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Boeri suggerisce il modo di tagliare le pensioni. Di tutti

Preceduto sempre dalle “indiscrezioni” riportate da IlSole24Ore, l’assalto del governo Renzi alle pensioni sta assumendo i contorni tragici che sono stati imposti alla Grecia. Perché nessuno se ne accorga prima che sia troppo tardi – tranne gli addetti ai lavori e chi, come noi, prova a seguire le mosse pratiche del nemico senza farsi distrarre dalle sue chiacchiere – è stata alzata una nuvola di parole intorno alla “possibilità di uscita anticipata”. In teoria, ce ne siamo occupati pochi giorni fa (http://contropiano.org/politica/item/31225-ti-taglio-la-pensione-ma-lo-faccio-per-il-tuo-bene), si parla di come favorire il pensionamento volontario di chi ha un’età non troppo lontana dal limite imposto dalla Fornero (66 anni e 3 mesi, più quattro mesi dall’anno prossimo). E altrettanto teoricamente si presenta come “ovvio” che una simile decisione individuale debba sopportare un piccolo sacrificio per agguantare il meritato riposo dopo una vita di lavoro.

Bene. Ieri Tito Boeri – neo presidente dell’Inps scelto da Renzi in quanto animatore del think tank Lavoce.info e sostenitore della necessità di tagliare drasticamente i trattamenti pensionistici (sia quelli in essere che i futuri) – è stato ascoltato dalla Commissione lavoro della Camera proprio per illustrare le conseguenze sui conti pubblici delle “cinque ipotesi” anticipate dal quotidiano di Confindustria.

Boeri ne ha stroncate quattro senza mezzi termini e ne ha salvata una sola. Indovinate quale…

La prima – contenuta nel didegno di legge presentato da Cesare Damiano e Pierpaolo Baretta (casualmente due ex sindacalisti “molto dialoganti”, rispettivamente Cgil e Cisl) – avrebbe permesso di lasciare volontariamente il lavoro a 62 anni, con una penalizzazione del 2 o del 3% per ogni anno. Per il lavoratore ci sarebbe statun assegno pensionistico decisamente più “leggero”, oscillante (nel caso di ritiro alla prima data utile) tra l’8 e il 12%. Non poco, ma ognuno dovrebbe saper fare i propri conti…

Boeri l’ha stroncata terrorizzando gli astanti con un numero: costerebbe 8,5 miliardi in più per l’Inps. Naturalmente questa cifra varrebbe solo nel caso che tutti, ma proprio tutti, gli interessati facessero la scelta di laciare subito.

La seconda, anch’essa proposta da Damiano e dalla “sinistra” del Pd, è nota come “quota 100”. In queta ipotesi il lavoratore va in pensione quando età anagrafica e anzianità contributiva sommate danno appunto 100 (es: 62 anni e 38 di lavoro, oppure 63 e 37, ecc). Va ricordato che la già pessima “riforma Dini” del 1996 aveva fissato una quota più bassa, 96; quindi ci sarebbe in ogni caso stata una perdita per i lavoratori rispetto a quella normativa, ma un lieve guadagno rispetto alla Fornero. Qui il fucile di Boeri ha sparato una cifra ancora pià grossa: 10,6 miliardi. Ovviamente, anche in questo caso, solo se tutti, ma proprio tutti, decidessero di ritirarsi al raggiungimento di quota 100.

Niente da fare anche per la “staffetta generazionale”, una costruzione in verità alquanto barocca, per cui un lavoratore anziano avrebbe potuto mettersi in part time al 50%, percependo metà pensione fino al raggiungimento del limite anagrafico, consentendo all’azienda di assumere part time al 50% un giovane.

Su quest’idea Boeri non ha sparato numeri (non se ne possono realisticamente fare), prevedendo comunque un “aggravio” per i conti pubblici, e si e limitato ad attaccarne la struttura logica: «In nome di questa filosofia abbiamo avuto una eredità pesante per la finanza pubblica».

Peggio ancora per l’”opzione donna” (pensionamento a 57 anni di età e 35 di contributi, al momento praticabile fino alla fine del 2015), ovviamente con rilevante perdita sull’entità dell’assegno mensile da percepire. Il bello è che Boeri l’ha fucilata fingendo di ergersi a paladino del lavoro femminile: «Nel caso di carriere femminili sono molto frequenti le interruzioni di carriera; quindi il criterio di 35 anni di contributi è molto restrittivo. Credo che per le donne non si devono adottare requisiti molto stringenti altrimenti la platea diventa molto limitata». Verissimo, incontestabile. Ma allora perché non va bene? Se le donne, con questa opzione, dovessero arrivare a prendere assegni troppo bassi, ci sarebbe un sorta di obbligo morale per lo Stato di «compensare» con sussidi di vario tipo. E questo peserebbe comunque troppo sul bilancio pubblico.

Il presunto difensore delle donne, insomma, si rivela il loro peggior nemico in nome del pareggio di bilancio.

Nonr estava dunque che l’ultima ipotesi, la sua. Che ovviamente lui giudica ottima (“oste, com’è il vino?” “Bbono…”). La riassumiamo sinteticamente: un sistema unico di calcolo dell’assegno previdenziale con il metodo contributivo. Niente scelte volontarie, niente finestre mobili, niente di niente anzi peggio. Lo stesso giornale di Confindustria – vanno in pensione anche loro, quindi si sono preoccupati un poco – ha quantificato la perdita per ogni pensionato presente e futuro; il 32% in meno. E non soltanto per le “pensioni d’oro” o, più genericamente, per quelle definite “alte”. Per tutti (“sistema unico di calcolo” significa questo). Una pensione attuale  di 1.200 euro, maturata con il metodo retributivo almeno fino al 1996, scenderebbe di botto a 800 o poco più…

Siamo certi che quando il governo presenterà questa proposta di decreto legge ci sarà una sollevazione popolare. Per depotenziarla potrebbero decidere che questa soluzione vale solo per chi andrà in pensione dopo l’approvazione. Perché naturalmente una cosa del genere distrugge diversi diritti acquisiti, esponendosi ancora una volta alla bocciatura della Corte Costituzionale (di cui il governo ormai si fa beffe). Su questo punto Boeri, perfettamente consapevole di star consigliando un modo “golpista” di affrontare il nodo pensioni, ha benevolmente lasciato la decisione al Parlamento. Ossia al governo che lo ha nominato al vertice dell’Inps…

Poi, col tempo, magari con un altro governo, uscirà fuori qualcuno che in nome dell’equità proporrà un altro decreto che abbatte le pensioni di tutti. Come con la precarietà contrattuale, nei quasi venti anni intercorsi tra l’infame “pacchetto Treu” e l’ultrainfame Jobs Act. 

Che sia Tito Boeri, con quella sua aria mite, a presentare questo progetto di macelleria sociale, secondo noi rientra appieno in una figura mitica della cronaca nera e del cinema: quella del “faccia d’angelo” alle prese con un mestiere decisamente infernale…

p.s. Sulle capacità predittive de IlSole24Ore si veda anche http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-05-20/in-pensione-62-anni-assegni-ridotti-20-30percento-140648.shtml?rlabs=1.

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