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“Spiati noi? Ma no, non ci risulta…”

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Le reazioni italiane alla rivelazione che qui da noi vengono spiate 46 milioni di telefonate al mese sono state particolarmente “tiepide”. Per non dire nulle. Un understatement alla Letta (zio e nipote) che contrasta palesemente con la rabbia appena frenata di Berlino, Parigi, Madrid, ecc, e che somiglia quasi alla dispiaciuta complicità (con gli Usa) di Londra.

 

Stamattina, poi, i servizi segreti italiani hanno voluto dire la loro. Comprensibile, in fondo ci hanno fatto una figura barbina: tutti presi come sono a controllare fino all’ultimo “antagonista di sinistra” solitario (per essere sicuri che tale resti), fino a infiltrare persino Rifondazione per accelerarne il disfacimento, non si erano accorti che il potente “alleato” faceva quel che voleva delle comunicazioni nazionali (telefonate, mail, segnali di fumo, ecc), persino dei “vip” che teoricamente dovrebbero proteggere e servire.

 

La Stampa, quotidiano torinese di Casa Fiat, riporta la loro “precisazione risentita”. E sarà bene fare l’esercizio di leggere in controluce le loro affermazioni per cercare di capire meglio cosa vorrebbero farci accettare.

 

Quel che scrive La Stampa è in carattere tondo, le nostre considerazioni sono in corsivo.

 

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L’intelligence di Roma «non ha evidenze» delle 46 milioni di telefonate “spiate” in Italia dalla Nsa americana, di cui ha parlato il sito Cryptome. Invita poi a prendere con le pinze le indiscrezioni del sito e a distinguere tra spionaggio e monitoraggio. L’Intelligence sottolinea che a parlare di 46 milioni di telefonate non sono fonti ufficiali. Non va poi confuso, segnalano, lo spionaggio che è un’azione ostile, con il monitoraggio, che è invece un’analisi grezza di megaflussi di comunicazioni. Dentro ai confini nazionali, come ha anche spiegato la scorsa settimana al Copasir il sottosegretario Marco Minniti, c’è «una ragionevole certezza» che la privacy dei cittadini sia stata rispettata. Quanto al flusso di telefonate e di e-mail tra Italia e Stati Uniti o altri paesi, «non c’è alcuna prova» di intercettazioni massicce come quelle riportate oggi. 

 

Red. A loro non risultano tutte quelle intercettazioni – è il succo – ma solo un controllo di “metadati” di dimensioni ragguardevoli. La differenza è ben spiegata (a parte quel patetico “azione ostile” rappresentata dall’intercettazione vera e propria, mentre il “controllo di metadati” sarebbe quasi una neutra gestione idraulica del traffico. Possiamo comunque segnarci la definizione: quando la polizia (o equivalenti) ci intercetta compie “un’azione ostile” nei confronti dei cittadini. Senza che questi ne abbiano compiuta una contro l’intercettatore.

 

È dai tempi delle voci su Echelon (di cui Prism è uno sviluppo, par di capire) che si ripete la stessa sciocchezza. Di fatto, il sistema di ascolto statunitense monitora una valanga di comunicazioni “in automatico”, senza che nessuno stia ad ascoltare quel che viene detto o scritto. Sarebbe del resto fisicamente impossibile, perché ci vorrebbe un intercettatore (moltiplicato per i tre turni del normale orario di lavoro) per ogni intercettato. La “genialata” informatica sta nei “sensori” che “monitorano” il traffico dati – in voce o in testo – che fanno scattare l’allarme, e quindi probabilmente anche una fase di intercettazione, quando vengono pronunciate o scritte certe parole. Dai milioni alle decine di migliaia, insomma.

 

La sostanza non cambia, come si vede. C’è solo un primo livello “grezzo” di controllo generalizzato (ma tutte le mail rimangono archiate per diversi anni, e così anche i tabulati telefonici che riportano le utenze che si contattano, quando lo fanno e per quanto tempo ogni volta), e un livello pià “raffinato” che può comportare la messa sotto ascolto individuale o di gruppo.

 

Ma questa “differenza” diventa – nelle parole dei servizi e del sottosegretario Marco Minniti (un tempo dalemiano di ferro, tanto da far parte della “banda dei Lothar” quando Baffetto Mandrake aveva trasformato Palazzo Chigi in una “merchant bank dove non si parla inglese”, secondo la definizione di Guido Rossi) il fondamento della «ragionevole certezza» che la privacy dei cittadini sia stata rispettata…

 

Qui bisognerebbe denunciare il sottosegretario per tentativo di circonvenzione di incapace (pensa evidentemente che nessun cittadino italiano sia in grado di capire niente).

 

 

 

Ci sono accordi di intelligence tra Italia ed Usa, ma questa collaborazione non prevede che i cittadini della prima vengano `spiati´ dai secondi.

 

Red. È persino probabile che sia vero: ci pensano direttamente i servizi italiani, che poi passano ai “superiori” oltreatlantico il risultato delle loro ricerche. Questo è pur sempre il paese dei Mario Merlino e della strage di Piazza Fontana, dell’extraordinary rendition di Abu Omar, ecc; con una continuità veramente degna di miglior causa. È il paese in cui i servizi segreti “nazionali” sono una banale “sezione locale” di un servizio statunitense.

 

Ed è significativa la differenza di reazione tra Letta e Merkel allo “scandalo”. La seconda punta apertamente su un’Unione Europea a egemonia tedesca, che sia in grado di “competere” per l’egemonia globale, anche distanziandosi in parte dagli Usa. L’attuale governo italiano, come tutti quelli precedenti, invece no. Va bene applicare le direttive della Troika in campo economico, fiscale e finanziario; va bene distruggee il welfare e il modello sociale europeo. Ma se si parla di servizi segreti e filiera di comando militare, solo gli inglesi sono più “americanizzati” di quelli italiani. E forse solo perché hannno il “vantaggio competitivo” della lingua in comune…

 

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