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Faccia buona o criptica dello smantellamento sociale? Bologna sperimenta

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Da qualche settimana i giornali locali hanno preso di mira le occupazioni abitative esistenti a Bologna. Prima con l’accanimento del Resto del Carlino, seguito da quello di Repubblica, a seguito della concessione della residenza agli occupanti di via de Maria (occupazione dell’autonomia bolognese), subito revocata. È seguito poi l’attacco su via Toscana (occupazione dell As.I.A. USB) con il conseguente distacco di tutte le utenze.
Per tutto il mese di agosto sui giornali c’è stato un approfondimento quasi investigativo su quante persone vivono in stabili occupati, chi sono e da dove vengono, e come si comportano. Dopo Ferragosto improvvisamente l’atteggiamento delle istituzioni è cambiato quasi radicalmente. Qualche giorno fa la richiesta dello sgombero di via Irnerio (occupazione dell As.I.A. USB) da parte dell’ospedale S. Orsola interessato a vendere lo stabile, è stata invece gentilmente rimandata al mittente dall’assessore alle politiche abitative Malagoli (SEL), che si è proposto come mediatore con la Prefettura, temporeggiando sulla faccenda come alternativa “solidale” allo sgombero immediato.
«Queste situazioni sono tutte urgenti e nessuna in realtà lo è. Basti pensare che l’Ausl cerca di vendere la clinica Beretta da anni, che è stata occupata (da A.Si.A) proprio dopo che l’ennesima asta è andata a vuoto – dice Malagoli -. La situazione concreta alla fine è quella di immobili in vendita per anni che rimangono vuoti, mentre in città c’è una reale emergenza abitativa. Abbiamo visto che mettere in vendita un immobile non significa automaticamente trovare un compratore».
Una bella dichiarazione, sembrerebbe, che mette davvero il punto sulla questione abitativa a fronte della quantità esagerata di stabili vuoti in città, anche se dall’altro lato, il programma di dismissione, per “razionalizzare il patrimonio di edilizia residenziale pubblica” previsto anche nel piano casa di Renzi, ha visto la vendita di 85 case negli ultimi due anni. La risposta del comune in merito all’emergenza abitativa rimane comunque sempre la stessa: vendita di patrimonio pubblico e sempre meno assegnazioni di case popolari (quest’anno solo 450 assegnazioni a fronte di 6000 richieste).
Parallelamente, coincidenza o meno, l’amministrazione di Bologna pare prendere spunto dalle esperienze di autogestione per fare qualche altro taglio qua e là nel settore del welfare. A fine luglio un bando comunale ha messo a gara la gestione dei servizi socio-assistenziali, quelli riguardanti ad esempio, la gestione dei dormitori, dei centri diurni di accoglienza e assistenza, dei servizi per limitare e prevenire i danni da sostanze stupefacenti.
Il progetto, chiamato simpaticamente “Housing first” rialloca 450 milioni di euro tolti a due dormitori per essere investiti in questo nuovo progetto, che mira a una politica di autogestione di alcuni servizi, come ad esempio l’assistenza notturna nei dormitori, con una logica “meno assistenzialista”. In altre parole, puntando al “merito” e alla “responsabilità volontaria” degli ospiti dei dormitori, sarebbe possibile fare a meno di qualche operatore sociale che fino ad ora aveva il compito di gestire queste strutture e le delicate dinamiche che vi si innescano, soprattutto con presidi notturni.
“Il nuovo appalto – denuncia però il sindacato Usb – avrà gravissime ricadute sul piano sociale ed occupazionale con esuberi e riduzioni contrattuali. Si contano circa 17 operatori in meno se dovessero rivincerlo soggetti costituiti in cooperative sociali, ma addirittura tutti gli attuali 80 operatori di questi servizi potrebbero essere coinvolti, in quanto al bando potranno partecipare Associazioni di Volontariato che in caso di vittoria non sarebbero tenute a garantire l’attuale contratto”.
Si tratta quindi dello smantellamento di un altro pezzo di welfare, il tentativo di privatizzare la gestione dei servizi sociali con un nuovo approccio che mira teoricamente ad autonomizzare il disagio sociale, senza alcuna garanzia per quei sempre meno fortunati lavoratori che potranno essere occupati in questo settore. Un esperimento locale che però potrebbe avere ampie ripercussioni nazionali. Il progetto bolognese infatti è perfettamente in linea con il documento per la Consultazione che il Governo Renzi sta lanciando per il terzo settore a livello nazionale, nel quale si può leggere: “Noi crediamo che profit e non profit possano oggi declinarsi in modo nuovo e complementare per rafforzare i diritti di cittadinanza attraverso la costruzione di reti solidali nelle quali lo Stato, le Regioni e i Comuni e le diverse associazioni e organizzazioni del terzo settore collaborino in modo sistematico per elevare i livelli di  protezione sociale, combattere le vecchie e nuove forme di esclusione e consentire a tutti i cittadini di sviluppare le proprie potenzialità.”. La costruzione del nuovo modello di “welfare partecipativo”, che mira a premiare con incentivi e strumenti di sostegno i comportamenti “donativi o comunque prosociali” di cittadini e imprese passerà quindi attraverso lo smantellamento del sostegno pubblico all’assistenza sociale, e all’affidamento di tutto ciò a imprese o ad associazioni di volontariato.
In altre parole, ciò significherà lavarsi le mani dal disagio sociale, emarginando pezzi di lavoro precario, e conseguentemente aumentare la massa di persone che si troveranno presto in condizioni di disagio abitativo e sociale a scapito dei lavoratori professionisti e dei loro salari.

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