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Prove pratiche di intervento in Libia, si comincia con l'”intervento umanitario”

Dopo l’attacco dell’Isis, il 7 gennaio scorso, contro il Centro di addestramento della polizia costiera libica, a Zliten, il Consiglio di Presidenza della Libia (unitario, tra molti distinguo) ha chiesto ufficialmente aiuto al governo italiano per dare assistenza sanitaria ai feriti gravi. E’ stato così deciso un intervento militare “umanitario”, consistito nel trasporto di 15 cittadini libici da Misurata a Roma presso il Policlinico del Celio.

Naturalmente, per raccogliere materialmente i feriti, mezzi aerei e soldati italiani sono dovuti atterrare e “dispiegarsi”, sia pure per poche ore, in terrirorio libico.

Fin qui la notizia pura e semplice. Ovviamente nessuno può essere contrario ad accogliere dei feriti e curarli, e proprio su questo ha probabilmente fatto conto il governo nell’ordinare il primo intervento militare italiano in Libia. Un’azione non solo simbolica e umanitaria (come recita la “comunicazione” di regime), ma anche pienamente e seriamente militare (come rivendica il ministero della Difesa, ossia l’esercito).

Sembra insomma che sia giunta a piena maturità la fervida relazione tra il tradizionale militarismo italico e la “cultura politica” di alcuni membri del governo Renzi che si erano fatti le ossa nientepopodimeno che nel movimento “no global” (la Mogherini è quella più famosa, ed anche la più alta in grado, ora). Una relazione che consente di coniugare nei comunicati stampa un certo “buonismo” con la più rude sbrigatività dei militari.

Consapevoli che di interventi militari in Libia o altrove questo paese ne ha piene le scatole – sia per i costi economici che per i rischi di attentati – alcuni membri del governo hanno pensato bene di effetuare un “test umanitario” per saggiare la reazione dell’opinione pubblica al primo tentativo di “mettere gli scarponi” sulle sabbie nordafricane. “Non andiamo in guerra, stiamo soltanto raccogliendo dei feriti!”, con le truppe.

Il ministero della Difesa, dicevamo, non sembra però a suo agio nel ruolo della semplice ambulanza. Ha quindi diramato una sua nota in cui, oltre a dare alcuni dettagli logistici (è stato usato “ un C-130J dell’Aeronautica Militare – allestito per il trasporto sanitario – che insieme ad altri assetti messi a disposizione dalla Difesa hanno consentito di realizzare l’operazione”) rivendica la complessità dell’operazione:

“il Ministero della Difesa ha messo a disposizione i propri assetti interforze che coordinati dallo Stato Maggiore della Difesa, per il tramite del Comando Operativo di Vertice interforze, hanno condotto con successo il delicato trasporto.

Il velivolo, partito all’alba dall’aeroporto di Pratica di Mare, è atterrato all’aeroporto di Misurata dove un Team sanitario militare interforze italiano ha provveduto all’imbarco dei feriti a bordo dell’aereo che è ripartito per l’Italia. La ricezione e l’assistenza sanitaria a bordo è stata garantita da un equipe interforze di 14 medici, infermieri specializzati e assistenti di sanità tutti provenienti dal Policlinico Militare del Celio in Roma.

Nel dispositivo militare erano comprese anche unità delle Forze Speciali per la sicurezza e mezzi aerei per la sorveglianza”.

Nessuna meraviglia. Per quanto di “carattere umanitario”, l’operazione si doveva svolgere in un paese in guerra, con bande armate governative o anti che difficilmente fanno distinzioni. Obbligata, dunque, la mobilitazione di un dispositivo complesso e ben armato, una specie di “prova generale” sul campo, buona per impostare eventuali interventi futuri. Obbligata, certo, per chi ha deciso comunque di intervenire…

Ed è proprio in questo modo che si entra in guerra senza quasi accorgersene, senza roboanti dichiarazioni belliciste che produrrebbero probabilmente un rifiuto generalizzato nella popolazione italian (oltre che un rapido compattamento delle bande libiche contro l’invasore straniero, peraltro ben conosciuto da 100 anni). Ci si entra ammantati di “buone intenzioni”, di quasi pacifismo, “per portare aiuto”.

Una propaganda non troppo originale e poco credibile, bisogna dire, mentre sui media padronali più influenti fioccano inviti a “rompere gli indugi” e “intervenire in Libia in difesa dei nostri obiettivi strategici”.

Leggere qui per farsene un’idea più precisa: http://www.contropiano.org/politica/item/34638-alla-guerra-alla-guerra-e-a-chi-la-libia-a-noi.

 

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