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La geografia delle rivolte sociali

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Le rivolte popolari che hanno squassato prima il Medio Oriente e adesso paesi emergenti come Brasile, Turchia, Sudafrica, interrogano in modo decisivo sulle prospettive della lotta nel classe nel mondo contemporaneo.
La fortissima polarizzazione tra i centri imperialisti e i paesi emergenti, provoca effetti rilevanti nelle periferie interne come i paesi europei Pigs, dove le istituzioni del capitalismo finanziario e multinazionale impongono un brusco arretramento delle condizioni sociali e delle aspettative generali. Aspettative che, al contrario, non potevano che crescere nei paesi emergenti che vedono aumentare la loro quota nell’economia mondiale e i ritmi di crescita. Il problema è che le classi dominanti dei Brics non si sottraggono al dominio del capitalismo e della egemonia della finanziarizzazione, frustrando così le aspettative accresciute delle classi sociali che sono venute affermandosi dentro i nuovi livelli economici. Lo conferma il  Brasile dove il PT (Partito de los Trabahladores) diventato partito di governo non si è sottratto ad una certa marcescenza e corruzione che viene denunciata nelle manifestazioni e dai movimenti sociali.

Percentuale sulla produzione manifatturiera mondiale

  1991-1992

2011-2012

Stati Uniti

21,8

15,4

Giappone

19,4

9,6

Germania

9,2

6,1

Francia

5,0

2,9

Italia

5,5

3,1

TOTALE

50,9

43,1

Cina

4,1

21,4

Brasile

2,1

2,9

India

1,2

3,3

Russia

0,2

2,8

Corea del Sud

2,4

2,1

TOTALE

10,0

32,7

Da questa tabella mancano paesi importanti come Turchia e Sudafrica che possiamo ben considerare come economie emergenti.

La prima ha guadagnato diversi posti nella collocazione nelle filiere mondiali di produzione. Era tredicesima nel 1995 per valore aggiunto dei beni finali nelle esportazioni nell’area euro ed è salita all’ottavo posto nel 2009 (Bollettino mensile della Bce, maggio 2013). I turchi per anni hanno lavorato fino a 50 ore a settimana in previsione di una redistribuzione di reddito, diritti e qualità della vita che però non è arrivata (o è arrivata solo in piccola parte) e che ora è assai improbabile che arrivi di fronte alla crisi per ora ancora parziale di una bolla speculativa incentrata su edilizia e grandi opere.

Il secondo, Sudafrica, pur con tutte le sue arretratezze, rimane la maggiore potenza economica del continente africano (52 milioni di abitanti e un Pil di 408 miliardi di dollari nel 2011), insidiato dalla Nigeria ricca di petrolio e con il doppio degli abitanti ma priva di una struttura industriale come quella sudafricana. Le aspettative del dopo apartheid sono state ampiamente disattese sul piano economico-sociale con i programmi di crescita di ispirazione liberista del periodo M’Beki. L’attuale leadership di Zuma non ha avviato controtendenze ed anzi ha accentuato lo scontro sociale ad esempio con i minatori ma anche per i proletariato urbano delle baraccopoli. La morte di Mandela potrebbe togliere l’ultimo elemento “unificante” per la tenuta sociale, almeno sul piano dell’immagine e della memoria storica.

Anche in questi due paesi sono cresciute quelle che piuttosto arbitrariamente vengono considerate come “classi medie”, trattandosi in larga parte di lavoratori salariati. Ma questa crescita quantitativa di lavoratori da un lato riduce la marginalità sociale dovuta all’economia informale e di pura sussistenza, dall’altro alimenta scolarizzazione di massa e dunque aspettative generali crescenti delle nuove generazioni. Un fenomeno analogo, questo, ai paesi arabi dove le rivolte della Primavera araba hanno visto protagonisti i giovani disoccupati ma scolarizzati.

Moises Naim, direttore della rivista Foreign Policy, in un interessante articolo (La Repubblica del 24 giugno) prova ad analizzare così le ragioni e la geografia delle rivolte sociali in corso. “In principio fu la Tunisia, poi il Cile e la Turchia. E ora il Brasile. Che cos’hanno in comune le proteste di piazza in Paesi così diversi tra loro? Varie cose… e tutte sorprendenti” afferma Naim. A suo avviso le cause scatenanti sono:

1. Piccoli incidenti che diventano grandi. In tutti questi casi, le proteste sono partite da avvenimenti locali che inaspettatamente si sono trasformati in un movimento nazionale.

2. I Governi reagiscono male. Nessuno dei governi dei Paesi dove sono scoppiate queste proteste è stato in grado di anticiparle. Gli eccessi della polizia o dei militari hanno finito per aggravare ulteriormente la situazione.
3. Le proteste non hanno capi né una catena di comando. Queste mobilitazioni di rado hanno una struttura organizzativa o leader chiaramente definiti.

4. Non c’è qualcuno con cui negoziare o qualcuno da incarcerare. La natura informale, spontanea, collettiva e caotica delle proteste disorienta i governi.

5. È impossibile prevedere le conseguenze delle proteste. Nessun esperto è riuscito a prevedere la primavera araba.

6. La prosperità non compra la stabilità. La principale sorpresa di queste proteste di piazza è che sono avvenute in Paesi di successo, dal punto di vista economico.

Quest’ultimo punto ci riporta alla riflessione iniziale. Se è vero che una maggiore prosperità non porta a maggiore stabilità, è anche vero che il conflitto sociale si fa più aspro e coinvolgente nei paesi in crescita economica che in quelli dove i diktat e le misure imposte ad esempio dalla Troika – come i paesi euromediterranei Pigs – hanno determinato sia una riduzione della crescita economica che delle aspettative generali. La paura di perdere ciò che è rimasto del modello sociale europeo più che mobilitare smobilita il conflitto sociale. Può essere questa una parziale risposta al perché nei paesi europei non ci sono rivolte sociali contro la brutalizzazione imposta da Unione Europea, Fmi e Bce. Ci sono certo resistenze sociali e sindacali importanti, in Grecia e Spagna più che in Italia, ma nulla di somigliante a quanto stiamo vedendo in Brasile o Turchia o a quanto abbiamo visto nei paesi arabi.
Nei paesi europei il controllo sociale e il ruolo di pompieri svolto da apparati istituzionali, sindacati ufficiali e partiti, anche di sinistra, è sicuramente più forte. Ma è indubbio che la contraddizione tra aspettative generali crescenti e miseria messa a disposizione dalle classi dominanti appaia oggi più forte nei paesi emergenti che nelle periferie interne dei centri imperialisti.

Questa brevissima disamina ci pone diverse questioni rilevanti e strategiche:

1)      In primo luogo è evidente la tendenza del capitalismo ad accentuare la “proletarizzazione” sia attraverso l’arretramento dello status delle classi medie e del lavoro salariato nei paesi capitalisti  (es: i Pigs europei), sia attraverso la maggiore industrializzazione delle economie periferiche che sono state integrate dalle multinazionali nelle filiere mondiali della produzione. I salari e gli standard di vita diminuiscono nei paesi europei marginalizzati dalla gerarchizzazione nell’Eurozona intorno alla Germania o dell’area del dollaro intorno agli USA, aumentano invece nei paesi emergenti, inclusi i paesi dell’Europa dell’Est recentemente integrati nelle filiere produttive che fanno capo al nucleo centrale europeo.

2)      La crisi sistemica del capitalismo sta però scrollando tutta la geografia economica mondiale. I trend crescenti dei paesi emergenti – i Brics e non solo – stanno entrando in pesante sollecitazione anche sotto la spinta della centralizzazione finanziaria e industriale intorno ai poli imperialisti e alle loro principali aree monetarie (dollaro ed euro). Quando il gioco si fa duro le banche pretendono tutto (vedi l’arrogante documento della JP Morgan sui paesi euromediterranei) e l’abbassamento dei salari e degli standard sociali anche nei centri imperialisti rende reversibili processi come la delocalizzazione produttiva avviando controtendenze come la re-internalizzazione

3)      Il conflitto e le rivolte sociali seguono così dinamiche divergenti. Aumentano lì dove ci sono aspettative generali crescenti, diminuiscono lì dove ci sono aspettative generali in caduta libera. Ma in entrambi i casi il modello capitalista mostra tutti i suoi limiti. Non può far crescere oltre un certo limite le aspettative nei paesi emergenti, le riduce brutalmente in quelli a capitalismo avanzato. Una situazione eccezionale per riaffermare che le alternative al capitalismo – a partire dalla pianificazione economica – possono essere le sole a poter rappresentare una prospettiva di emancipazione delle classi sociali subalterne sia nei paesi emergenti Brics, sia in quelli europei Pigs.

4)      Se questo è vero, il terreno per le forze rivoluzionarie torna ad essere fertile come non lo era da decenni. Per seminare e raccogliere non basta però la spontaneità del movimento sociale né l’inerzia o le consuetudini dei partiti della sinistra eredi dell’abbandono dell’ipotesi rivoluzionaria da parte dei comunisti tra gli anni cinquanta e sessanta dello scorso secolo. Il Socialismo nel XXI Secolo (e non del XXI Secolo) può rientrare nell’agenda politica e storica dell’umanità con rinnovata credibilità. Molto dipende anche dalle soggettività e dalla maturità che si riuscirà a mettere in campo, in ogni singolo paese e in coordinamento tra di essi.

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1 Commento


  • Luciano

    insomma, la morale dell’articolo mi pare che alla fine rilanci il vecchio motto marxiano “proletari di tutto il mondo unitevi!” . L’analisi è giusta, ma secondo me incompleta: manca la dimensione geopolitica dello scontro a livello economico tra le aree del pianeta. L’affermazione che “l’abbassamento dei salari e degli standard sociali anche nei centri imperialisti rende reversibili processi come la delocalizzazione produttiva avviando controtendenze come la re-internalizzazione”
    è giusta, ma non implica affatto l’esistenza di una “governance” capitalistica che gioca ai vasi comunicanti facendo arricchire o impoverire di volta in volta a suo vantaggio le masse popolari del Nord o del Sud del pianeta (questa tesi è sostenuta tra l’altro in Europa dalla destra estrema “anticapitalistica” per alimentare il razzismo).
    Lo scontro fondamentale nell’ epoca odierna trae origine dal tentativo dell’imperialismo occidentale (non del “capitalismo”!) di assoggettare i paesi emergenti anche e ormai sopratutto con la minaccia militare globale, non avendo più la possibilità di esercitare il ricatto economico e finanziario: una situazione inedita, della quale si stenta a prendere atto, limitandosi infine alla formulazione di candidi auspici di “rivolta globale”, non potendo configurare strategie mirate e soprattutto non vedendo la strategia globale dell’imperialismo (ancora una volta: non del capitalismo!) che con le “rivolte” popolari riesce a giocare spregiudicatamente e a tutto campo. La sinistra vera dovrebbe ragionare non solo compiendo analisi (giuste, ma a volte carenti o sfocate) bensì ipotizzando “scenari” proprio come fanno i vari “pensatoi” dell’imperialismo, che sempre si prefiggono obiettivi concreti a medio o lungo termine. Per esempio, se domani si scatenasse una rivolta popolare in Cina (i presupposti ci sarebbero e comunque ci fu il precedente di Piazza Tien an Men nel 1989) sarebbe automatica la solidarietà con i rivoltosi? In un simile evento si condenserebbero un’infinità di contraddizioni e ambiguità da far venire i brividi solo a pensarci: tale “scenario” è da tempo nell’agenda dei pensatoi dell’imperialismo, sarebbe quindi il caso di pensarci su a nostra volta e molto freddamente.

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