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Livorno. Sabato presidio di solidarietà davanti al carcere

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Perché quello che è successo a Stefano non accada mai più!

Il 22 gennaio 2017 muore a Napoli nell’ospedale San Giovanni Bosco, Stefano Crescenzi di anni 38. Era entrato in carcere il 19 marzo 2013 e sin dall’inizio il suo stato psico-fisico si era rivelato del tutto inadeguato a sostenere il regime detentivo. Nel corso del previsto aggravamento della salute di Stefano la magistratura non solo non è intervenuta per impedire subisse danni irreparabili, ma si è ripetutamente beffata di lui e della sua famiglia, arrivando a rifiutare la richiesta di scarcerazione per pericolo di fuga quando Stefano era già sottoposto a intubazione…

Le condizioni di Stefano sono precipitate mentre si trovava alle Sughere, il carcere di Livorno noto per essere fortemente punitivo, dove i pestaggi nelle “celle lisce” sono continuati duri e frequenti anche dopo che nel  2003 avevano causato la morte di Marcello Lonzi.

Tortura fisica e psicologica, condizioni di detenzione con conseguenze letali sugli individui che le subiscono, “abusi in divisa” sono all’ordine del giorno quando si parla di repressione e carcere.

La storia di Stefano, di Marcello e dei tanti che non ne sono usciti vivi infatti è tutt'altro che un caso unico e isolato. Sappiamo bene che il carcere uccide, e che i casi di cui veniamo a conoscenza sono solo una minima parte, che lo Stato fa di tutto per farli passare sotto silenzio.

Le dichiarazioni di chi queste violenze le ha negli anni  praticate e subite confermano che pestaggi, torture e privazioni son invece la vera faccia del sistema carcerario: "A Livorno esistono le cosiddette celle lisce. Sono celle in cui non c'è né il letto né altro. Solo un materasso in terra. È lì dove ti menano. A me hanno spaccato i denti davanti solo per essere tornato con dieci minuti di ritardo da un permesso. Quando sei giù all'isolamento prendono il telefono e dicono: 'Mi mandi la squadretta?'. Vengono in quattro, cinque, sei. E vengono con le tute mimetiche, gli scarponi, i manganelli, i sacchi pieni di sabbia. E te le danno anche con quelli. Perché all'esterno non vedi l'ematoma, con quelli.".

In questo contesto il processo in atto ormai da decenni ha reso il carcere sempre  più funzionale alle esigenze del sistema capitalista, trasformandolo progressivamente da dispositivo di contenimento della “devianza”, in strumento “attivo” di riproduzione dei rapporti di forza e di dominio: la complessità e la specializzazione che il sistema carcerario ha assunto sta facendo sì che il carcere nelle sue varie modulazioni (41 Bis, AS, Rems, Ergastolo ostativo o meno, Cie, etc.) diventi sempre più centrale nelle politiche e nelle sperimentazioni repressive e di controllo.

Se la repressione è un dato ineliminabile in una società, come questa, basata sullo sfruttamento di pochi verso tanti e caratterizzata da profonde ineguaglianze sociali ed economiche, in uno scenario come quello attuale, di guerra sia dentro che oltre le frontiere, lo Stato mette in campo leggi sempre più liberticide e repressive che producono povertà, precarietà e morte e che a loro volta contribuiscono ad alimentare il carcere, in tutte le sue diverse declinazioni.

Non per niente per rispondere alla cosiddetta “emergenza immigrazione”, causata dalle guerre che il sistema esporta in tutto il mondo, si rilancia la costruzione, in Toscana come in tutta Italia, di strutture detentive, i nuovi CPR, che terranno reclusi gli immigrati in attesa di rimpartrio.

Rompere il silenzio sulle condizioni di prigionia, parlare di una società senza galere significa molto più di chiedere rispetto di diritti e dignità dei reclusi. Significa mettere al centro la relazione fra sfruttamento ed esclusione. Significa avere uno sguardo reale, profondo e ampio sulla realtà che ci circonda.

Riversare sui nostri territori questa realtà è un nostro obbligo: per questo il 20 maggio saremo a Livorno perché quello che è successo a Stefano non accada mai più!

Solidarietà per tutti i detenuti e per tutte le detenute!

Tutt* liber*!


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