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Cosenza. Nessuno disturbi il manovratore Condannati 7 compagni dell’Usb

È quando si acuiscono le difficoltà, quando la crisi si palesa in tutta la sia brutalità che si registrano il malcontento e la rabbia dei settori popolari sui quali sono stati scaricati i costi dell’austerità made in Italy e UE. È proprio in queste situazioni che cade la maschera di ipocrisia e si svela il volto arrogante, padronale e repressivo dei governi.
Lo sanno molto bene i nostri governanti, arroccati nei loro salotti buoni, nelle loro roccaforti di vetro ipersorvegliate e protette, quanto sia importante dotarsi di strumenti liberticidi e proteggere i propri privilegi attraverso il braccio violento delle loro polizie per punire chi protesta per il pane e la dignità, smorzando sul nascere ogni ipotesi di insubordinazione al loro ordine costituito.
Così come sanno altrettanto bene quanto la partecipazione popolare possa essere un ostacolo alla realizzazione dei loro piani e per questo ogni manifestazione di protagonismo popolare deve essere smorzata e affievolita, limitandola al solo momento elettorale, l’unico in cui la casta ha la necessità di appellarsi direttamente al popolo elettore.
Il piano renziano di riforma costituzionale così come le continue cessioni di sovranità alle istituzioni sovranazionali e alle oligarchie europeiste vanno proprio nella direzione di limitare al massimo la partecipazione popolare alla vita politica del paese, limitare le prerogative sindacali della USB e relegare le masse al ruolo di spettatori inermi o semplici comparse durante le farse elettorali.
Negli ultimi 7-8 anni la questione sicurezza, sulla quale si sono giocate le fortune politiche ed elettorali degli ultimi due decenni, è stata espunta dalle priorità politiche dei governi, più concentrati a ragionare di rating, spread, debito, austerity e a eseguire le direttive della troika scaricando sui settori popolari più deboli i costi delle loro politiche lacrime e sangue.
Dopo anni di macelleria sociale, dopo aver soffiato sulla scintilla del malcontento e alimentato il fuoco della rabbia sociale, dopo aver, per riflesso, promosso l’avanzata di movimenti populisti in mezza europa, favorito il sentimento antipolitico, e svelata la reale natura imperialista del progetto di costituzione del blocco europeo, gli ultimi colpi di coda della casta in evidente calo di consenso è rispolverare la questione securitaria.
Il decreto Minniti va proprio in questa direzione: criminalizzare ogni forma di dissenso, colpire e punire poveri ed immigrati e militanti del sindacalismo di base e dei movimenti sociali, scavalcare a destra Salvini e la Lega per riguadagnare il consenso perso e canalizzare il malcontento delle classi medie proletarizzate dalla crisi verso i disperati e gli ultimi.
Una chiara stretta securitaria verso ogni forma di opposizione sociale e la sperimentazione di nuovi dispositivi giuridici sui migranti e rifugiati che poi potrebbero estendersi a cascata sull’intero corpo sociale nazionale, come è stato negli anni scorsi con le novità normative precarizzanti in materia di lavoro. Un chiaro cambio di paradigma nell’agire politico dei governanti realizzato attraverso lo smantellamento del welfare, la precarizzazione dei rapporti di lavoro, la guerra interna, ai movimenti anticapitalisti e quella esterna combattuta contro governi e popolazioni che ancora resistono ai disegni di saccheggio, devastazione e neocolonizzazione delle potenze imperialiste. Un rovesciamento delle politiche inclusive che hanno caratterizzato gli anni del boom economico capitalistico e di governo democristiano e socialdemocratico, tendenti al “far morire”, ad escludere ampie quote sociali insubordinate al nuovo ordine sociopolitico disegnato dalle elitè e “lasciar vivere” quelle quote di popolazione ammaestrate e funzionali al loro progetto.
Un progetto che già sperimentato nell’epopea coloniale sembra oggi essere esportato anche nelle cittadelle capitalistiche ad opera di quel segmento di borghesia continentale che nella costruzione del nuovo blocco imperialista europeo sta giocandosi i propri destini di affermazione come classe egemone. Anche nella nostra Calabria, la periferia più estrema d’Europa, i rappresentanti locali di questa frazione di borghesia lavorano per concretizzare questo progetto e lo fanno costringendo le sue genti ad un destino di fame e miseria non tollerando nessun ingerenza alla concretizzazione dei loro piani e utilizzando per i loro scopi qualsiasi mezzo.

E quando la rabbia di quella enorme massa di disoccupati, precari e mobilitati si è organizzata con L’Unione sindacale di base in una manifestazione che ha voluto testimoniare il proprio disagio agli stati maggiori del PD riuniti a Lamezia per celebrare le loro “birichinate” ai danni del popolo, la risposta del partito al governo di questa regione e di questo paese è stata quella che ormai la contraddistingue a livello generale: DENUNCE E REPRESSIONE.
Ridicolo ed assurdo l’impianto che sta alla base della motivazione della sentenza di condanna dei sindacalisti USB che per il solo fatto di aver osato “prendere parola con l’On. Enza Bruno Bossio”, in una manifestazione “pubblica non autorizzata” sono stati giudicati (in contumacia per non essere stati neanche avvertiti del processo) e condannati alla cifra di 800€ (beneficio di legge perché incensurati altrimenti la pena avrebbe previsto 9 giorni di galera). Questo è il pacchetto confezionato ad arte per quanti avranno l’ardire di contestare i politici del PD. Questo lo scenario per i disoccupati, i precari, gli studenti, i migranti, i senza casa, i compagni e le compagne calabresi se non si piegheranno ai diktat di Oliverio, Guccione, Adamo, Bruno Bossio, Censore, Bruno… e tutti gli altri dis/onorevoli affamatori del popolo calabrese.
Sempre ai nostri posti ci troveranno, con la testa e la schiena sempre ben dritte, col pugno chiuso e alzato e senza cedere di un centimetro, assieme ai lavoratori, alla nostra classe e ai tanti altri compagni che non vogliono arrendersi insieme alla USB ad un’esistenza di precarietà miseria e sfruttamento cui vorrebbero condannarci questi infami.
A Enrico, Giuseppe, Delio, Aurelio, Antonio, Rocco e Dino la nostra solidarietà di classe e militante.

 

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