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I costi di un’alleanza

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“Mi pare importante che questa sentenza possa servire per far si’ che finalmente il Governo italiano, un minimo di dignita’ nazionale la dimostri, e vada a chiedere agli altri Paesi perche’ ci hanno abbattuto un aereo civile e continuano dopo oltre 33 anni questo silenzio”. E’ stato questo il commento di Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei parenti della vittime della strage di Ustica, alla sentenza che obbliga lo Stato italiano a risarcire le vittime della strage dovuta all’abbattimento del Dc 9 dell’Itavia nel 1981. I paesi ai quali la Bonfietti si riferisce sono Stati Uniti e Francia.

Ci sono due “dettagli” importanti da sottolineare. La sentenza della Cassazione che riconosce lo Stato colpevole di quanto accaduto sui cieli di Ustica più di 32 anni fa, è stata emessa in un processo civile e non penale. Il 10 settembre del 2011, dopo tre anni di dibattimento, una sentenza emessa dal Tribunale di Palermo, aveva condannato i ministeri della Difesa e dei Trasporti al pagamento di oltre 100 milioni di euro in favore di ottanta familiari delle vittime della Strage di Ustica. Alla luce delle informazioni raccolte durante il processo, i due ministeri sono stati condannati per non aver fatto abbastanza per prevenire il disastro e per aver ostacolato l’accertamento dei fatti. Un altro processo , quello davanti alla Corte di Assise d’Appello di Roma, aperto il 3 novembre 2005 si era concluso il 15 dicembre con con l’assoluzione dei generali Bartolucci e Ferri dalla imputazione loro ascritta perché “il fatto non sussiste”.

Dunque la conclusione “giuridica” afferma che l’areo dell’Itavia fu abbattuto il 27 giugno del 1980 da un missile. Non c’era una bomba a a bordo né ci fu un cedimento strutturale. Il problema rimane quello decisivo: chi lanciò e perchè un missile contro un aereo civile italiano nei cieli del Mediterraneo quel maledetto giugno di trentatre anni fa. Cossiga, uno che sapeva molte cose e moltissime se le è portate nella tomba, affermò nel 2007 che era stato un missile della marina militare francese. La stessa tesi era stata affermata dal giudice Rosario Priore in una intervista alla televisione francese.

Logica vorrebbe che le autorità italiane, come auspica Daria Bonfietti, andassero finalmente a bussare al Ministero della Difesa francese per avere spiegazioni soddisfacenti oppure che si rechino al Pentagono a chiedere i tracciati radar e satellitari di quanto accade quella notte e che gli Usa conoscono benissimo.

Ma questa logica si scontrerà e con molta probabilità uscirà sconfitta, con un’altra logica: quella della primazia delle alleanze politico-militari internazionali in cui l’Italia è integrata ma subalterna. E’ già accaduto e accadrà ancora se non si farà saltare il tavolo della intoccabilità delle alleanze e dei trattati internazionali ai quali il nostro paese è completamente subordinato.

Ci sono un paio di esempi passati e presenti che riteniamo utile segnalare. Il primo è la strage del Cermis il 3 febbraio del 1998 quando 20 persone su una funivia morirono perchè falciate dalle manovre di alcuni aerei militari Usa stanziati nella base di Aviano. Nella strage morirono tre italiani e diciassette cittadini innocenti di altri paesi europei. I magistrati impegnati nell’inchiesta chiesero di processare i quattro piloti in Italia, ma “la ragion di stato” espressasi attraverso il giudice di Trento fece riferimento alla Convenzione di Londra del 19 giugno 1951 (solo due anni dopo la nascita della Nato) sullo statuto dei militari NATO in missione all’estero, e decretò che la giurisdizione sul caso era della giustizia militare statunitense. Solo due dei quattro membri dell’equipaggio Usa furono giudicati dai tribunali civili e militari statunitensi. Entrambi furono degradati e rimossi dal servizio non per omicidio colposo ma per aver intralciato la giustizia avendo distrutto un video dell’accaduto. Il pilota fu condannato a sei mesi di detenzione, ma fu rilasciato dopo quattro mesi e mezzo per buona condotta. Nel febbraio 2008 i due piloti hanno impugnato la sentenza e richiesto la revoca della radiazione con disonore, allo scopo di riavere i benefici finanziari spettanti ai militari. I due hanno anche affermato che, all’epoca del processo, accusa e difesa strinsero un patto segreto per far cadere l’accusa di omicidio colposo plurimo, ma di aver voluto mantenere l’accusa di intralcio alla giustizia «per soddisfare le pressioni che venivano dall’Italia». Dunque venti persone ammazzate dalle acrobazie dei top gun statunitensi sul Cermis, nella migliore delle ipotesi valgono un risarcimento e una derubricazione delle accuse nelle sedi giudiziarie Usa, perchè i vincoli dell’alleanza – stabiliti in modo praticamente unilaterale dagli Stati Uniti -. escludono che i militari responsabili di qualsiasi reato possano essere processati in un paese diverso dagli Usa.

Il secondo esempio riguarda invece il presente e il futuro. A Niscemi, in Sicilia, le forze armate Usa intendono installare un sistema di comunicazioni strategiche, chiamato Muos, che si fonda su una serie di radar e impianti di trasmissione satellitare. Come è noto, se le emissioni delle antenne per la telefonia mobile fanno male, i radar cuociono le persone praticamente come un micro-onde. La gente che abita intorno al Muos di Niscemi verrà dunque sottoposta ad un bombardamento elettromagnetico letale. Gli abitanti e gli attivisti del luogo si sono mobilitati cercando di ostacolare questa bomba contro la salute pubblica. La risposta del governo italiano, a seguito delle pressioni Usa e della visita del sottosegretario di stato in Italia, è stata quella di dichiarare una base militare statunitense sul nostro territorio “zona di interesse nazionale e strategico” ovvero una struttura di un altro paese è diventato interesse nazionale. La logica dice tutto il contrario, ma il prezzo dell’alleanza subalterna con gli Usa e dentro la Nato afferma con brutalità una logica del tutto opposta.

Conclusione. Ustica, Cermis, Muos di Niscemi sono solo alcune dimostrazioni dei costi umani, politici, democratici, morali, economici – ormai insopportabili – della subalternità dell’Italia ad alleanze militari internazionali. C’è da rimanere sgomenti e rabbiosi di fronte al fatto che ancora oggi non ci sia nessuna forza politica che provi a rimettere in discussione tutto questo. Alcune non lo fanno perchè sono d’accordo e complici con queste alleanze, altre perchè l’hanno rimosso da innumerevoli anni dalla propria agenda e programma politica. Non sta scritto da nessuna parte, se non in trattati siglati ben sessantacinque anni fa, che il nostro paese debba sottostare a queste pericolose alleanze come una sorta di destino inamovibile e inesorabile. La lotta per il cambiamento presuppone che almeno lo si voglia, il cambiamento.


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