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Dismettere cosa?

Quando si esce dall’ideologia dei luoghi comuni, per cui tutti i problemi italiani – nella crisi globale – sarebbero da addebitare al solo eccesso di spesa pubblica, o di “presenza dello stato nell’economia”, le chiacchiere tornano a non contare nulla.
“Dismettere il patrimonio pubblico”, è la parola d’ordine da 20 anni a questa parte. E lo si è fatto a più riprese. “Privatizzare le imprese controllate dallo Stato”, gridano ancora gli imbecilli. E anche qui, a ben guardare, c’è rimasto pochissimo. E quel poco o è “strategico” (tipo gli armamenti costruiti da varie imprese dell’universo Finmeccanica o tipo l’approvvigionamento energetico), o è invendibile in queste condizioni di mercato. I prezzi bassi trasformerebbe le aste pubbliche in altrettante “svendite”, da cui non riuscirebbe a ricavare nemmeno il rpeventivato.
Il massimo sforzo di “alienazione” del patrimonio pubblico (grandi imprese come Telecom e Italsider – oggi Ilva – oppure case, caserme, immobili, ecc) è stato fatti negli anni ’90 dai governi di centrosinistra. Poi è seguito il decennio tremontiano delle “Scip”, che ha regalato immobili a prezzi stracciati.
Ma il debito pubblico, sceso dal 118 al 105%, è poi egualmente tornato al 123 di oggi.
L’articolo dal Corriere di oggi, senza mettere in discussione l’impianto ideologico “privatizzatore” del governo, è però costretto dalla concretezza a fare i conti con rsorse scarse, invendibili o che è meglio non vendere.

Dismissioni, si parte da caserme e ministeri

Antonella Baccaro

Obiettivo: 15-20 miliardi di dismissioni l’anno, pari all’1% del Pil (prodotto interno lordo). L’operazione di vendita degli immobili pubblici per abbattere il debito, arrivato intanto a quota 1.976 miliardi di euro (123% del Pil), così come annunciata dal ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, al Corriere nel luglio scorso, sta per partire. Le prime della lista dovrebbero essere le caserme  del ministero della Difesa, considerate le più appetibili. Almeno quanto le sedi ministeriali centrali della Capitale, che però andrebbero prima svuotate.

Per giovedì prossimo il ministero ha convocato un seminario a porte chiuse sul tema (l’anno scorso l’aveva fatto l’ex ministro Giulio Tremonti) insieme con le istituzioni coinvolte: Banca d’Italia, Cassa depositi e Prestiti, Agenzia del Demanio. Invitata anche l’Anci (associazione dei Comuni), i presidenti del Senato, Renato Schifani, e della Camera, Gianfranco Fini, e i segretari dei partiti Angelino Alfano (Pdl), Pier Luigi Bersani (Pd), Pier Ferdinando Casini (Udc) con i loro responsabili economici. Non ci sarà invece il presidente del Consiglio Mario Monti, impegnato in Israele in un incontro con il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Il vecchio bottino. Ma cosa si potrà ottenere da questo piano di dismissioni? Nelle ultime ore sono circolate indiscrezioni circa la volontà del governo di vendere anche quote delle non più di 30 società partecipate, di cui tre quotate in Borsa (Enel, Eni e Finmeccanica), del valore di oltre 80 miliardi a fine 2011. Ma le voci sono state seccamente smentite in via Venti Settembre: ai prezzi attuali tali cessioni, soprattutto delle quotate, sarebbero una svendita.
Del resto, il grosso delle dismissioni pubbliche è stato fatto tra la metà degli anni Novanta e il 2005, quando dalle privatizzazioni di società pubbliche sono arrivate risorse per circa 100 miliardi di euro che hanno favorito l’abbattimento del rapporto debito-Pil dal picco del 121% del 1994 al 106% del 2005. Molti meno sono stati i proventi derivati dalla cessione di 60 mila unità immobiliari: soltanto quattro miliardi. Circostanza ammessa nel luglio scorso da Grilli in un’intervista al Corriere: «Sarei felice di dare un colpo secco al nostro debito pubblico — aveva detto — e portarlo a quota 100, sarebbe bellissimo. Purtroppo, diciamo la verità, non ci sono più gli asset vendibili dello Stato e degli enti pubblici, come 20 anni fa. Vi è un patrimonio di difficile valorizzazione, come insegnano le esperienze non felici di Scip1 e Scip2, molte attività sparse a livello locale». Il piano di dismissioni.
Un quadro dell’operazione è stato tracciato in una recente audizione parlamentare del direttore generale della Direzione Finanza e Privatizzazioni del Tesoro, Francesco Parlato: «Il ministero dell’Economia — ha detto — attraverso una Sgr (società di gestione del risparmio) istituirà uno o più fondi di investimento ai quali saranno conferiti immobili delle amministrazioni centrali e locali e che attraverso la vendita delle quote concorreranno alla riduzione del debito pubblico dello stesso Stato e degli enti locali».
Per facilitare le cessioni, l’Agenzia del Demanio potrà cambiare le destinazioni d’uso, anche delle caserme. La stessa Agenzia ha già individuato 350 immobili dello Stato da cedere, per un valore di 1,5 miliardi. Un ruolo «importante» sarà svolto anche dalla Cassa depositi e prestiti, ha spiegato Parlato, attraverso la Cdp investimenti Sgr.

La realizzazione. Le prime risorse intanto arrivano dalla cessione alla Cdp delle partecipazioni del Tesoro in Sace, Fintecna e Simest che porta nelle casse dello Stato 10 miliardi previsti: 6 subito. Oltre ai beni dello Stato si dovrà parlare anche di quelli attribuiti agli enti locali in base al federalismo demaniale. Tra le valutazioni che saranno fatte, alcune riguarderanno la tipologia del bene che, se di piccolo valore, non utilizzerà lo strumento finanziario della Sgr ma potrebbe essere attribuito al Fondo di compensazione attivato dalla Cassa Depositi e Prestiti. A questo si aggiungerà un terzo Fondo che dovrà occuparsi dei beni da dismettere della Difesa, al momento quelli più promettenti.
Il nodo dei ministeri. In realtà il Tesoro sarebbe molto perplesso circa la possibilità di realizzo degli altri immobili, se non altro perché la maggior parte di essi è occupata. Su un valore complessivo stimato in 368 miliardi, la parte libera equivale a 42 miliardi. Se poi ci si riferisce ai soli beni dello Stato, su un valore stimato di 72 miliardi la parte non utilizzata equivale a soli 7 miliardi. Quella di maggior valore fa capo ai ministeri e alle loro sedi centrali. Liberare questi uffici equivarrebbe a decentrare il lavoro di migliaia di dipendenti pubblici. Un piano che richiede un consenso politico vasto, forse proprio quello che Grilli vorrà verificare nel seminario.

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