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La via d’uscita liberista dalla crisi? Eutanasia di massa

Giavazzi e Alesina sono due ideologi del liberismo feroce, non due economisti. Nessuna loro previsione si è mai verificata, nessun loro giudizio ha ricevuto conferma dai processi reali. Dopo il crollo di Lehmann Brothers, nel 2008, e l’esplosione della crisi finanziaria, rimasero il silenzio per diversi mesi. Non avevano letteralmente capito un fico secco di quel che stava per avvenire, al contrario di quanto andavano scrivendo contemporaneamente Nouriel Roubini e l’ottimo Galapagos. In un paese serio, l’editore non avrebbe rinnovato loro il contratto di collaborazione. Ma è anche difficile, per l’editore, trovare due tizi più disponibili di questi a raccontar panzane con l’aria di saperla lunga.
Pontificano dall’alto delle colonne del Corriere della sera e quindi il loro dire non è mai da ignorare. Anticipano quel che la borghesia multinazionale vuole fare nei prossimi mesi, e lo nascondono sotto presunte “oggettive necessità del paese”.

Ma l’editoriale di oggi è rivelatore di un programma di lungo periodo che in qualche modo Contropiano (https://www.contropiano.org/it/archivio-news/editoriale/item/8073-dovete-morire) aveva già individuato tra le pieghe di molti provvedimenti decretati dal governo Monti (e prima da Berlusconi).

Cosa dice la coppia peggiore del mondo? I vecchi costano troppo e non servono a un tubo. Costa mantenerli con le pensioni, costa assisterli con la sanità, costano come servizi sociali a loro dedicati. Basta così, tagliamo ancora più radicalmente il welfare, anzi annientiamolo proprio, e il problema economico dei costi si risolve.

Il punto di partenza, da quasi 20 anni, è sempre lo stesso: “si è allungata l’aspettativa di vita”. Quel che non viene mai detto è: perché? La risposta è stata data in un articolo de “il manifesto” addirittura sei anni fa: “perché era stata allargata la sfera dei diritti e costruita la rete delle istituzioni necessarie e garantirli”. Ovvero scuola, pensioni, sanità, pace, sicurezza sul lavoro, contratto nazionale, livertà sindacale, ecc.

In pratica, ripartendo con la tiritera dell’allungamento dell’aspettativa di vita, Giavazzi e Alesina ci dicono esattamente “siamo troppi, vivete troppo a lungo”. Fate attenzione al “noi” e “voi”, perché nei pronomi c’è un programma economico-politico-sociale mortifero, tale da far impallidire i campi di sterminio. È un discorso pubblico che individua l’anziano come un “danno”. Tra qualche anno o mese lo chiameranno più semplicemente “parassita”, additandolo come il principale responsabile della crisi. Qualche volenteroso allungherà la lista con i portatori di handicap, gli zingari, ecc.
Il nocciolo eugenetico di questo discorso-programma è infatti:
gli esseri umani hanno diritto di vivere solo in quanto e finché lavorano. Una volta terminata la scorta di energie utili alla produzione, vai lasciato al tuo destino, secondo il censo (dicono già anche questo!). Ovvero, se hai i soldi ti curi e ti sfami, altrimenti sotterrati rapidamente (riducendo le pensioni e tagliando la sanità si possono far fuori decine di milioni di persone in pochi anni, in tutta Europa). Una bella eutanasia di massa senza dover costruire inguardabili “campi di trapasso”
nell’aldilà, con i “normali” strumenti della politica economica aggiornati sotto la dicitura “spending review”.

Stiamo esagerando? Non ci sembra affatto. Vi diamo un esempio tra le migliaia possibili (http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=68c0d089c6a269b7). Il “modello sociale” statunitense sta del resto già producendo un “benefico” abbassamento delle aspettative di vita. Basta leggere l’illuminante articolo di Marco D’Eramo che vi proponiamo qui in fondo; anche se tiene d’occhio soltanto le condizioni dei “bianchi senza diploma”, la tendenza generale è evidente.

Quel che vogliono fare per “uscire dalla crisi” – visto che la guerra interimperialista è diventata una soluzione spuntata, dopo la proliferazione delle armi nuclerari – è chiaro: “sfoltire” le popolazioni. Abbiamo anche una versione “democratica” di questo programma. Si chiama Renzi, e “rottamare” è il suo unico discorso pubblico. Ai piani alti della troika, e anche di Palazzo Grazioli, gli vogliono già molto bene, perché “volgarizza” con efficacia quel che altrimenti riuscirebbe troppo sgradevole dire.

Il problema è uno solo: noi li lasciamo fare o proviamo a rovinargli il piano? Buona meditazione.

C’era una volta lo Stato sociale

Alberto Alesina e Francesco Giavazzi

In quarant’anni, dall’inizio degli anni Settanta ad oggi, l’aspettativa di vita alla nascita si è fortunatamente allungata, in Italia, di dieci anni: da 69 a 79 per gli uomini, da 75 a 85 per le donne. L’allungamento della vita si è anche riflesso in un aumento dell’aspettativa di vita a 65-67 anni, cioè al limite dell’età pensionabile: nel 1970 un sessantacinquenne maschio viveva in media altri 13 anni, oggi la media è diciotto; per le donne è salita da 16 a 22 anni. Ci sono voluti decenni prima che ci accorgessimo che occorreva adeguare l’età di pensionamento all’allungarsi della vita media: nel frattempo la spesa per pensioni è cresciuta dall’8 per cento del Prodotto interno lordo (Pil) nel 1970 a quasi il 17 per cento oggi.

L’allungamento della vita ha anche prodotto un aumento delle spese per la salute. Un anziano oltre i 75 anni costa al sistema sanitario ordini di grandezza superiori rispetto a persone di mezza età. Risultato, la nostra spesa sanitaria oggi sfiora il 10 per cento del Pil. Insieme, sanità e pensioni costano il 27 per cento, 10 punti più di quanto costavano quando il nostro Stato sociale italiano fu concepito.

A questo aumento straordinario non abbiamo fatto fronte riducendo altre spese (ad esempio quella per dipendenti pubblici, che era il 10 per cento del Pil 30 anni fa ed è rimasta il 10 oggi), bensì solo con un aumento della pressione fiscale: dal 33 per cento quarant’anni fa al 48 oggi.

È questo uno dei motivi per cui abbiamo smesso di crescere. Avevamo uno Stato calibrato per una popolazione relativamente giovane; poi la vita si è allungata, le spese sono salite, ma lo Stato è rimasto sostanzialmente lo stesso, richiedendo una pressione fiscale di 15 punti più elevata.

Il problema dell’invecchiamento della popolazione non è solo italiano. Anche negli Stati Uniti, ad esempio, il Medicare (l’assistenza sanitaria gratuita per tutti gli anziani, che sta facendo esplodere il deficit americano) è uno dei temi al centro della campagna elettorale. Ma in Italia, con una popolazione che invecchia a tassi più elevati rispetto ad ogni altro Paese occidentale (il tasso di fertilità è inferiore al nostro solo in alcuni Stati del Centro-Est Europa) il tema è di particolare attualità. In più la partecipazione alla forza lavoro in Italia è relativamente bassa in tutte le categorie tranne gli uomini adulti. Donne, giovani e anziani lavorano meno in Italia che in altri Paesi occidentali, quindi relativamente pochi «lavoratori» devono farsi carico di tutti quelli che non lavorano.

Le riforme delle pensioni, ultima quella Fornero (in particolare l’indicizzazione dell’età pensionistica alla vita media), hanno fermato la crescita della spesa. In questi mesi la spending review del governo Monti si è occupata di come risparmiare qualche miliardo di euro, ma purtroppo tutto ciò non basta.

Dobbiamo ripensare più profondamente alla struttura del nostro Stato sociale. Per esempio, non è possibile fornire servizi sanitari gratuiti a tutti senza distinzione di reddito. Che senso ha tassare metà del reddito delle fasce più alte per poi restituire loro servizi gratuiti? Meglio che li paghino e contemporaneamente che le loro aliquote vengano ridotte. Aliquote alte scoraggiano il lavoro e l’investimento. Invece, se anziché essere tassato con un’aliquota del 50% dovessi pagare un premio assicurativo a una compagnia privata, lavorerei di più per non rischiare di mancare le rate.

Lo stesso vale per altri servizi offerti dallo Stato. Uno studente universitario costa circa 4.500 euro l’anno. Le famiglie ne pagano solo una parte; il resto lo paga il contribuente. Perché non dare borse di studio ai meritevoli meno abbienti e far pagare chi se lo può permettere il vero costo degli studi? Così facendo si aumenterebbe anche la domanda di qualità da parte degli studenti e delle loro famiglie. E si sarebbe meno disposti ad accettare professori che non fanno il loro dovere. Un passo nella direzione giusta è stato fatto alzando le tasse universitarie dei fuori corso, ma anche qui non basta.

Insomma, il nostro Stato sociale si è trasformato in una macchina che tassa le classi medio-alte e fornisce servizi non solo ai meno abbienti (com’è giusto che sia) ma anche alle stesse classi a reddito medio-alto. Questo giro di conto, con aliquote alte, scoraggia il lavoro e la produzione. Non solo, ma gli evasori ne traggono vantaggio; infatti beneficiano dei servizi pubblici gratuiti o quasi senza pagare le imposte.

Così come la campagna elettorale americana si sta focalizzando proprio sul ruolo dello Stato, così anche i nostri politici dovrebbero spiegarci che cosa pensano del futuro del nostro welfare . Per esempio se ritengono che quello che ci ritroviamo sia compatibile con la crescita.

Dal Corriere della sera del 23 settembre 2012

La crisi accorcia la vita

Marco d’Eramo Per i bianchi poveri si torna alla media degli anni ’50 Pesa il minor ricorso a cure mediche. Gli americani hanno perso in 4 anni il 10% di reddito

Negli Stati uniti i bianchi poveri li chiamano con un nome niente affatto carino: white trash. Ma negli ultimi anni l’espressione sta assumendo un significato meno metaforico: nel senso che la società sta buttando costoro nella pattumiera della storia. Uno studio pubblicato il mese scorso da Health Affairs e ripreso ieri dal New York Times rivela infatti che per le donne bianche senza diploma superiore la speranza di vita è diminuita di ben 5 anni tra il 1990 e il 2008: da 78,5 a 73,5 anni; mentre i maschi bianchi senza diploma devono aspettarsi di vivere 67,5 anni, tre di meno che nel 1990. Sono numeri schiaccianti: secondo un esperto «il calo di cinque anni nelle donne bianche Usa fa il paio con il catastrofico crollo di sette anni nella speranza di vita degli uomini russi subito dopo il collasso dell’Unione sovietica».
Siamo davvero al “postmoderno” e alla fine del “progresso”, non solo della sua ideologia. Eravamo soliti considerare ineluttabile l’allungarsi della vita media, e invece no. La gigantesca redistribuzione del reddito a favore dei ricchissimi si è mangiata i progressi degli ultimi 60 anni in termini non solo di denaro, ma di vita nuda e cruda: le/i bianche/i poveri di oggi sono tornati a quel che negli Usa era la vita media degli anni ’50.
Certo, i dati vanno presi con le molle, perché nel 1990 senza diploma era il 22% dei bianchi, mentre ora sono la metà (il 12%): cioè, oggi senza diploma restano solo i disperati. E però. La speranza di vita dei bianchi (uomini e donne) senza diploma si avvicina ormai a quella dei neri senza diploma, mentre si allontana sempre di più da quella dei bianchi con almeno una laurea breve: le bianche con diploma vivono 10,4 anni di più (83,9 anni) delle bianche senza, e il gap cresce tra i bianchi laureati che vivono 12,9 anni di più (80,4) dei bianchi senza diploma. Peggio di questi ultimi stanno solo i neri senza diploma che possono sperare di vivere solo 66,2 anni, 14,2 in meno dei bianchi laureati. Certo, è terribile pensare che il divario di reddito, di classe e di razza ti porta via più di 14 anni di vita nel paese più potente e più ricco del mondo.
E nel corso degli anni questi distacchi sono cresciuti. L’altra America di cui parlava Michael Harrington nel 1962 è sempre più altra. Con alcune novità: tra i gruppi etnici, gli ispanici si rivelano i più longevi, sia donne che uomini, sia nella popolazione generale che tra i senza diploma: anzi latine/i senza diploma vivono sempre più a lungo, mentre bianche/i muoiono sempre prima.
Tra le cause di questo crollo, c’è in primo luogo il minor ricorso a cure mediche: tra gli adulti in età lavorativa senza un diploma di scuola superiore, nel 1993 non era coperto da un’assicurazione sanitaria il 35%, mentre 13 anni dopo la percentuale era salita al 43. Su questi dati la riforma di Obama sembra non avere ancora inciso: dal 2008 al 2011 nel gruppo tra i 19-25 anni la copertura assicurativa è salita al 71,8% (+ 2,3) perché una parte ha potuto essere coperta sull’assicurazione dei genitori, ma tra i 26-29 è scesa dal 72,3 al 70,3%.
Nel frattempo sono peggiorati tutti gli altri indici: il reddito mediano (è mediano il reddito per cui la metà delle famiglie guadagna di più di esso e l’altra metà guadagna meno di esso) è passato da 53.759 dollari (in dollari costanti del 2011) a 55.039 nel 2007 a 50.502 nel 2011. In 4 anni gli americani hanno perso il 10% di reddito e sono più poveri anche rispetto a 10 anni prima: sono tornati agli anni ’90. Gli statunitensi che vivono sotto la soglia di povertà sono ormai 48,5 milioni su una popolazione di 303,8 milioni, cioè il 15,9%: nel 2007 il 13,0% e nel 2001 erano il 12,1 %. Per i minori sotto i 18 anni i dati sono ancora più pesanti: oggi il 22,2% (cioè 16 milioni di minori) vive sotto la soglia di povertà, contro il 17,6 nel 2007 e il 16,4 nel 2001.
Tutto ciò ci dice due cose. La prima è che la crisi sta scavando un solco sempre più profondo tra le due Americhe e che le “soluzioni” adottate sono sempre più punitive per gli strati più disagiati. La seconda è che la presidenza Obama ha fatto molto poco per contrastare questo trend.

da “il manifesto” del 22 settembre 2012

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