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La troika “spaccatutto”, a cominciare da Berlusconi

De-berlusconizzare la politica italiana è un processo lungo, ma ieri è stato fatto un sostanziale passo avanti. La scissione del Pdl, proprio mentre si andava a preparare la rinascita di Forza Italia, cambia il quadro entro cui sopravviverà il governo Letta-Napolitano, ma dice anche qualcosa di importante su quello “strategico”.

Tutto in un giorno, bisogna dire. L’Unione Europea ha sonoramente bocciato la “legge di stabilità” (la ex “finanziaria”) uscita fuori dai faticosi compromessi tra i due partiti maggiori, per la sofferenza dei “montiani” candidatisi a terminale acritico dei diktat della Troika. Il Pdl si è spaccato tra “governisti” e “oppositori”, il che garantirà a Letta una maggioranza più risicata, ma meno esposta ai balzi d’umore e agli interessi individuali del Leader Senza Passaporto. Sono infine cominciate le “piccole manovre” per espellere anche Vendola dalla ridotta pattuglia dei “leader politici” espressione di qualche, anche informe, aggregato sociale; per quanto “collaborazioniste” possano essere le posizioni su si era attestato.

Difficile non vedere l’enorme ruolo dell’Unione Europea in questi eventi. Difficile non vedere i contorni del nuovo scenario politico prossimo venturo: sono partiti piccoli (anche il Pd non uscirà indenne dal Congresso e dalle primarie), tutti rigorosamente privi di una leadership legittimata dalla statura intellettuale o dal seguito di massa, tutti altrettanto rigorosamente privi di un progetto-paese degno di essere preso in considerazione o almeno presentato in pubblico.

L’unica discriminante possibile, capace di identificare chiaramente la collocazione politica di una di queste microformazioni sarà il rapporto con l’Unione Europea. Non più una “destra”, una “sinistra” e un “centro” riconoscibili per la difesa più o meno coerente degli interessi di ben identificabili “blocchi sociali”, ma due ipotetici schieramenti pro e anti “Europa”.

Con una differenza importantissima. Mentre all’interno del grumo “europeista” troveranno spazio – ovviamente – soltanto gli interessi sociali “in linea con i parametri di Maastricht” (finanza, manifattura multinazionale, residui settori hi-tech, “made in Italy” di eccellenza, ecc), determinando politiche socialmente minoritarie e quindi “necessariamente autoritarie”; all’interno della nebulosa “anti-euro” finiranno forzatamente sia la spazzatura sociale fin qui tenuta insieme dal berlusconismo (imprese da appalti e subappalti, clientele a ridosso della spesa pubblica, imprese criminal-mafiose in senso lato, economia sommersa, ecc), sia i ben più legittimi e maggioritari interessi di lavoratori dipendenti, pensionati, precari di ogni ordine e specialità professionale, disoccupati, senza casa, ecc). Evitare qualsiasi confusione tra questi due mondi è decisivo, spechi perché non mancheranno mai – anzi, sono in alcuni casi già visibili – i tentativi sporchi di “mettere in comunicazione” situazioni spurie, ambigue, biforcute.

Il primo blocco ha una rappresentanza politica e “sindacale” da ricostruire, obiettivi da ricalcolare, una “collocazione internazionale” da ricostruire (come accenna solo Luciano Fontana, sul Corriere) dopo che il Caimano l’ha guidato tra gli “impresentabili”. Ma possiede anche personale politico, per quanto di basso livello, abituato a fare di necessità virtù e a cercare la mediazione più efficace tra interessi diversi.

Ben diversa è invece la situazione del blocco sociale in senso ampio “proletario”. Qi la frammentazione è massima sia livello sindacale che politico; ma soprattutto è ben scarsa la chiarezza sull’origine e l’orizzonte dei fenomeni terrificanti che stanno devastando la vita di milioni di persone. Nelle formazioni politiche calcificatesi in seguito alle innumerevoli scissioni di Rifondazione Comunista prevale la tendenza all’autoreferenzialità, quasi sempre solo su fondamenti identitari e/o ideologici. Oppure un livello di riflessione politica incapace di superare l’orizzonte elettoralistico di brevissimo periodo e inchiodata alle alchimie per impossibili “cartelli”. A questa parte di mondo l’impeachment pubblico di Vendola – inchiodato dalla vergognosa familiarità con i vertici dell’Ilva – suona come una campana a morto per ogni illusione di raffazzonare l’ennesima variante “arcobalenica”.

D’altro canto, la prospettiva di unificare le lotte – peraltro ancora di dimensioni insufficienti a costituire una “massa critica” influente sui rapporti di forza, anche se il 18 e 19 ottobre hanno rotto la crosta della rassegnazione – nella prospettiva della rottura dell’Unione Europea è condivisa al momento da quote ancora ristrette di un personale politico-sindacale di classe. Anche se fortunatamente ben radicate in organizzazioni di massa in crescita quantitativa e di credibilità sociale. In molte aree di movimento permane invece, purtroppo, una tendenza ad “accontentarsi” del livello di conflittualità che localmente si riesce ad esprimere, guardando con impotente sospetto ogni livello di discussione – e organizzazione – all’altezza dell’avversario che ci si para davanti: l’Unione Europea, appunto. Ma non c’è dubbio che sarà la realtà del conflitto ad imporre una visione più realistica delle cose.

In fondo, se l’”invasione” della Troika sta producendo – tra l’altro – la “de-berlusconizzazione” del quadro parlamentare, non dovrebbero esserci dubbi sulla “potenza di fuoco” di cui dispone. Sconsigliando tutti dal procedere in ordine sparso. Specie in terre inesplorate…

 

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