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Roma, il Comune lascia Casapound senza casa

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Il bastione di Casapound in via Napoleone III “non è più strategico” per il Comune di Roma. L’accordo che sembrava fatto per l’acquisizione dell’immobile all’Esquilino è saltato durante la riunione dei capigruppo di una settimana fa e l’ultimo consiglio comunale ha semplicemente ratificato questa decisione: lo stabile rimarrà di proprietà del Demanio. Niente regalo di Natale. “L’Amministrazione capitolina – si legge in una nota diffusa dall’ufficio stampa del Campidoglio – ha da tempo raggiunto l’accordo con il Demanio dello Stato per sostituire l’immobile di via Napoleone III con altri beni all’interno dello scambio di edifici previsto e risulta pertanto evidente che lo stabile non rientra più nell’elenco delle acquisizioni strategiche pianificato da Roma Capitale”. 

E’ così che il regalo da 11 milioni e 800mila euro – promesso nel 2007 dalla giunta di centrosinistra guidata da Walter Veltroni – va al macero, in quello che è un antipasto della campagna elettorale alle porte. Alemanno si è divertito a sgambettare Casapound, una sorta di piccola vendetta su quelli che, fino a non molto tempo fa, sembravano alleati certi. Adesso, però, con la discesa in campo dei fascisti del terzo millennio in evidente opposizione al centrodestra “ufficiale”, il gioco si fa duro e ogni occasione è buona per uno sgarbo o una dose di veleno da lanciare anche nell’etere.

Il ‘boss’ di Casapound, Gianluca Iannone, ha provato ad incassare con stile e, anche lui attraverso un comunicato, ha fatto sapere che “Casapound non ha bisogno di favori, ammesso che di favori si tratti, dal sindaco contro il quale sarà in campo alle comunali. Via Napoleone III è un’occupazione a scopo abitativo che rientra tra le occupazioni storiche riconosciute dal Comune”. Commento che, ça va sans dire, è arrivato a decisione già presa e palazzo già “perduto” – anche se in realtà, nessuno andrà mai a sgomberarlo -, nell’eterna riproposizione di un grande classico della politica italiana: la favola della volpe e dell’uva. In questa guerra epistolare è entrato anche il Pd, che si ritrova – suo malgrado – a dare ragione a Casapound. Soltanto qualche giorno fa, infatti, il segretario romano del partito, Marco Miccoli, sbraitava: “Il Pd si batterà in ogni modo contro questo ennesimo favore che il peggior sindaco che Roma abbia avuto vorrebbe fare ai suoi sodali e alleati di destra. Comunque questa vergognosa delibera pro Casapound sarà il primo atto che elimineremo a giugno quando le forze democratiche governeranno Roma e Alemanno sarà stato cacciato via dal voto popolare”. Affermazioni che ora suonano come un clamoroso autogol: è stato lo stesso sindaco, infatti, a sbattere la porta in faccia ai fascisti “non conformi”, andando a mettere il dito in una piaga aperta da tempo. Da quando, cioè, proprio Casapound disseminò la capitale di manifesti contro l’operato dell’amministrazione comunale e del governo regionale. Il centrosinistra capitolino, in sostanza, dimostra di essere ancora una volta un passo indietro rispetto al dibattito che, a destra, va avanti da oltre un anno, ovvero: Casapound fa parte o no dello squadrone di Alemanno? Parole a parte, questo mancato regalo parla chiaro. Il sodalizio è spezzato, anche se il figlio del sindaco milita proprio nel movimento di Iannone.

Questa guerra fratricida nella destra più o meno estrema è solo l’inizio di quella che si preannuncia come una campagna elettorale durissima. Casapound sembra pronta a bombardare Roma e tutto il Lazio con i suoi slogan “anti-sistema”, mentre la Polverini sembra fuori dai giochi e Alemanno cerca disperatamente di ricomporre i cocci di quella che ormai fu la sua maggioranza. Gli stracci già volano, ma il finale della storia è ancora tutto da scrivere.

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