Menu

Genova 2001. Le vittime respingono la “conciliazione amichevole”

L’abbrutimento di uno Stato lascia tracce nauseabonde. E i quasi 15 anni passati dalla mattanza di Genova ad oggi hanno peggiorato la situazione, non certo attenuata.

DI nauseabondo, volendo essere precisi, c’è un assalto a una scuola addetta a dormitorio, con pestaggio selvaggio di chiunque fosse all’interno.

C’è la tortura praticata sia lì che nella caserma di Bolzaneto, riconosciuta da sentenze internazionali. Torura in senso stretto, non metaforico, con tanto di “specialisti” e medici indegni di ricoprire ancora questa fondamentale professione.

C’è la tutela e addirittura la promozione di tutti i funzionari di medio e alto livello che avevano organizzato e diretto quella mattanza, anche dopo condanne penali comunque tardive e molto – troppo – tenui, o addirittura processi portati sapientemente fino ai termini della prescizione.

C’è il tentativo di infame di costruire, sia prima che dopo, prove false a carico delle vittime della mattanza (le famose “molotov” e non solo).

Ci sono le condanne per le vittime, spesso esagerate, enormemente superiori a quelle comminate ad alcuni dei torturatori (prima della prescrizione o della riduzione in appello).

C’è il protervo rifiuto di una classe politica – ricattata in alcuni cai esplicitamente dai vertici delle “forze dell’ordine” – di arrivare a inserire nel codice penale perfino il reato di tortura, unico paese d’Europa.

C’è l’infamia esplicita delle motivazioni addotte contro un passaggio legislatico che sarebbe stato già tardivo: “l’introduzione del reato di tortura limiterebbe le capacità di indagine delle firze di polizia”. Una confessione quasi diretta: sì, in effetti nella caserme d’Italia si tortura abitualmente.

C’è anche l’infamia più spicciola, al limite del ridicolo, quella che rifiuta da allora persino l’obbligo di un cosice numerico identificativo sulle divise, che “metterebbe in pericolo gli agenti” anche se la corrispondenza di quel numero a un nome sarebbe comunque nelle mani dei funzionari dirigenti, non certo della cittadinanza.

C’è stata, infine, l’infamia finale: l’offerta di 45.000 per una “conciliazione amichevole”. Un gesto, fatto dal ministero degli esteri per la presenza di diversi cittadini stranieri tra i torturati, che presenta diversi profili di infamia.

Offerta rifiutata dalle due vittime tedesche, Moritz Von Hungher e Anna Julia Kutschkau, torturate a Bolzaneto, come “inaccettabile”. L’avvocato Riccardo Passeggi, difensore, insieme a Valerio Onida, ex presidente della Corte Costituzionale, e Barbara Randazzo, docente di diritto delle Corti europee alla Statale di Milano, è stato decisamente netto: “Rispetto ai fatti del G8 di Genova, le istituzioni e in particolare i governi italiani, indipendentemente dal colore politico, sono da 15 anni in fuga dalla realtà dei fatti. Noi andremo avanti fino in fondo”.

Non è mancata, neppure nel proporre l’offerta, un’infamia supplementare. “I miei clienti – ha spiegato l’avvocato – respingono formalmente questa offerta. Innanzitutto perche’ nessuno ha mai chiesto loro scusa. E poi anche perché, dopo aver presentato un ricorso per la messa in mora del governo per la mancata introduzione del reato di tortura nel codice penale, questo reato non è stato ancora introdotto. Nella lettera c’è scritto sia che il governo ha ‘seriamente sanzionato’ l’accaduto ed è sotto gli occhi di tutti che sia una frottola sia che ai miei clienti è gia’ stata offerta una somma, che loro avrebbero rifiutato, per chiudere la vicenda. Anche questo non è vero perché nessuno ci ha mai proposto niente”. Insomma, persino nella “concliazione” il governo ha provato a far passsare l’idea che le vittime stessero solo cercando di massimizzare il risarcimento, invece che pretendere giustizia.

“Trovo sinceramente imbarazzante – ha concluso l’avvocato Passeggi – che il rappresentante del governo a Strasburgo racconti frottole alla Corte europea. Non è una questione di soldi: il governo deve sapere che in Italia e soprattutto all’estero c’è ancora chi sa cosa sia una questione di principio”.

Di fatto, quella del governo è una confessione travestita da gesto unilaterale. Se lo Stato non fosse colpevole e già condannato a livello internazionale non offrirebbe un euro a nessuno, come pretenderebbe chi allora era al governo (i berlusconidi, fascisti e leghisti). Ma un colpevole che vuol pagare per estinguere gli effetti civilistici della sua colpa dovrebbe quantomeno ammettere di esserlo, non far finta di esser benevolo.

In secondo luogo, si offre un risarcimento per evitare condanne peggiori e il ritiro delle cause in corso presso la Corte europea di Staraburgo. In modo da poter continuare a diffondere una narrazione infame secondo cui lo Stato, a Genova, “non ha fatto in fondo nulla di male”.

In terzo luogo, è infame persino la cifra offerta. Presa di peso dall’unico caso di risarcimento accettato da una delle vittime e inferiore a quella di prammatica negli incidenti stradali. Che, ricordiamo, sono eventi “colposi”, non volontari e premeditati come gli assalti e le torture.

Una monetizzazione della tortura che, paradossalmente, rischia addirittura di creare bei buchi nel bilancio pubblico, perché le persone torturate nelle caserme e nelle carceri sono migliaia. E molti non sopravvivono, quindi le cifre offerte dovrebbero in quei casi salire enormemente.

Ma per le varie polizie d’Italia lo Stato – questa classe politica, così come le precedenti – è disposto a fare questo ed altro. Tutto, pur di non introdurre il reato di tortura e neanche il numero identificativo sulle divise (che ormai ce l’hanno persino i soldati dell’esercito israeliano….).

Naturalmente la formalizzazione del reato era tra le promesse di Matteo Renzi. Un punto in più, tra le imputazioni a suo carico…

- © Riproduzione possibile DIETRO ESPLICITO CONSENSO della REDAZIONE di CONTROPIANO

Ultima modifica: stampa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *