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L’altro ieri era toccato ai contestatori scesi in piazza a Parma, ieri sera la stessa sorte l’hanno subita i manifestanti che protestavano a Cosenza. Cariche e manganellate preventive, scattate prima che nella città calabrese arrivasse il premier “più amato dagli italiani”. 

Il presidente del governo era arrivato ieri pomeriggio a Cosenza per la chiusura della campagna elettorale del candidato governatore Mario Oliverio e ad accoglierlo, come capita sempre più spesso, ha trovato una folla di precari, lavoratori, attivisti dei centri sociali e dei sindacati di base.
Inizialmente in piazza si erano radunati alcuni precari della giustizia della Cgil Fp e alcuni cassintegrati che hanno esposto due striscioni sulle transenne che blindavano il centro della città.
Nel frattempo Renzi, assai timoroso di incrociare eventuali contestatori, aveva deciso di non parlare più in piazza ma di spostare tutto all’interno dell’Auditorium Guarasci.

Da un'altra parte del centro della città un gruppo più nutrito di manifestanti – circa 200 tra occupanti di case, migranti, studenti, attivisti di movimenti sociali e ambientali, precari, lavoratori e militanti del Centro Sociale Rialzo- decideva anch’esso di andare a trovare Renzi all’Auditorium che sorge all’interno del Liceo Telesio, sfilando in corteo nel centro di Cosenza. Qualcuno indossava maschere con foto di Renzi e nasi da Pinocchio reclamando “reddito, casa e lavoro”, altri esponevano uno striscione con la polemica scritta “Sblocca Renzi” in evidente contrapposizione al cosiddetto ‘Sblocca Italia’. I primi attimi di tensione quando il corteo è passato accanto al Cinema Italia, dove un numero ingente di poliziotti in assetto antisommossa proteggeva il comizio di Angelino Alfano. Dopo un po’ di parapiglia i manifestanti sono ripartiti diretti verso la città vecchia – che conta ben cinque occupazioni – completamente militarizzata da polizia e carabinieri. Dopo aver sfilato nelle stradine del centro storico i manifestanti, nel frattempo aumentati di numero, si sono trovati la strada sbarrata a poche centinaia di metri dal Liceo Telesio dove tra l’altro il premier non aveva ancora raggiunto l’iniziativa dei candidati del Pd. Il fronteggiamento tra dimostranti e celerini è durato per quasi un’ora finché i reparti antisommossa non hanno deciso di caricare la manifestazione che premeva per proseguire il suo percorso. Tre cariche per disperdere i manifestanti e poi anche il lancio di alcuni lacrimogeni, e alla fine tre persone sono rimaste contuse mentre un ragazzo, rimasto ferito alla testa, ha dovuto far ricorso alle cure mediche. Nell’impossibilità di manifestare davanti all’Auditorium il corteo ha invertito la sua rotta ed ha continuato a sfilare nella città vecchia, concludendosi con un’assemblea.

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"Renzi, PD, Unione Europea fuori dal nostro futuro! Il vostro fango vi sommergerà!". Con questo striscione e qualche chilo di fango ci siamo presentati in piazza Azzarita ieri, giovedì 20 novembre, per “accogliere” Matteo Renzi, in tour a Bologna per chiudere la campagna elettorale del suo scudiero Bonaccini. Il riferimento è chiaramente alla tragica situazione in cui versano molte città del Nord Italia, devastate da alluvioni e fango a causa  della criminale gestione del territorio di cui sono state oggetto e che certo non trarranno giovamento dallo Sblocca Italia, che prevede altre “grandi opere” e cementificazioni indiscriminate su tutto il territorio nazionale.

La piazza antistante il Paladozza, dove si è svolto il patetico show del premier, è stata attraversata da alcune centinaia di persone tra collettivi, organizzazioni politiche, studenti, precari della scuola e del mondo della formazione, lavoratori e militanti USB e occupanti di case organizzati da AS.I.A.

Una folla eterogenea e composita che ha saputo rimarcare il disagio e la frustrazione in cui versano milioni di persone in questo Paese, grazie alle scellerate politiche di austerità che arrivano da Bruxelles e di cui questo governo si fa garante.

“Renzi, Alfano, Berlusconi, un solo progetto: quello dei padroni” e “contro austerità e repressione, rompere la gabbia dell’Unione” sono alcuni degli slogan scanditi al presidio e durante il corteo che si è snodato per le vie del centro,  per comunicare il messaggio portato in quella data: non siamo disposti a veder svendere il nostro futuro,  i nostri diritti e la nostra dignità standocene con le mani in mano.

A quasi dieci mesi dal suo insediamento, è ormai lampante infatti quali siano i progetti e gli interessi che questo governo difende. Il Jobs Act, il Piano Casa e lo Sblocca Italia dimostrano che Renzi e soci sono al servizio dei poteri forti e delle classi dirigenti italiane ed europee: grandi multinazionali, banche e gruppi finanziari interessati a speculare sulla macelleria sociale in atto; senza naturalmente dimenticare i “capitalisti straccioni” nostrani: palazzinari, intrallazzatori, mafie e mafiette varie che, per non essere annientati dalla competizione globale, hanno bisogno di favori, appalti e amministrazioni compiacenti.

Se a questo aggiungiamo il tono sprezzante con cui Renzi si fa beffe di tutti i corpi intermedi della società e la violenta repressione con cui il governo risponde a cortei e manifestazioni di protesta, vediamo chiaramente quale sia l’orizzonte a cui tendono e in cui vogliono costringerci: precarietà come condizione non solo lavorativa ma esistenziale, sacche di povertà e disagio sociale sempre maggiori, migliaia di case sfitte e sempre più gente che non può permettersi di pagare un affitto o un mutuo, svendita del patrimonio pubblico, sanità e istruzione solo per chi se le può permettere.

Se è vero che, come ha affermato Bonaccini, non gli facciamo paura, è altrettanto indubbio che il consenso e l’approvazione attorno al governo Renzi e al Partito Democratico pare diano i primi segni di cedimento e che al loro posto si stiano facendo largo,  a poco a poco ma inesorabilmente, la rabbia, la frustrazione e il disagio di un intero popolo che sta man mano perdendo ogni diritto, ogni conquista e spazio democratico, ogni prospettiva e speranza per il futuro.

Renzi ha affermato che “la speranza batte la rabbia”, noi rispondiamo che la nostra speranza è la nostra rabbia perché, a breve, milioni di persone si ritroveranno ad avere solo quello. E allora forse, lor signori non potranno nemmeno più dissimulare il terrore che un intero popolo possa conquistare e distruggere la torre d’avorio in cui si sono asserragliati. 

Noi Restiamo

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Giornata campale ieri in tutto il Messico, ed in particolare nella capitale federale nel cui centro si sono ricongiunte le tre carovane organizzate dai familiari e dai compagni delle vittime della strage di Iguala dello scorso 26 settembre, giorno in cui sei persone morirono sotto i colpi d’arma da fuoco dei poliziotti e dei narcos e 43 studenti della scuola Normal di Ayotzinapa scomparvero nel nulla.

Ieri, in occasione dell'anniversario dello scoppio della rivoluzione del 1910, un'enorme marcia ha sfilato nel centro di Città del Messico per chiedere verità e giustizia sui 43 desaparecidos e per ricevere i tre convogli partiti una settimana fa dallo stato del Guerrero e reduci da un tour di iniziative nel resto del territorio messicano dove sopravvissuti alla strage e parenti delle vittime hanno potuto toccare con mano non solo l’ampia solidarietà popolare e la profonda indignazione della società messicana nei confronti della classe politica e delle sue connivenze con la criminalità e gli squadroni della morte, ma anche la gravità della situazione. Non c’è uno stato, un territorio del Messico – hanno raccontato i promotori delle tre carovane – dove non sia stata trovata una fossa comune dove i cartelli della droga, coperti dalla complicità delle autorità politiche e di sicurezza, non abbiano nascosto le vittime delle loro stragi. A manifestare con le delegazioni arrivate dal Guerrero si sono ritrovati insieme non solo i coordinamenti studenteschi che contestano la riforma elitista del sistema d’istruzione e i sindacati degli insegnanti protagonisti negli ultimi mesi di forti conflitti, ma anche organizzazioni popolari di vario tipo, partiti di sinistra, attivisti di una vasta rete di gruppi sociali che sta di fatto trasformando la denuncia di quanto accaduto ad Iguala in un movimento globale contro un sistema ingiusto e corrotto e di denuncia del terrorismo di stato che ogni anno produce migliaia di vittime.

Al margine della enorme manifestazione realizzata allo Zocalo consistenti gruppi di dimostranti si sono scontrati con i reparti antisommossa della polizia nel centro della capitale federale. I cordoni di agenti hanno impiegato lacrimogeni, manganelli e idranti contro i gruppi di manifestanti che hanno assaltato il Palacio Nacional, sede del Ministero delle Finanze e di alcune delle attività del governo presieduto da Enrique Peña Nieto, al grido di "Assassini". Poco prima alcuni dimostranti avevano dato fuoco all'effigie del presidente e lanciato fuochi artificiali attraverso l'inferriata dello storico palazzo.
Contro i poliziotti i manifestanti hanno scagliato non solo pietre e bastoni ma anche bottiglie molotov. Dopo i primi scontri le forze dell’ordine hanno di fatto sgomberato con la forza l’intero Zocalo, spingendo via dalla piazza decine di migliaia di dimostranti. Alla fine della giornata una trentina di persone sono state fermate e cinque sono rimaste ferite.

Qualche ora prima, circa 500 giovani con il volto coperto avevano bloccato le strade di accesso all’Aeroporto Internazionale di Città del Messico. Gli studenti, provenienti dall’Università Autonoma di Città del Messico, dall’Università Nazionale Autonoma, dall’Università Autonoma Metropolitana e dall’Istituto Politecnico Nazionale, esponevano striscioni che recitavano, tra le altre cose: "Ni adicto, ni delincuente, somos estudiantes conscientes!" (Né drogati né delinquenti ma studenti coscienti) e "Ayotzinapa aguanta, el pueblo se levanta" (Ayotzinapa non si arrende, il popolo si ribella).
Quando i reparti antisommossa della polizia sono intervenuti per impedire che i dimostranti penetrassero all’interno dello scalo e bloccassero le operazioni di volo come avvenuto alcuni giorni fa ad Acapulco sono iniziati scontri durati per circa mezzora (e si sono conclusi con alcuni feriti e 15 fermati), al termine del quale i manifestanti hanno deciso di ritirarsi verso Piazza delle Tre Culture dove stava per partire uno dei cortei poi confluiti allo Zocalo.

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Ieri manifestazioni si sono svolte anche negli stati di Guerrero, Morelos, Puebla, Guanajuato e Tamaulipas, con scontri violenti a San Cristobal de las Casas, nel Chiapas. 

Intanto mentre la mobilitazione prevede già nuove tappe e continua ad estendersi in tutto lo stato, i genitori dei 43 desaparecidos hanno ribadito la loro completa sfiducia nei confronti della Procura generale incaricata di indagare sui fatti e del tentativo da parte degli inquirenti di chiudere la faccenda in maniera sbrigativa dopo la confessione di tre killer della banda dei Guerreros Unidos secondo i quali gli studenti sarebbero stati tutti uccisi e i loro corpi bruciati. Ma i corpi dei giovani non si trovano e continua quindi la mobilitazione affinché tornino a casa vivi oltre che per la punizione dei responsabili politici del massacro, oltre che degli esecutori.

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Ormai non passa giorno senza che un esponente del governo Renzi o delle forze politiche di estrema destra che tentano di strumentalizzare su parole d’ordine populiste e razziste il disagio sociali provocato dall’esecutivo non venga contestata. E non passa giorno senza che le contestazioni sociali, politiche e sindacali non vengano attaccate duramente dai ‘tutori dell’ordine’ a suon di manganellate. 

Ennesimo episodio questo pomeriggio a Parma, dove poco prima era arrivato il capo del governo Matteo Renzi. In piazza per tributargli la dovuta accoglienza erano scesi attivisti delle organizzazioni della sinistra radicale e dei centri sociali, militanti dei sindacati di base e un gruppo di lavoratori e delegati della Fiom Cgil. Un centinaio di persone in tutto, compresi un gruppo di operai in lotta per il posto di lavoro.

Ad un certo punto, raccontano i media locali, il via Mazzini alcune decine di manifestanti avrebbero cominciato a premere sul cordone di polizia in assetto antisommossa che impediva l’avvicinamento al vicino palazzo del Comune dove è atteso un incontro tra il premier e il sindaco Pizzarotti e alcuni operai avrebbero cercato di scavalcare le transenne e a quel punto è partita una violenta carica. Dopo e nonostante le manganellate, i dimostranti hanno comunque continuato la loro contestazione contro le politiche dell’esecutivo e il Pd nella strada che porta al palazzo comunale di Piazza Garibaldi esponendo cartelli e striscioni che recitano "Matteo Renzi uguale presidente di Confindustria", "Renzi buffone, Marchionne è il suo padrone", e poi ancora “La Ue vuole precarietà, Renzi gliela darà” e “Licenzi padri precarizzando i figli”.
 Invece il gruppo della Fiom-Cgil ha deciso di lasciare la piazza e di allontanarsi. 

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Decine di migliaia di studenti di tutti gli atenei londinesi e di altre città dell’Inghilterra hanno marciato ieri pomeriggio a Londra protestando contro il governo guidato dal conservatore David Cameron, denunciando i pesanti tagli previsti dalla nuova legge di bilancio all’istruzione superiore e l'ennesimo aumento delle tasse universitarie che di fatto renderanno ancora più difficile l’accesso all’università non solo alle fasce meno abbienti della popolazione ma anche ad una parte del ceto medio. Per molti è impossibile pagare le migliaia di sterline - anche 9000, in certe università - necessarie ad iscriversi ai corsi di istruzione superiore.

Gli studenti hanno marciato per "un’università libera e gratuita - in inglese free vuol dire entrambe le cose - e per la fine dell'austerità". La marcia è stata organizzata dalla National Campaign Against Fees and Cuts (Campagna nazionale contro le tasse e i tagli) e dalla Student Assembly Against Austerity (Assemblea Studentesca contro l'austerità) e vi hanno aderito numerose realtà studentesche locali, associazioni e gruppi di sinistra e non solo. Di fatto quella di ieri è stata la più grande protesta studentesca registrata a Londra negli ultimi 4 anni, da quando cioè Cameron è diventato primo ministro. Poche ore prima della manifestazione, i promotori della protesta avevano spiegato le loro ragioni in una lettera aperta in cui scrivevano: "oggi lanceremo la nostra campagna contro l'aumento delle tasse e i tagli all'istruzione con la più grande manifestazione studentesca nazionale da molti anni. Poiché il debito studentesco aumenta e si sono deteriorate le condizioni di lavoro, è chiaro che la mercatizzazione dell'educazione sta rendendo molto simili studenti e lavoratori. Il mese scorso, la Germania ha ridotto le tasse universitarie - provando ancora una volta che l'educazione gratuita è possibile. Se il governo aumentasse le tasse sui ricchi, o riducesse le spese militari, miliardi di sterline si renderebbero disponibili per finanziare l'educazione e gli altri servizi pubblici vitali. L'educazione gratuita non riguarda solo il denaro. Riguarda le condizioni di lavoro di coloro che rendono possibile la nostra educazione, e riguardano la democratizzazione e la liberazione dei nostri istituti e dei nostri curriculum. E' nato un nuovo movimento nei campus universitari di tutta la Gran Bretagna. La manifestazione di oggi segna l'inizio di una nuova ondata di azioni nel tempo che ci separa dalle prossime elezioni".

La marcia studentesca è partita a mezzogiorno da Malet Street, nel centro di Londra, ha attraversato Russel Square fino allo Strand, si è spinta a Trafalgar Square e a Whitehall, ed ha quindi circondato il Parlamento di Westminster attorno alle 16. Quando gli studenti hanno raggiunto la sede dell’assemblea legislativa l’hanno trovata completamente blindata da recinzioni, transenne e centinaia di agenti di polizia. Una parte dei manifestanti non ha gradito l’accoglienza e ha iniziato a rimuovere le transenne, scatenando così la reazione della polizia. Ne sono nati degli scontri con la polizia che ha realizzato diverse cariche contro i dimostranti nel tentativo di disperderli ma una parte degli studenti è comunque riuscita ad avvicinarsi ulteriormente al Parlamento. Alla fine i manifestanti arrestati sono stati 11 mentre scontri e tafferugli tra agenti e attivisti delle organizzazioni studentesche e politiche più radicali sono continuati fino alla sera in diverse zone del centro di Londra.

Dopo Londra, gli universitari hanno annunciato la continuazione della mobilitazione con manifestazioni già previste a dicembre in Scozia – ad Aberdeen e Glasgow - e in Inghilterra, a Newcastle, Leeds e Sheffield.

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Sabato 22 novembre a Torino ci sarà un corteo No Tav per chiedere la liberazione di Chiara Claudio Mattia e Niccolò per i quali sono state chieste pesantissime condanne dal tribunale torinese. L'appuntamento è alle ore 15.00 in piazza Castello. Il coordinamento dei comitati No Tav dalla Valsusa ha fatto appello per una settimana di mobilitazione nazionale e di lotta, da venerdi 14 a sabato 22 novembre, ognuno nel proprio territorio.

– CONTRO le scelte governative che tengono solo conto degli interessi delle lobby, delle banche e delle mafie a danno della popolazione.

– CONTRO lo spreco delle risorse pubbliche.

– CONTRO la devastazione del territorio

– PER la casa, la salute, la tutela dell’ambiente

– PER un lavoro dignitoso, sicuro e adeguatamente remunerato

Il 14 novembre, giorno dello sciopero generale del sindacalismo di base, la procura di Torino ha formulato la richiesta di condanna a nove anni e sei mesi di carcere per i nostri amici Chiara, Claudio, Mattia e Niccolo’, già detenuti da quasi un anno con l’assurda accusa di terrorismo per aver partecipato a un’azione di sabotaggio al cantiere TAV di Chiomonte. La sentenza è prevista per il prossimo 17 dicembre. La Procura di Torino con questo e altri processi contro i no tav vuole creare un grave precedente in modo che tutte le lotte sociali vengano indagate come ipotesi criminali e diventi sempre più facile schiacciare chi si ribella ai poteri forti.

Nel frattempo da più parti in Italia si vedono gruppi politici impegnati a fomentare la guerra tra i poveri per distogliere la gente dalla lotta contro i padroni: parliamo dei gruppi neofascisti (casapound, forza nuova, lega nord), che per conquistare voti facili cercano di strumentalizzare i problemi locali dei quartieri e delle periferie, mettendo gli italiani e gli immigrati gli uni contro gli altri e confermandosi così molto utili a difendere i privilegi dei ricchi!

Il vero problema per tutti è la cricca dei miliardari ci governa, gli stessi che con il Jobs Act vogliono imporci la precarietà a vita, gli stessi che ci avvelenano con l’inceneritore, gli stessi che vogliono il TAV, per cui hanno già speso un miliardo e mezzo di euro che poteva essere destinato ai bisogni dei cittadini (di tutte le categorie: italiani, immigrati, giovani, anziani, rom, senza distinzioni!)

Perciò facciamo appello a tutti e tutte per scendere in piazza a fianco dei No Tav nel centro di Torino nella giornata di sabato 22 novembre, per la libertà di Chiara Claudio Mattia e Niccolò e per decidere insieme del nostro futuro.

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Questa mattina quasi 5000 cittadini e cittadine, tra i quali gli Studenti del coordinamento No Inceneritore di Giugliano, il comitato delle ‘mamme coraggio’, numerosi attivisti di organizzazioni sociali e politiche della sinistra, hanno marciato per le strade e nelle piazze di Acerra contro il decreto SbloccaItalia del governo Renzi e contro la devastazione ambientale, per il diritto alla salute e per la tutela del territorio.

In particolare la protesta ha preso di mira l'inceneritore e lo smaltimento che nell'impianto locale brucia rifiuti delle ecoballe provenienti dai siti di stoccaggio provvisorio sparsi in tutta la Campania. « Non bruciate la nostra vita», hanno scritto i manifestanti sugli striscioni.

La manifestazione, organizzata dai coordinamenti studenteschi, è partita dalla stazione ferroviaria ed ha sfilato per le principali strade di Acerra, per terminare in piazzale Renella, alle spalle del Castello Baronale. Durante le settimane scorse alcune centinaia di attivisti e cittadini, in particolare le "mamme coraggio", avevano per giorni bloccato gli accessi al sito di incenerimento impedendo l'ingresso ai camion che trasportavano rifiuti da bruciare provenienti da altri comuni.

L'inquinamento ambientale ci sta uccidendo - hanno spiegato alcune mamme al resto dei manifestanti e alla stampa - proprio ieri è venuta a mancare un'altra persona, morta a causa di un tumore, come purtroppo è successo in ogni famiglia. Qualcuno piange i propri figli, altri i propri genitori, fratelli, sorelle, dobbiamo risvegliare questa città, prima che sia troppo tardi".  

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Pensando alla giornata di ieri, vogliamo partire proprio da questa semplice domanda retorica, ma chi ha detto che non c’è?

Ieri, per le strade del centro di Livorno, abbiamo sentito un’atmosfera diversa, la si poteva respirare a pieni polmoni. Nonostante allerte meteo, cattivo tempo, pioggia e vento forte, più di 3000 persone sono scese in piazza per manifestare, per urlare un dissenso, un disaccordo, un disagio, che sempre di più va presentandosi nelle vite di tutti e tutte noi.

A Livorno, nelle ultime settimane sono scoppiate tantissime vertenze, andando a colpire tantissime persone. Più di 2000 posti di lavoro a rischio, più di 2000 famiglie che si ritroverebbero dall’oggi al domani senza più un lavoro, un reddito con cui tirare avanti.

A Livorno ieri, secondo noi si è iniziato a muovere qualcosa di diverso. La manifestazione di ieri non era né un appuntamento di mobilitazione nazionale, né una ricorrenza, né un appuntamento partitico o sindacale.

No, quella di ieri era una manifestazione della gente, dei lavoratori e delle lavoratrici, dei solidali, era una manifestazione organizzata dal basso, in autonomia rispetto a tutto.

Era il punto d’inizio di una mobilitazione diversa, costruita giorno per giorno da veri soggetti sociali, quelli colpiti dalla crisi, quelli che perdono il posto di lavoro, quelli che vengono esclusi dai processi di arricchimento. Quelli che provano rabbia di fronte al futuro che non c’è e alla miseria che avanza.

Qualcosa bolliva già in pentola. L’occupazione di Confindustria da parte degli operai della TRW il 17 ottobre forse è stato un inizio. Un inizio drammatico, ma pur sempre un inizio. Il corteo del giorno successivo organizzato dai Comitati Autonomi dell’Ex Caserma Occupata e partecipatissimo anche dalla città (con più di un migliaio di persone), che ha voluto sfidare la fatica e ha raggiunto gli operai che bloccavano l’Aurelia, facendo abbracciare i due cortei (quello dei Comitati Autonomi e quello degli operai della TRW, appunto) è stato sicuramente un passaggio significativo.

L’avevamo definita “SOLIDARIETÀ”, a dimostrazione di quanto sia importante e sentito, riunire e ricomporre le lotte, far fronte comune di fronte a problemi che sono di tutti.

Nel frattempo i meccanismi di solidarietà si sono sviluppati, avendo un altro suo punto forte e di coagulo, nella giornata del 29 ottobre, quando gli operai della TRW andavano a Roma a incontrare il Ministro dello Sviluppo Economico e i padroni della multinazionale.

Quel giorno Livorno c’era, a centinaia sono passati durante l’intera giornata fuori dalla fabbrica di via Enriques a portare la propria solidarietà, con striscioni e bandiere. E gli operai livornesi a Roma incontravano altra solidarietà, altri operai come loro, quelli della Jabil di Marcianise, quelli delle acciaierie di Terni, reduci poco prima delle cariche della polizia di Piazza Indipendenza.

Che forse quel giorno, sotto al MISE, incontrandosi tra operai e lavoratori di città diverse, sia davvero scattata una scintilla? Incontrandosi, incrociandosi, in un coagulo di corpi con storie e provenienze diverse, forse quel giorno sotto al Ministero in realtà c’erano anche fin troppe situazioni identiche. Gente che lavora, che alle 6 di mattina è già in fabbrica a sfornare pezzi. Gente che è stretta da affitti, mutui, cassaintegrazione e diritti sociali che non ci sono più. Città diverse ma stesse situazioni.

E forse da quella giornata, abbiamo imparato tutti qualcosa di più, che la classe lavoratrice c’è e lotta senza tregua quando è incoraggiata, sostenuta, supportata.

E la giornata di ieri allora è stata un altro passaggio in questo senso. Una manifestazione di lavoratori e lavoratrici che in maniera autonoma e autorganizzata hanno deciso di coordinarsi e scendere in piazza uniti, senza bandiere partitiche o sindacali.

All’inizio del corteo uno striscione amaranto, colore della città, che recitava uno slogan semplice, ma mai scontato, “Se Colpiscono Uno, Colpiscono Tutti”. E poi giù a seguire gli spezzoni di tutte le altre realtà lavorative che hanno aderito al corteo, come RSU, RSA o semplici gruppi di lavoratori e lavoratrici.

Ce n’erano davvero tanti, la coda non si riusciva a vedere neanche da metà corteo. Interventi di cuore, rabbiosi, passionali, sentiti e applauditi da tutti. Slogan semplici e chiari, “Fuori i padroni da Livorno”, “Livorno non si piega”, “Lotta dura senza paura”. E il comizio finale, che ha resistito anche a un violento acquazzone con la gente che è rimasta a riempire Piazza Cavallotti, le lacrime delle RSU della TRW dopo l’ultimo intervento, l’abbraccio fraterno fra lavoratori e lavoratrici che condividono l’incubo di perdere tutto.

Livorno ieri c’era. C’erano perfino il sindaco Nogarin e i segretari dei principali sindacati, che in silenzio hanno sfilato a margine del corteo dei lavoratori e delle lavoratrici livornesi. C’erano anche i commercianti della città che, nello sfilare del corteo, hanno tutti abbassato le saracinesche ed esposto manifesti in solidarietà ai lavoratori.

Livorno ieri c’era e questo è il dato da cui ripartire. Ieri eravamo solo in poco più di 3000, e chissà quanti saremmo stati senza la pioggia e il cattivo tempo.

Adesso, dobbiamo continuare a esserci, dobbiamo continuare a unirci e lottare assieme, dobbiamo continuare a dimostrare che Livorno c’è e che gli slogan lanciati ieri in corteo - “Livorno è nostra e guai a chi la tocca” - sono veri e sentiti.

Nessun licenziamento dovrà più passare in silenzio. Nessun posto di lavoro dovremo più perdere senza lottare.

Dovremo mettere veramente in pratica il senso de “Se Colpiscono Uno, Colpiscono Tutti”.

E tutti, risponderemo insieme. Lottando.

Redazione Livorno Indipendente

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Il Coordinamento intende prima di tutto ringraziare tutti i lavoratori e le lavoratrici e le varie Rsu che hanno aderito convintamente al corteo di oggi.

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Un ringraziamento va anche ai numerosi commercianti che hanno espresso la loro solidarietà abbassando le saracinesce e esponendo cartelli di solidarietà con le vertenze dei lavoratori e al cinema 4 Mori per la disponibilità della sala.

Ci riteniamo molto soddisfatti della partecipazione. Quella di oggi è una data storica per la nostra città.

Esiste una Livorno che ha deciso di reagire e di non arrendersi a questa crisi.

Una Livorno che ha deciso di lottare ed essere a fianco di tutti quei lavoratori che oggi rischiano il posto di lavoro,

Semplici ma decisi i messaggi lanciati oggi dalla piazza. Unità nelle vertenze al di là dell'appartenenza sindacale e partitica.

Determinazione nelle lotte e nelle rivendicazioni. No alla svendita di Livorno ai privati e internalizzazione dei servizi pubblici.

Solo in questo modo la nostra città potrà affrontare questo momento difficile e uscire dalla crisi.

Da oggi in poi qualsiasi vertenza in atto deve ricevere la solidarietà e l'appoggio di tutti i lavoratori.

Anche un singolo licenziamento non deve passare senza che vi sia una reazione immediata e determinata da parte di tutti.

Invitiamo tutti i presenti al corteo di oggi a rimanere informati delle prossime assemblee e iniziative del Coordinamento:

Lanciamo da subito la prossima ASSEMBLEA PUBBLICA cittadina per il giorno Giovedì 27 Novembre alle ore 21,00 in luogo da confermare che comunicheremo prima possibile.

Per questo invitiamo tutti e tutte a partecipare anche alla assemblea logistica del Coordinamento il giorno Giovedì 20 Novembre sempre alle 21,00 alla Mensa Ex Bilancia di via dei Mulini 27.

Coordinamento lavoratori e lavoratrici livornesi in lotta

Ricordiamo che hanno aderito fino ad oggi al Coordinamento Lavoratori Lavoratrici Livornesi e al CORTEO CITTADINO LAVORATORI LAVORATRICI LIVORNESI #‎livornononpuòmorire le R.S.U., le R.S.A., i lavoratori e le lavoratrici di: TRW Automotive Livorno, Porto Livorno 2000 , InTempo, Agenzia per il Lavoro in Porto, Compagnia Toscana Trasporti Nord, Raffineria ENI e ditte esterne, Compagnia Generale Trattori, T.E.F., C.L.S., I.F.B., R.F.I., Ex Delphi, Masol, Agenzia Espressi, C.E.R.I.N. affissioni, Appalti Pubblici Scuole - Dussmann, Cooperative Sociali - RSA Pascoli e Villa Serena, People Care, Ipercoop, Cooplat, Autisti Autosped G (Stagno), Trans Sea srl - Gruppo Podda, Gruppo Mercurio, Sidis supermercati, Cash & Carry, A.S.A., Provincia e Sviluppo, Comune di Livorno, Camera di Commercio, Autonomie Locali e Funzioni Centrali, Scuola, Ferrovie dello stato e Trenitalia, Solvay Solution Livorno , Piaggio e Continental (prov. di Pisa)....

[forse ne manca qualcuno ma la lista è in continuo aggiornamento mentre stiamo scrivendo...]

Pubblicato in Lavoro & Conflitto

La scorsa settimana un pensionato di 70 anni è stato rapinato e brutalmente pestato nella sua abitazione in via Flavio Andò. La vittima dell'aggressione, purtroppo, si trova tutt'ora in ospedale in condizioni difficili.
Ad aggredirlo sarebbe stato un gruppo di tre persone provenienti presumibilmente dall'est Europa secondo i racconti. Un fatto di cronaca terribile diventa la scusa per Mario Borghezio e per i suoi tirapiedi di Casa Pound per convocare una fiaccolata che ha come parole d'ordine lo sgombero dei campi rom, lo stop all'immigrazione e la "difesa degli italiani". Un caso di cronaca, per quanto tragico e doloroso, viene trasformato in un'occasione di speculazione politica da parte della Lega di Salvini e Borghezio e dei loro fidi amici di Casa Pound, inviati nelle periferie romane dai loro nuovi padroni del Carroccio a fare il lavoro sporco soffiando sul fuoco della guerra tra poveri.

A questi signori non frega nulla di chi non arriva a fine a mese, di chi è sfruttato o non ha una casa. L'importante è cavalcare la crisi, strumentalizzare lo stato di abbandono che vivono le periferie per dare tutta la colpa agli immigrati, invece di lottare tutti assieme per più servizi e diritti.

Il 14 novembre sarà il giorno dello sciopero sociale e generale che riempirà le piazze di tutte il paese. Insieme precari, studenti, migranti incroceranno le braccia per dire no ai provvedimenti del governo Renzi, per conquistare assieme diritti e un futuro migliore, perché non vogliamo più essere sfruttati, disoccupati, sottopagati. Il 14 novembre saremo in piazza lungo tutti gli appuntamenti di mobilitazione ma non per questo lasceremo il nostro territorio alle scorribande dei neofascisti: nel pomeriggio saremo nelle nostre strade per comunicare con i cittadini e il territorio.

Appuntamento il 14 novembre ore 15,00 al Csa Astra di via Capraia

Antirazzisti e antifascisti del III municipio

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