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Disoccupati e statistiche. Una precisazione

Capita, nello scrivere un articolo, di andare veloci e quindi non sottilizzare troppo sulle argomentazioni tecniche. Specie in campo statistico è facile abbreviare, anche per non tediare troppo lettori che nella lagioranza dei casi, non sono “addetti al lavori”.

Capita periò anche che qualche lettore invece legga con attenzione si documenti e tragga conclusioni leggermente diverse. Ne siamo felici, perché facendo informazione il meglio che si possa sperare è avere dei lettori capaci di interlocuzione. Anche perché, da comunisti, sappiamo che si può funzionare come insieme (organizzazione politica, sindacale, informazione, specializzazioni varie, ecc) sono se si ragiona e agisce come “intellettuale collettivo”. E i lettori sono parte essenziale di questo continuo processo di verifica, affinamento, ragionamento che dà risultati solo se ognuno porta le sue competenze, al livello più alto possibile.

Lo ammettiamo, siamo un po’ “meritocratici”, ma in senso esattamente opposto a quello dei liberal-liberisti. Ci piace infatti non “competere”, ma “collaborare” all’interno del blocco sociale che sentiamo nostro. E per ottenere risultati che ci portino fuori e oltre la miseria presente pensiamo sia indispensabile che a prendere parola, carta e penna, e tastiera, siano quanti hanno davvero da dire qualcosa che gli altri – tutti noi di quel blocco sociale – ancora non avevano definito meglio.

“Ciascuno dica la sua”, da queste parti, è considerato uno slogan inventato per dividere e frammentare, accolto non a caso da un gruppo dirigente “comunista” che si è distinto per vaniloquio, personalismo e distruzione. Ma quelli che sanno qualcosa per davvero, scrivano e parlino in piena libertà. Ci aiutano, soprattutto quando criticano o, come in questo caso, precisano meglio.

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Disoccupati cancellati per decreto, “grazie” al Jobs Act

Volevo segnalare che l’articolo il cui titolo è in oggetto è impreciso. (http://www.contropiano.org/economia/item/34706-disoccupati-cancellati-per-decreto-grazie-al-jobs-act)

L’indagine Istat (forze di lavoro) è somministrata alle persone, non ai centri per l’impiego.

Vero è che l’indagine ha una sezione sull’uso dei centri per l’impiego, ma non ha un impatto sulla determinazione di chi (fra quelli che non sono occupati) sarà considerato disoccupato o inattivo.

Quindi, se la norma non dovesse cambiare le “abitudini” nella ricerca di lavoro da parte dei non occupati, ma solo “spostare” l’azione di ricerca da un centro pubblico a uno privato, ​la stima dei disoccupati è destinata a non cambiare.

A ben vedere, si può ipotizzare un effetto di tipo un pò diverso: è destinato a scomparire dal novero dei disoccupati quel sottoinsieme di persone la cui unica azione di ricerca attiva di lavoro (nelle 4 settimane precedenti l’intervista, come prescrive la definizione Ilo adottata da Eurostat e, quindi, Istat) fosse stata l’iscrizione al centro pubblico per l’impiego.

Non ve lo preciso per spaccare il capello o fare stupidamente il precisino. Ma perché non si coglie il punto, che è più strutturale.

La distinzione fra disoccupati e inattivi (o non forze di lavoro) nasce dall’esigenza di “contabilizzare”, fra coloro che non lavorano, quanti sono “pronti” a (ri)entrare nel mondo del lavoro non appena ce ne siano le condizioni.

Occupati e disoccupati sono difatti considerati, insieme, forze di lavoro (e, in termini da economista, offerta di lavoro). Man mano che il tasso di disoccupazione ha acquisito valenza nel dibattito politico, si è affermata l’esigenza di “restringere” il numero dei disoccupati.

Il che ha affievolito la rilevanza reale di una stima affidabile di questo aggregato statistico (so bene che parliamo di persone….caso mai vi avessi fatto sorgere un dubbio). La definizione di disoccupato in uso risale a metà anni ’90.

Questo “sporco lavoro” lo fanno i riferimenti temporali nella definizione; è disoccupato chi:

– non ha un lavoro e, allo stesso tempo, fa una ricerca attiva nelle quattro settimane precedenti e, allo stesso tempo, è disponibile a iniziare un lavoro (qualora gli venga offerto) entro le due settimane successive.

Ci sono lavori accademici che, con diversi approcci di analisi, mostrano che la definizione è troppo stringente (e quindi “conta” male i disoccupati). In particolare, è la seconda condizione a risultare maggiormente discriminante.

Una porzione di inattivi ha caratteristiche e chances di (ri)entrare a lavorare molto simili ai disoccupati.

Davide Di Laurea

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