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In pieno inverno senza cor­rente elet­trica e senz’acqua. 
Gli abi­tanti del campo rom di via Cupa Perillo, a Scam­pia, sono diven­tati l’ossessione della Pro­cura della Repubblica di Napoli e del pre­si­dente della Muni­ci­pa­lità, Angelo Pisani. 
Era già acca­duto che una parte del campo rima­nesse senza ser­vizi in pri­ma­vera: arri­vano le denunce e la magi­stra­tura manda le forze dell’ordine a stac­care tutto. 
Mar­tedì è suc­cesso di nuovo: 800 per­sone, di cui 200 bam­bini (ma ci sono anche amma­lati e donne incinte), sono rima­sti al freddo, al buio e con i rubi­netti a secco. 
Un inter­vento che non risolve nulla, se non costrin­gerli a creare deri­va­zioni sem­pre più pre­ca­rie. 
Le forze dell’ordine sono tor­nate a più riprese anche ieri per per­qui­si­zioni e con­trolli, atti­vità che si stanno sus­se­guendo con molta fre­quenza negli inse­dia­menti del napo­le­tano. 
Pisani da mesi tuona con­tro i fumi che sal­gono dal campo, ammor­bando l’aria: «Lì è tutto abu­sivo, è vero, ma pro­prio per que­sto l’immondizia non viene rac­colta. 
La comu­nità rom si tassa per pagare il pre­lievo dei rifiuti in pro­prio – spiega Emma Feru­lano, dell’associazione "Chi rom… e chi no" - Senza elet­tri­cità sono costretti a cuci­nare e scal­darsi con i bra­cieri. E’ per­sino com­pli­cato per i bam­bini stu­diare. Sono decenni che attendono una solu­zione che superi la strut­tura campo».
Domenica prossima è indetta una Manifestazione con un Corteo/Musicale che sbugiarderà il clima di odio e di discriminazione razziale fomentato dalla Procura e dal Presidente della Municipalità di Scampia.

Pubblicato in Italia (flash news)

Mercoledì 17 dicembre l’Unione Sindacale di Base organizza la manifestazione nazionale dei lavoratori LSU, LPU e ASU,  con presidio a Roma sotto il Ministero del Lavoro, in via Fornovo dalle ore 10.00. Alla manifestazione arriveranno delegazioni da Sicilia, Puglia, Campania, Calabria e dal Lazio.

 

La recente sentenza della Corte Europea condanna l’Italia per infrazione alla Direttiva europea sul contratto a tempo determinato, ma nel nostro Paese migliaia di lavoratori socialmente utili e di pubblica utilità, prorogati dal Ministero del Lavoro e dalle Regioni per assicurare il funzionamento dei servizi e degli uffici, sono utilizzati senza alcun contratto di lavoro, né prospettive di regolarizzazione del rapporto e della futura previdenza.

 

Si tratta di circa 20 mila lavoratori, precari storici, senza contratto dalla metà degli anni ’90, sempre più indispensabili agli Enti locali, che perdono dipendenti di ruolo e assicurano servizi essenziali.

 

L’irregolarità di questo precariato non è un tema che riguarda solo i lavoratori coinvolti, ma l’intero corpo istituzionale e politico, chiamato ad interventi di natura legislativa straordinaria,  a sanatoria,  finanziata con  le attuali risorse poste in bilancio e con risorse aggiuntive dei Fondi Comunitari: soldi della collettività, destinati ad abbattere la disoccupazione e migliorare le condizioni sociali di chi è più svantaggiato, che sistematicamente non vengono utilizzati per le assunzioni dei precari/disoccupati od  addirittura  restituiti al mittente.

 

L’USB chiede interventi legislativi e finanziari, con la regolarizzazione della posizione lavorativa  in termini contrattuali e previdenziali per i 20 mila LSU, LPU e ASU del bacino nazionale, anche tramite l’utilizzo dei Fondi Europei per l’assunzione di questo precariato storico di prima generazione,  cristallizzato da anni nelle pubbliche amministrazioni. 

Pubblicato in Lavoro & Conflitto

Roma è una città sempre più immobile e sofferente. Quartieri abbandonati a se stessi, il trasporto pubblico al collasso, politiche sociali e di welfare sempre più povere e inadeguate che tirano avanti di mese in mese, l’emergenza abitativa (a cominciare dagli sfratti) che peggiora di giorno in giorno, politiche culturali inesistenti, la separazione sempre più accentuata tra centro e periferie. E’ sotto gli occhi di tutti come in questa cittá le contraddizioni stiano esplodendo nella maniera peggiore anche a causa di chi, come le derive di destra, strumentalizzano i temi del degrado e della paura. L’ondata legalista sta creando gruppuscoli di cittadini-poliziotti che chiedono sicurezza e controllo con l’unico effetto di confondere i piani per cui le emergenze sociali non vengono più riconosciute come tali, mentre le parole degrado e sicurezza prendono il posto delle parole diritto di vivere la metropoli, necessità di un welfare per tutti e libertà di scegliere sulle nostre vite.

Questa è l’immagine di una città presa in ostaggio dalle politiche di austerity. E mentre la crisi acuisce le contraddizioni e l’impoverimento di fette sempre più estese di popolazione, procede a ritmo sostenuto il processo di espropriazione di diritti e tutele promosso dal governo Renzi: i provvedimenti contenuti nello Sblocca-Italia, nel Piano casa e nella legge di stabilità sanciscono definitivamente che il governo della crisi non è a tutela del bene comune ma degli interessi di banche e speculatori.

A sua volta la giunta di centrosinistra guidata da Ignazio Marino è paralizzata dalla guerra tra correnti nel Partito Democratico ma soprattutto dai vincoli di bilancio del “Salva Roma” che imporrà alla città altri sacrifici, altri licenziamenti, ulteriore dismissione del patrimonio e dello spazio pubblico a favore della rendita immobiliare e della speculazione edilizia, la privatizzazione dei servizi pubblici e delle aziende ex municipalizzate, nuove ondate di sfratti per morosità e distacchi delle utenze per chi è in difficoltà economica.

A fronte di questo, l’insieme delle esperienze di autogestione e autogoverno articolate sui territori, di autorganizzazione di welfare dal basso e di produzione culturale indipendente costituita dagli spazi sociali, dalle occupazioni abitative, dai comitati territoriali e per i beni comuni, costituisce un grande bacino di cooperazione sociale e solidale, una risorsa irrinunciabile per Roma, che sperimenta un nuovo spazio di praticabilità dei diritti: NÈ PUBBLICO NÈ PRIVATO, COMUNE. Mentre l’amministrazione Marino non è neanche in grado di tutelare queste esperienze che dal basso rispondono ai bisogni che le istituzioni non riescono a soddisfare, permettendo che case occupate, spazi sociali, teatri e cinema restituiti alla città, vengano sgomberati per farli tornare nuovamente nelle mani della rendita.

Batterci per il “DIRITTO ALLA CITTÀ” non è uno slogan astratto. Vuol dire decidere dei territori dove viviamo, praticare direttamente la democrazia quartiere per quartiere, rivendicare il diritto a scegliere come vengono spese le risorse, difendere e moltiplicare gli spazi liberati.

DIRITTO ALLA CITTÀ vuol dire resistere agli appetiti rapaci di palazzinari e speculatori, resistere a chi genera profitto sulle nostre vite e alle mafie che fanno affari nella crisi.

DIRITTO ALLA CITTÀ vuol dire non lasciare spazio a chi soffia sul fuoco per aizzare la guerra fraticida tra soggetti che subiscono processi di precarizzazione e impoverimento generalizzato.

DIRITTO ALLA CITTÀ vuol dire capire che il vero degrado è la precarietà esistenziale e di vita a cui vogliono sottometterci.

Per questo invitiamo tutti a partecipare ad una coalizione metropolitana di cittadini, spazio sociali, movimenti per il diritto all’abitare, comitati, sindacati conflittuali, esperienze culturali e territoriali per costruire un processo condiviso di mobilitazione per il diritto alla città che si incontri il 10 dicembre alle h.17.00 a piazza dei Sanniti a San Lorenzo per un ulteriore confronto su quello che sta succedendo in questa città e scenda in piazza il 13 dicembre da piazza Vittorio Emanuele alle h.14.00 contro privatizzazioni, sgomberi, sfratti e distacchi. Contro le pericolose derive fasciste e xenofobe che stanno attraversando i nostri territori, perché Roma è nostra e ce la vogliamo riprendere.

Rete per il Diritto alla Città

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Gli inquilini delle case popolari riempiono la piazza di Porta Pia. Bloccato il decreto sulla vendita all’asta, avviato un confronto con l’impegno da parte del Ministero delle Infrastrutture a convocare un successivo tavolo per l’utilizzo dei fondi per il risanamento del patrimonio abitativo pubblico.

Questa mattina centinaia e centinaia di inquilini hanno riempito piazza Porta Pia manifestando il loro forte dissenso, sotto la sede del Dicastero delle Infrastrutture, contro la bozza di decreto redatta dal Ministro Lupi riguardante la messa in vendita a prezzi di mercato, tramite l’asta, del patrimonio delle case popolari.

Sono arrivate all’appuntamento fissato alle ore 10,00 folte delegazioni da tutti i quartieri popolari di Roma, molti arrivati con i pullman. Gli inquilini si sono alternati in decine ai microfoni denunciando lo stato di abbandono delle case e dei quartieri periferici. Interventi molto significativi che hanno messo in evidenza come gli inquilini abbiano preso piena consapevolezza che ci sono forze organizzate esterne ai quartieri (come è successo a Tor Sapienza) che vogliono spingerli alla guerra tra poveri che serve solo a speculare sull’emergenza abitativa e a coprire i veri responsabili del degrado e dell’abbandono delle periferie romane.
La manifestazione è stata molto determinata e ha lasciato agli inquilini un senso di riguadagnata unità tra i vari settori popolari,  sintomatico è stato l’applauso all’arrivo del corteo dei Movimenti per il diritto all’abitare che sono arrivati in piazza in centinaia.

Una delegazione è stata ricevuta dal Capo di Gabinetto del Ministro Lupi, dal nuovo Direttore alle politiche abitative e da altri Dirigenti del ministero. Dopo altre tre ore di confronto la riunione si è conclusa con l’annuncio del congelamento del decreto, di fatto cancellato, che verrà riscritto applicando criteri diversi per la messa in vendita degli alloggi e garantendo tutele  a chi non può acquistare. Abbiamo ottenuto l’impegno alla convocazione per gennaio 2015 di un successivo incontro per conoscere in anticipo il testo del decreto che verrà riscritto e per discutere sull’utilizzo dei 467 milioni che l’art. 4 della legge 80/2014 impegna per la riqualificazione delle case popolari.

L’ASIA-USB giudica positivo il risultato della mobilitazione di questa mattina e invita tutto l’inquilinato a continuare la battaglia contro le dismissioni del patrimonio pubblico, contro il degrado e l’abbandono delle case popolari, per la tutela di tutti gli inquilini, per la cancellazione dell’art. 5 L. 80/2014 e per il finanziamento di un nuovo piano nazionale di edilizia residenziale pubblica.

E’ emerso in modo chiaro che si vuole mettere mano alla gestione dell’edilizia pubblica insistendo su una lettura della funzione di questo importante patrimonio lontana da quelle che sono le reali esigenze delle famiglie. Solo la costruzione di una mobilitazione permanente e la crescita di una rete organizzata degli inquilini può impedire nuove speculazioni sulle nostre vite.

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Giovedì, 11 Dicembre 2014 11:22

Roma "proletaria" assedia il Ministero di Lupi

Ultim'ora. La mobilitazione di massa degli inquilini delle case popolari strappa il risultato. Bloccato il Decreto Lupi che metteva all'asta le abitazioni e la gente in mezzo alla strada. Vedi aggiornamento

Centinaia e centinaia di inquilini delle case popolari messe all'asta dal governo attraverso il decerto Lupi, stanno bloccando la strada e letteralmente assediando il ministero delle Infrastrutture a Porta Pia. La gente continua ad arrivare dai quartieri popolari della Capitale, da quella vecchia e nuova periferia massacrata dalle misure del governo e delle amministrazioni locali. Anche questa è una periferia che esplode ma lo fa sugli obiettivi giusti. La manifestazione di oggi è stata convocata dall'Asia Usb dopo decine di assemblee nei quartieri e nei caseggiati popolari.

Il decreto Lupi sulla casa prevede infatti la messa in vendita tramite asta delle case popolari gestite dai vari istituti regionali (Ater a Roma, Aler a Milano etc.). Case spesso fatiscenti per l'abbandono di decenni, senz a manutenzione e con servizi gestiti a singhiozzo, verranno messe all'asta pretendendo che le famiglie, spesso a basso o bassissimo reddito, si comprino la casa in cui abitano. Una missione irragiungibili alla stragrande maggioranza, in caso contrario partirebbero gli sfratti. Una legge contro i poveri insomma, che fa il paio con gli articoli vessatori previsti dal Decreto contro gli occupanti delle case.

Le foto sono di Patrizia Cortellessa

Pubblicato in Lavoro & Conflitto

La messa in vendita delle case popolari del comune di Roma, rappresenta un inaccettabile attacco alla condizione di vita di decine di migliaia di lavoratori e cittadini dei quartieri periferici della città. Dopo decenni di sostanziale abbandono degli alloggi popolari, privati della manutenzione e di interventi adeguati al mantenimento della loro funzionalità e decoro, l’attuazione del decreto del governo Renzi rende possibile la loro messa in vendita a prezzi di mercato.

La già grave condizione alloggiativa dei settori popolari della città rischia il tracollo definitivo con la creazione di altre migliaia di senza casa estromessi dalle abitazioni popolari per l’impossibilità di far fronte ad acquisti delle case a prezzi inaccessibili.

Le vicende giudiziarie che hanno investito l’intero sistema di gestione della cosa pubblica a Roma, schiacciato da lobbies affaristico-criminali, chiarisce a quali interessi siano funzionali le politiche di privatizzazione del patrimonio e dei servizi.

Opporsi alla vendita del patrimonio pubblico vuol dire contrapporre agli interessi della speculazione, dei vecchi e nuovi padroni della città, le esigenze dei settori popolari che considerano le politiche pubbliche a partire da quelle dell’edilizia uno strumento essenziale di coesione del tessuto sociale nelle periferie delle metropoli, già duramente segnato dalla crisi.

ROSS@ SOLIDARIZZA CON GLI INQUILINI E ABITANTI ORGANIZZATI CON L’ASIA/USB CHE MANIFESTERANNO GIOVEDI’ 11 DICEMBRE DINANZI AL MINISTERO DELLE INFRASTRUTTURE PER CHIEDERE L’IMMEDIATA REVOCA DEL PROVVEDIMENTO DI VENDITA DELLE CASE POPOLARI.

 

 

 

Pubblicato in Italia (flash news)

Per fermare la vendita degli alloggi popolari, giovedi 11 dicembre è stata convocata dall’Asia Usb una manifestazione sotto il Ministero delle Infrastrutture - piazzale di Porta Pia, ore 10.00. Dopo moltissime assemblee popolari tenutesi nei quartieri romani, partiranno da Tor Sapienza, da San Basilio, da Laurentino 38, dal Tufello e da altre decine di quartieri di Roma gli inquilini delle case popolari organizzati con l’AS.I.A./USB, che giovedì 11 dicembre, dalle ore 10.00, si ritroveranno a Roma sotto il Ministero delle Infrastrutture, in piazzale di Porta Pia,  per chiedere il ritiro del decreto con il quale il governo Renzi vuole mettere in vendita l’intero patrimonio alloggiativo pubblico. “E’ vergognoso che il Governo si accanisca sulle fasce più povere della popolazione e che si cerchi di cancellare definitivamente il diritto alla casa, eliminando quello che rimane del patrimonio di case popolari”,  attacca Angelo Fascetti, dell’Esecutivo Nazionale USB. “Le case popolari non si vendono, bisogna smetterla di pensare di far soldi con i diritti della gente. Oltretutto l’Italia ha un patrimonio di alloggi popolari che è appena il 3% dell’intero patrimonio residenziale del Paese, mentre in Germania si supera il 50%, in Francia il 40%, in Spagna il 30%. Renzi non può parlare di Europa solo quando gli conviene”.

“I quartieri periferici delle grandi città, dove ci sono i caseggiati di edilizia popolare – prosegue il sindacalista – hanno bisogno di ben altri interventi. C’è bisogno di riqualificazione urbana, di interventi cioè sia sulle strutture che sulle persone, ma di questo non c’è traccia nelle politiche del Governo, neanche nella nuova programmazione per i Fondi europei 2014-2020”.  Ma su quanto avvenuto nelle ultime settimane, Angelo Fascetti ci tiene ad evidenziare che: “La campagna di odio orchestrata in queste settimane contro gli abitanti di San Siro a Milano nascondeva l’obiettivo di giustificare la vendita degli alloggi in tutta Italia. Bene hanno fatto i movimenti che hanno resistito per difendere un diritto fondamentale ed una fonte primaria di integrazione sociale e di  convivenza civile. Tutti quelli che non ce la fanno a reggere il peso degli affitti hanno diritto ad un alloggio popolare. È ora di rilanciare un grande piano nazionale di trasformazione in edilizia pubblica di tanto patrimonio residenziale inutilizzato o abbandonato”, conclude il dirigente dell’AS.I.A./USB

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Martedì, 09 Dicembre 2014 11:00

Val Susa, idranti e lacrimogeni contro i No Tav

Ieri sera di nuovo pietre e fuochi d'artificio contro lacrimogeni e idranti per l’ennesimo atto di disobbedienza dei No Tav contro una grande opera, costosa, dannosa e inutile e che nessuno sembra volere più, tranne le aziende e le cooperative che la devono realizzare e i politici padrini dell’operazione attirati dal giro vorticoso di fondi a disposizione.

Come annunciato, ieri pomeriggio circa 300 attivisti e attiviste hanno marciato vicino al cantiere/fortino di Chiomonte senza grandi problemi, partendo dal concentramento indetto al campo sportivo di Giaglione. I manifestanti hanno trovato tutte le strade verso Chiomonte sbarrate da un ingente schieramento di Polizia, Finanza e Carabinieri che però hanno aggirato passando dai boschi e dai campi.

Altre centinaia di persone si erano concentrate alla centrale elettrica di Chiomonte, anche in questo caso trovando uno sbarramento di polizia all’altezza di un ponte sul fiume Dora, aggirato però dai dimostranti che sono tornati indietro ed hanno imboccato la strada statale 24 bloccando per alcune ore il traffico automobilistico.

Una volta calato il sole, intorno alle 17 gli attivisti che erano riusciti ad arrivare al cantiere hanno iniziato la battitura delle reti al grido di 'Fuori le truppe dalla Val Susa' e a quel punto le forze dell’ordine presenti in gran numero hanno cominciato ad usare la forza contro i manifestanti. La polizia ha iniziato a bersagliare i No Tav con i lacrimogeni e gli idranti nel tentativo di disperderli e allontanarli dal cantiere e alcuni dimostranti hanno risposto lanciando pietre e petardi. I manifestanti hanno resistito a lungo continuando la battitura e gli slogan fino a che non hanno deciso di unirsi al blocco della statale. Contemporaneamente alcuni No Tav hanno picchettato il Bar Ristorante delle Alpi, luogo di ritrovo degli operai del cantiere e bloccato per alcuni minuti la linea ferroviaria.

La data di ieri era stata scelta dal movimento No Tav per manifestare in occasione dell’anniversario dell’8 dicembre del 2005, quando una enorme massa di manifestanti si riappropriò dell’area del cantiere di Venaus costringendo il governo a cancellare il progetto sulla riva sinistra del fiume Dora. 
Nove anni e tante denunce e processi dopo, la popolazione della Val di Susa continua a esprimere, inascoltata e repressa, la propria contrarietà nei confronti della devastazione ambientale, economica e sociale del proprio territorio. Nel frattempo la lotta ha ottenuto alcuni importanti risultati, ad esempio costringendo i lavori a procedere a passo di lumaca e incrementando la denuncia nei confronti anche delle infiltrazioni mafiose negli appalti per l'Alta Velocità con il coinvolgimento di imprese grandi e piccole.

Già la sera del giorno precedente in migliaia i cittadini della valle e gli attivisti provenienti anche da Torino e alle province limitrofe si erano ritrovati a Susa sfidando il freddo e illuminando le strade di Susa con le loro fiaccole accese per esprimere la vicinanza e la solidarietà popolare nei confronti di “Chiara, Claudio Mattia e Niccolò e a tutti i notav incarcerati o denunciati per aver supportato la nostra lotta di popolo”. La fiaccolata è partita – e si è conclusa – nei pressi dell’ospedale di Susa che la giunta regionale del Piemonte minaccia di chiudere.
Nuove mobilitazioni sono state indette per il prossimo 17 dicembre, in occasione della prevista sentenza nei confronti dei quattro attivisti NoTav accusati di terrorismo per il danneggiamento di un compressore all’interno del cantiere durante un’azione di sabotaggio.

Pubblicato in Politica

Contro fascisti e padroni, prima i lavoratori. Sabato 13 dicembre ore 15.00 Piazza di San Lorenzo corteo antifascista.

Il 13 dicembre è il terzo anniversario della strage fascista di piazza Dalmazia in cui furono uccisi due lavoratori senegalesi, Samb e Diop mentre un terzo fu ferito gravemente. Strage fascista perché tale ne fu l’autore, Casseri, militante di Casa Pound; fascista perché fu il razzismo a muovere Casseri e chi con lui pianificò quell’azione; fascista e quindi impunita perché l'impunità è ciò che lo Stato riserva a sé stesso, ai suoi apparati e a chi lo serve: agli uomini in divisa come nel caso di Cucchi, Magherini, Raphael, il ragazzo nigeriano morto a Novoli cadendo dal quarto piano durante un controllo di polizia, e molti altri, ai padroni come nel caso Eternit, Ilva e Thyssen e ai fascisti, appunto.

Il giorno prima, il 12 dicembre, è l’anniversario di Piazza Fontana: la Strage di Stato messa in atto dai fascisti alla Banca dell’Agricoltura di Milano nel 1969, anch'essa rimasta senza colpevoli mentre le stesse istituzioni della democrazia borghese ne hanno decontestualizzato i fatti storici e nascosto i rapporti che gli apparati dello Stato avevano con le organizzazioni neofasciste.

Noi invece pensiamo sia indispensabile continuare a denunciare i legami che vedono ancora oggi i fascisti al servizio dei padroni, coinvolti in una rete di relazioni con servizi, malavita e criminalità in affari di riciclaggio, controllo del territorio e traffico di armi e droga: solo così renderemo la giusta dignità a chi è morto per mano fascista.

Oggi, il sistema capitalista mostra sempre di più le proprie contraddizioni ed i propri limiti. Guerra, sfruttamento e disuguaglianza sono l’unica sicurezza per milioni di proletari: una realtà che appare chiara in tutta la periferia dell'Ue, dal Nord Africa fino in Ucraina o Grecia, dove si sviluppano tensioni, scontri e conflitti che si manifestano nei modi più diversi, investendo anche i nostri territori, dove si acuiscono le contraddizioni su cui il sistema e lo Stato lavorano per stimolare i peggiori sentimenti populisti e razzisti e scatenare una guerra tra poveri.

È ciò che sta accadendo in Italia con la Lega nord e Casa Pound: organizzazioni di ispirazione o dichiaratamente fasciste che dai salotti buoni cercano consenso nei settori popolari facendo leva sulla creazione di un sentimento nazionalista, con l'uso di simboli apparentemente apolitici come il tricolore o cavalcando campagne mediatiche che altri confezionano per loro: legalità, sicurezza e immigrazione cui rispondere con maggiore repressione e autoritarismo. I fatti di Tor Sapienza parlano anche di questo: una condizione di marginalità e degrado dovuta alla mancanza di servizi e di strutture.

I veri responsabili di tutto questo sono le istituzioni e le varie giunte che si sono alternate al potere, ma la rabbia di alcuni si è rivolta invece contro i rifugiati, un capro espiatorio perfetto, perché prima che i fascisti sono i media stessi a suggerire una "facile" quanto falsa soluzione: PRIMA GLI ITALIANI!

Ma mentre il dibattito politico si concentrava sui fatti di Tor Sapienza in Italia succedeva ben altro: lotte e vertenze a cui non a caso veniva dato un risalto minimo. A Milano gli occupanti delle case popolari sono scesi in strada per difendersi dagli sgomberi invocati dalla destra e messi in atto dal Comitato per l'ordine e la sicurezza.

A Terni invece, dopo le manganellate di Roma, gli operai delle acciaierie sono scesi in sciopero per piú di un mese mettendosi alla testa di un movimento che conta sulla partecipazione di migliaia di persone tra studenti e lavoratori. Queste lotte dicono qualcosa di nettamente diverso:

PRIMA I PROLETARI, PRIMA I LAVORATORI,

perché sia chiaro che i nostri nemici sono i padroni, il capitale e le banche e non chi appartiene alla nostra stessa classe.Il 13 dicembre manifestiamo, e facciamo appello a tutti gli antifascisti, i lavoratori e gli studenti ad essere in piazza, per ricordare Samb e Diop, per sostenere queste lotte, valorizzare queste esperienze e rifiutare con forza le spinte alla divisione e alla competizione.

Scendiamo in piazza per proseguire la mobilitazione contro il Governo Renzi ed il ritorno prepotente, in Italia ed in Europa, del fascismo, strumenti che garantiscono all’Unione Europea e al Capitale di proseguire nelle politiche di austerità e di rapina nei confronti della classe lavoratrice.

NON SIAMO TUTTI SULLA STESSA BARCA: ODIA CHI TI SFRUTTA NON CHI È SFRUTTATO

NEMICO È CHI TI SFRUTTA E CHI TI SFRATTA

Firenze Antifascista

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Stop al Decreto Sblocca Italia e No alle trivellazioni. Ieri Potenza, capoluogo della Basilicata, si è riempita di nuovo con la rabbia di diecimila persone scese in piazza per dar vita a una manifestazione contro il decreto “Sblocca Italia” e le estrazioni petrolifere.
Migliaia di persone, studenti, aderenti a movimenti territoriali - tra cui "Mo basta" e "No Triv" -  e associazioni ambientaliste, lavoratori hanno sfilato in corteo fino alla sede della Regione Basilicata, dove era in corso il consiglio regionale che doveva discutere proprio dell’applicazione del decreto “Sblocca Italia”. Oltre 50 i pullman arrivati a Potenza da Calabria,Puglia e Campania.
Ed è proprio al Consiglio regionale i movimenti che si oppongono al boom di trivellazioni chiedono di mettersi di traverso rispetto al decreto Sblocca Italia dopo che in tutta la regione già 65 comuni su 131 hanno votato una delibera contro il provvedimento governativo. Molti i sindaci scesi in piazza con la fascia tricolore.
Lo striscione di apertura così recitava: “Lucania, svegliati e ascolta il canto dei tuoi figli in rivolta”. Arrivati sotto la sede della Regione alcuni manifestanti hanno lanciato acqua e oggetti contro la polizia che proteggeva il palazzo, chiedendo di essere ammessi nella sala dove si svolgeva il Consiglio e l’impugnazione da parte della Regione delle norme che consentirebbero nuove e devastanti trivellazioni.
A causa della contestazione e della pressione della piazza, il presidente della Regione Basilicata, Pittella (Pd), ha sospeso la sua relazione in aula, mentre il presidente del Consiglio regionale, Lacorazza, è uscito all’esterno per parlare con i manifestanti, spiegando che “a nessuno è stato impedito di assistere ai lavori, e per questo è stato installato un maxi schermo, vista la ridotta capienza della sala riservata al pubblico”. Dal corteo però sono continuate a volare uova.

Due settimane fa le proteste erano state prolungate con le “cinque giornate di Potenza“ che avevano visto come protagonisti gli studenti riuniti nel Coordinamento 8 novembre che avevano letteralmente assediato la regione per giorni.

Pubblicato in Ambiente
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