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Una manovra da coprifuoco

Analizzare il merito di una manovra è sempre complicato, specie per un ddl che dovrà passare all’esame – si fa per dire – del Parlamento. I codicilli nascosti sono infinitamente più numerosi dei pochi punti gettati in pasto a giornalisti di bocca buona. Ma ogni “legge finanziaria” – oggi “legge di stabilità” – fissa un’asticella per la capacità d’analisi. Se si resta sotto, non si capisce nulla e di conseguenza non si riesce a fare nulla. Di utile e sensato, quantomeno.
Proviamo dunque a ragionare, anche senza disporre del testo originale (comunque scritto in linguaggio legislativo, con articoli e commi che si rincorrono su strade ignote a chi non vive negli uffici legislativi del parlamento), sulla base di quanto relazionato dai media, agenzie comprese.

Partiamo dalla più strombazzata e contrastata delle decisioni: la riduzione dell’aliquota Irpef sui redditi medio-bassi: quella del 23% scende al 22 e quella del 27 al 26%. “Finalmente qualcosa alle famiglie!”, iitolano i media di regime. Falso, naturalmente. Questa è una manovra finanziaria da 11,6 miliardi; è quindi una manovra per “prendere”, non per “dare”.
Ma c’è stato un siparietto che dimostra come anche questa minima “restituzione” ai redditi medio-bassi sia stata oggetto di scontri feroci dentro il governo, tra chi sentiva il bisogno di mostrarsi “popolare” e chi – Monti in testa – se ne frega ampiamente. Il sottosegretario Gianfranco Polillo, un berlusconiano sempre presente sugli scranni televisivi, in diretta a Ballarò dava la buona novella. E veniva immediatamente smentito da una nota ufficiale di palazzo Chigi. “La Presidenza del Consiglio dei Ministri fa presente che qualsiasi indiscrezione sui contenuti della legge di stabilità, attualmente in discussione nel Consiglio dei Ministri, è destituita di ogni fondamento, anche se proveniente da Ministri o Sottosegretari, anche nel corso di trasmissioni radio-televisive”. Mancava il nome, ma chiunque lo poteva indicare con il naso.

Poi Monti si deve essere convinto che era meglio lanciare un segnale “populistico” per cercare di alleggerire l’alone da vampiro che circonda la sua immagine. E quindi la misura è stata inserita nel testo finale e rivendicata alla sua maniera in conferenza stampa:
«Possiamo cominciare a vedere e toccare con mano che la disciplina di bilancio paga, conviene. La nostra disciplina ci ha consentito di non inseguire il peggioramento della congiuntura con aumenti di tasse, come è avvenuto in altri Paesi». Dunque, «abbiamo dato un chiaro segnale che quando ci sono segni di stabilizzazione ci si può permettere lievi sollievi», come la limatura dell’Irpef. «Speriamo che gli Italiani – ha concluso – vedano in queste decisioni, che non è una modificazione della rotta, che questa stessa rotta ha un senso». Come siamo efficienti, noi tecnici… Vi stiamo dimostrando, e vorremmo convincervi, che vi stiamo impoverendo per il vostro bene: primo o poi qualcosa migliorerà anche per voi…

Ma è davvero così? Neanche per sogno. Nella stessa conferenza stampa è stato confermato che dal prossimo luglio l’Iva aumenterà di un punto: per i settori “agevolati” passerà dal 10 all’11%, per tutti gli altri dal 21 al 22%. Per il governo si tratta non a caso di una compensazione “a saldo zero”. Detto brutalmente: quello che non entrerà nelle casse dello stato con la diminuzione dell’Irpef dovrebbe essere pari alle nuove entrate garantite dall’aumento dell’Iva. “Tecnicamente” potrebbe al limite esser vero, anche se ogni aumento dell’Iva comporta una diminuzione dei consumi e quindi una riduzione della percentuale delle entrate (è fra l’altro il secondo aumento in un anno).
Ma in questa apparente partita di giro, però, non c’è alcuna parità sociale. La (sacrosanta e insufficiente) riduzione delle aliquote Irpef “beneficia” di pochi euro al mese tutti i redditi al di sopra dei minimi, anche quelli più alti. Mentre l’aumento dell’Iva colpisce tutti i consumi, chiunque sia l’acquirente. Per esempio, fa aumentare ancora il prezzo dei carburanti, che si ripercuote immediatamente sui prezzi di tutte le altre merci e quindi fa salire il livello generale di inflazione. In un paese in cui il potere d’acquisto della popolazione è calato del 4,1% in un solo anno – vedi i dati di ieri dell’Istat – significa approfondire il solco tra reddito disponibile e consumi indispensabili.

Non solo. Per i redditi sopra i 15.000 euro lordi annui (quelli che usufruiranno del taglio dell’aliquota) scompaiono anche alcune detrazioni e deduzioni (ancora non precisate) che alleggerivano il prelievo fiscale. Per sempio: deduzioni per i figli a carico, detrazioni per le spese mediche, ecc. Quindi il governo con una mano dà e con due prende. In realtà le voci che mettono le mani in tasca ai redditi medio bassi sono molte più di due.

Ma non c’è davvero soltanto questo, nella manovra. La misura che colpisce di più l’immaginario – lasciamo ad un altro articolo il dettaglio – è la riduzione dell’illuminazione notturna ovunque. In termini economici si tratta di un riparmio minimo, addiritura insignificante (e non quantificato); sul piano dell’immaginario sociale, invece, è utilissimo a dare il senso che “la festa è finita” e “vi faremo molto male”. L’invito implicito è “restate in casa”, “uscire è pericoloso” (potreste capitare tra le mani di un malintenzionato o di un poliziotto nascosti nel buio).
Non a caso persino il quotidiano di Confindustria ha dovuto momentaneamente titolare un preoccupato articolo con l’espressione “Lampioni spenti, il risparmio sconfina verso il coprifuoco”. Poi è intervenuto qualche caporedattore “più montiano” a correggere. E un lettore a commentare “manca solo il bombardamento, poi è tutta guerra a nostra insaputa”.

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1 Commento


  • Mauro

    Il Giornale riferiva ieri che è anche prevista una spesa di 58 milioni di euro in tre anni come contributo italiano alla ristrutturazione della sede centrale della Nato. Anche se è un giornale di destra, mi sembra una cosa da ricordare.

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