e governative per ottenere lo scalpo dell’art. 18. Ora si cercherà di svuotarlo attraverso un cavillo giuridico (da inventare), che dovrebbe permettere alle imprese di licenziare infrangendo la legge ma di ottenere poi il risultato grazie al “metodo Ghedini” (portare il processo in prescrizione).

 

Articolo 18. Il fumo e l’arrosto dietro i «tempi lunghi della giustizia»
Francesco Piccioni

Il governo continua a ripetere la formula magica: «non è preminente, ma non è un tabù». E non serve avere sei lauree per leggere tra le righe: «ci proveremo e pensiamo di poterlo fare in qualche modo». Sull’articolo 18 Confindustria sembra avere abbassato i toni – anche per le dichiarate differenze interne agli industriali – ma qualcosa si sta muovendo. Invece dell’attacco frontale («cancelliamolo») sembra aver conquistato terreno un’ipotesi più bizantina e leguleia: «dare certezze alle imprese sulla durata e l’impatto economico dei contenziosi sui licenziamenti».

La lamentela è esplicita: da quando il datore di lavoro mette fuori un dipendente a quando un giudice decide – eventualmente – «la reintegra» possono passare anni. E naturalmente, in caso di sconfitta, l’azienda deve pagare stipendi arretrati, contributi, in qualche caso anche i danni.
Come si risolve questo problema, che Cgil, Cisl e Uil hanno riconosciuto come una questione da affrontare? La prima idea, proveniente da Confindustria, ipotizza «una durata massima dei processi», accompagnata oppure no da un «tetto» all’ammontare del risarcimento. I giuslavoristi di parte sindacale si fanno una prima domanda, molto secca: «che accade una volta scaduto il termine massimo?». Il lavoratore resta licenziato e quindi incassa soltanto un risarcimento (oltretutto decurtato a seconda del «tetto» che dovrebbe venir fissato), oppure rientra in azienda con tutti i diritti attuali (stipendi arretrati e contributi), escludendo il «di più» che un giudice può decidere (interessi e danno esistenziale)?
Nel primo caso, la proposta è un volgare sotterfugio per aggirare l’art. 18 e ricalca pari pari quel che Confindustria aveva già messo sul tavolo: risarcimento senza reintegra. Agli avvocati dei padroni, infatti, sarebbe sufficiente adottare il «metodo» dei difensori di Berlusconi, portando a «prescrizione» tutte le cause. Nel secondo caso, se ne potrebbe forse discutere, ma il guadagno (per le imprese) non sembra grandissimo. Impossibile che dei sindacalisti di lungo corso, come i tre segretari generali, non siano consapevoli di tutte le implicazioni di un intervento del genere che sia anche estremamente preciso del definire la risposta a questa prima domanda.
La seconda idea è riconosciuta come di difficile applicazione anche dalla stampa confindustriale. Si tratterebbe infatti di ridefinire il concetto stesso di «giusta causa», che non riguarda esclusivamente l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori ma – ad esempio – l’art. 2119 del codice civile, che riguarda in generale la possibilità di recedere dai contratti. Insomma, il rischio è quello di creare un buco giuridico nel bel mezzo di problemi che riguardano non solo o non tanto i rapporti tra imprese e lavoratori, ma in generale quelli tra «contraenti» di un contratto qualsiasi (es. tra azienda e fornitori).
Attualmente, la «giusta causa» è riscontrata da un giudice mediante descrizione dei comportamenti messi in atto sia dal lavoratore che da quel «sorvegliante» per conto dell’impresa che denuncia un’infrazione così grave da non poter essere soltanto «sanzionata» con le misure previste da contratto di lavoro e regolamento aziendale. Ognuna delle parti può produrre testimoni, e i tempi si allungano perché ognuno – legittimamente – fa di tutto per dimostrare di aver ragione. In pratica, un licenziamento è possibile soltanto in casi gravissimi e incontestabili anche sul piano giuridico (un danneggiamento ripreso dalle telecamere, una rissa, minacce personali, ecc).
I giuslavoristi avvertono anche che di cause per violazione dell’art. 18 ne vengono celebrate in realtà pochissime. Proprio perché le norme sono – per riconoscimento unanime – «ben scritte», chiare e non equivocabili. Quindi le aziende preferiscono non percorrere questa strada, che di solito non porta loro risultati apprezzabili.
La terza via di «scasso» dell’art. 18 viene infine dal «contratto unico di ingresso», che non lo prevede attivo per i primi tre anni di lavoro del neoassunto. Sul piano pratico, significa consegnare all’impresa per tre anni un dipendente «docile» perché ricattabile: è per lui rischioso scioperare, chiedere il rispetto delle norme di sicurezza o dei ritmi di lavoro, iscriversi a un sindacato «sgradito». Sul piano giuridico, è il solito effetto «eccezione». Una volta introdotta, viene meno l’ostacolo di principio e si può procedere con le varianti. E i tre anni iniziali possono diventare tanti di più…

da “il manifesto”
Il Sole 24 Ore di stamattina, invece, sponsorizza in pieno tutti i possibili sotterfugi che – al “tavolo” – saranno proposti da governo e imprese, con la benevola “comprensione” dei sindacati confederali. A partire dall'”arbitrato” e dalla “conciliazione irrituale” introdotti nel “collegato lavoro” di Sacconi. In pratica, una condizione che il lavoratore dovrebbe sottoscrivere all’atto dell’assunzione, rinunciando a ricorrere al giudice in caso di licenziamento. Un po’ come le “dimissioni in bianco” che le aziende spesso chiedono alle donne di firmare per “assiscurarsi” dall’eventualità che le dipendenti restino incinte.

Fornero rilancia su arbitrato e conciliazione

Lo schema non cambia. Come era avvenuto la scorsa settimana anche questa mattina si ritroveranno seduti al tavolone della sala verde di Palazzo Chigi. Da un lato le delegazioni delle parti sociali, dall’altro il governo, nelle figure del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Antonio Catricala, dei ministri Elsa Fornero, Corrado Passera e Francesco Profumo e del viceministro Vittorio Grilli. E non cambierà neppure la forma dell’incontro: la più aperta e dialogante possibile, come vuole il premier Mario Monti, purché si arrivi però a un accordo concreto in tempi certi.

Il presidente del Consiglio, la cui presenza al vertice di stamane non è stata confermata, ha già dato lunedì scorso l’orizzonte e l’esito possibile del confronto: misure da adottare entro marzo e che non saranno inserite in un decreto legge. Si ripartirà da qui, dando per superati i malintesi e gli scontri lessicali degli ultimi giorni che, per le cronache, sono serviti a fissare almeno un punto certo: non si punta a un intervento draconiano sugli ammortizzatori sociali né al superamento (in questa fase di crisi) dell’assetto della cassa integrazione straordinaria.

Oggi si darà il via ai quattro tavoli ‐ flessibilità, formazione e apprendistato, ammortizzatori sociali e forme contrattuali ‐ individuati settimana scorsa. Il ministro Elsa Fornero questa volta non presenterà alcun documento ma partirà dal metodo di lavoro sui temi concordati con le parti: tentare una convergenza sulle cose che si possono fare «senza rinunciare all’ottica di lungo periodo».
Negli ultimi giorni una convergenza tra imprese e sindacati s’è registrata sul problema del contenzioso giudiziario in materia di lavoro, i cui tempi lunghi scoraggiano le nuove assunzioni.

Si devono garantire tempi certi dei processi e magari mettere un tetto sugli arretrati che il datore deve al lavoratore, è stato chiesto. Il ministro ha dato una disponibilità chiara su questo fronte, che consente di superare almeno in parte il nodo dell’articolo 18. E ieri, rispondendo a un’interrogazione parlamentare di Giuliano Cazzola (Pdl), ha fatto un passo in più, annunciando la volontà di porre la questione della conciliazione e dell’arbitrato.
Si tratta di uno strumento nuovo, introdotto con la legge 183 del 2010 (il cosiddetto ‘collegato lavoro’) che consente alle parti sociali di dare vita a procedure di conciliazione e di arbitrato irrituale a cui i lavoratori si obbligano a ricorrere tramite la sottoscrizione, libera e volontaria, di una clausola compromissoria, in modo che le controversie (da cui restano esclusi i licenziamenti) possano avere sollecita composizione stragiudiziale.

Fornero vuole effettuare una ricognizione per capire se i nuovi contratti collettivi abbiano attivato questo strumento. E se intese non sono state raggiunte le solleciterà «lo strumento è importante e non sarò passiva» ha detto, ricordando che la legge affida al ministro, sei mesi dopo la scadenza del primo anno della legge (vale a dire tra maggio e giugno prossimi) la facoltà di adottare soluzioni proprie, in via sperimentale, con un decreto.
Ieri Fornero ha anche parlato di apprendistato, strumento cruciale per l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro con «una vera connotazione di formazione professionale».
Serve una maggiore uniformità di azione delle Regioni ‐ ha detto – cui è demandato il sostegno di questa forma contrattuale in collegamento con le diverse offerte formative. È un’altro degli argomenti su cui le parti sociali hanno condiviso di aprire il tavolo di confronto che oggi, è negli auspici, dovrebbe fare un passo avanti.

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1 Commento


  • alfredo

    Con la legge Treu-Biagi il centro sinistra per la gioia di profittatori grandi e piccini,ha sostituito la timbratura del cartellino aziendale nei luoghi di lavoro con quello a tempo limitato del gratta e lavora.

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