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Non è una novità, in Turchia, il divieto della manifestazione convocata dai sindacati per il Primo maggio. Che da quelle parti continua ad essere un momento di conflittualità alta a difesa dei diritti dei lavoratori, e non un giorno di ‘festa’ trasformato in kermesse musicale. Sono decenni che, tranne rarissime eccezioni, ai sindacati di classe turchi il governo e le autorità di pubblica sicurezza vietano di manifestare in quello che dovrebbe essere il centro della vita pubblica e politica del paese, Piazza Taksim, ormai sistematicamente bandita a suon di bastonate e gas lacrimogeni ogni qual volta il divieto viene messo in discussione. 

Un atteggiamento repressivo che il governo liberal-islamista ha ulteriormente rafforzato dopo la vittoria dell’Akp alle recenti elezioni amministrative, che al di là di brogli e condizionamenti di diverso tipo hanno comunque dimostrato che Erdogan e i suoi godono comunque di un ampio consenso popolare, anche nelle grandi città, dove pure il dispotismo e le politiche dell’esecutivo sono state duramente contestate l’estate scorsa e poi anche recentemente da un movimento di massa imponente.
E quindi il copione tradizionale – divieto di manifestare il Primo maggio, botte a chi protesta contro il divieto – si è ripetuto puntualmente anche quest’anno.
Ieri un folto gruppo di dirigenti e attivisti del Disk – la Confederazione dei sindacati rivoluzionari dei lavoratori – ha tenuto una conferenza stampa all’interno del Taksim Hill Hotel, durante la quale il presidente dell’organizzazione dei lavoratori ha dichiarato la volontà del sindacato di non rispettare un divieto, comunicato nei giorni scorsi dal Prefetto, che considera illegittimo e inaccettabile.
Il Disk – così come altre organizzazioni sindacali di classe e della sinistra rivoluzionaria turca – continuano a considerare d’obbligo manifestare nella piazza in cui, il Primo maggio del 1977, un attacco fascista provocò la morte di 36 manifestati, falciati dal fuoco di cecchini naturalmente mai identificati e processati. Una strage di matrice governativa che, incredibilmente, viene da allora presa a pretesto dai vari governi per impedire che proprio in quella piazza i sindacati rivendichino i diritti economici e politici dei lavoratori. Ufficialmente per non meglio precisati ‘problemi di sicurezza’. Negli ultimi anni, anche prima che milioni di turchi scendessero in piazza durante quello che viene conosciuto come il movimento a difesa di Gezi Park, decine di migliaia di lavoratori e attivisti di sinistra sono sempre scesi in piazza nel centro di Istanbul per contestare il divieto e immancabilmente, tranne che nel 2010 quando la piazza venne concessa, sono stati attaccati con violenza da un imponente dispositivo di polizia. Ogni volta lo stesso bilancio: lavoratori gasati e feriti, attivisti e dirigenti arrestati.
Stesso scenario anche ieri, un assaggio di ciò che potrebbe essere la giornata del Primo Maggio. Finita la conferenza stampa, l’intenzione dei sindacalisti era quella di tenere un incontro pubblico fuori dall’Hotel, in Piazza Taksim, insieme ad altre realtà del mondo del lavoro e dell’associazionismo progressista. Ma Taksim era blindata da inizio mattinata, trasformata in zona rossa, e gli esponenti del Disk non hanno fatto in tempo a mettere il naso fuori dall’albergo che sono immediatamente partite le manganellate degli agenti in tenuta antisommossa, che hanno naturalmente fatto ampio uso di spray urticante. Secondo i quotidiani della sinistra turca alcune decine di attivisti e sindacalisti sono stati fermati e portati in una vicina questura. Tra questi anche Erdal Kopal, il segretario del comparto trasporti del Disk.
Dura naturalmente la condanna da parte dell’organizzazione dei lavoratori al quale è stato impedito anche un presidio del tutto simbolico, alla quale si è unita la dura presa di posizione da parte dell’altro sindacato di sinistra, il Kesk (che rappresenta i dipendenti pubblici), che ha annunciato la propria partecipazione ad una mobilitazione del prossimo Primo Maggio che dovrebbe portare in piazza parecchie decine se non centinaia di migliaia di lavoratori e oppositori di sinistra dell’esecutivo liberal-islamista. Nei giorni scorsi altre realtà avevano dichiarato la propria volontà di contestare attivamente il divieto partecipando alla manifestando del Primo Maggio, da esponenti del “Comitato Solidarietà con Taksim” passando per l’Associazione degli Ingegneri e degli Architetti di Turchia (TMMOB) fino all’Associazione dei Medici di Turchia (TTB). Attraverso distinti comunicati hanno annunciato la propria mobilitazione anche numerosi partiti di sinistra tra i quali l’HDP (Partito Democratico dei Popoli), il curdo BDP (Partito della Pace e della Democrazia), l’EMEP (Partito del Lavoro), l’ÖDP (Partito della Libertà e della Democrazia), l’ESP(Partito Socialista degli Oppressi).

 

Certamente il clima in Turchia si fa sempre più pesante. Nei giorni scorsi alcune decine di persone che sempre in Piazza Taksim avevano provato a ricordare silenziosamente Berkin Elvan, il quindicenne colpito alla testa da un candelotto lacrimogeno sparato da un poliziotto ad altezza d’uomo e morto alcune settimane fa, sono state assalite dalla polizia e 61 dimostranti sono stati portati in Questura ammanettati. Stessa sorte – cariche e arresti - era toccata domenica alle tifoserie delle principali squadre di calcio di Istanbul - Besiktas, Fenerbahce e Galatasaray - che manifestavano in Piazza Galatasaray contro alcune disposizioni restrittive in tema di accesso agli stadi.

Proprio ieri a Izmir, la terza città del paese, è iniziato il processo contro 29 giovani e attivisti arrestati nei mesi scorsi e accusati di aver violato la legge pubblicando su Twitter comunicati contro il governo di Ankara nell'ambito delle proteste scoppiate la scorsa estate per fermare la distruzione del Gezi Park a Istanbul. Gli avvocati della difesa hanno denunciato che il processo, aggiornato immediatamento al prossimo 14 luglio, ha un valore tutto politico con l’obiettivo di intimidire coloro che continuano ad opporsi alle politiche autoritarie dell’esecutivo. Di fatto l’unica ‘colpa’ degli imputati, alcuni dei quali giovanissimi ed estranei ad organizzazioni politiche, è di aver semplicemente diffuso sui social network informazioni riguardanti le mobilitazioni contro il governo e contro la repressione. ''Questi tweet vanno protetti dalla Costituzione e ora lo sono - ha detto uno degli avvocati difensori, Duygucan Yazici - Quelle contro di loro sono accuse politiche". Ma alcuni degli imputati sono accusati incredibilmente di aver “insultato il primo ministro” ed Erdogan viene formalmente indicato nei capi d’accusa come ‘vittima’.

Pubblicato in Internazionale
Martedì, 22 Aprile 2014 10:29

L'autoritarismo "democratico" della tonnara

Prima Pecoraro, poi Alfano. Prima il prefetto di Roma (mancato capo della polizia e "rappresentante del governo" nella Capitale), poi il ministro dell'interno. Oggi, infine, il puntuale editoriale del Corriere della Sera.

"E' inaccettabile che il centro storico di Roma sia sottoposto a rischio di saccheggio ogni due o tre mesi, non vorremmo che ci costringessero a vietare in queste manifestazioni l'accesso al centro storico della capitale". Di conseguenza, sul numero identificativo sul casco degli agenti: "sono contrario. Se questi sono i manifestanti, io il numero identificativo lo metterei a loro... vengano loro alla manifestazione con il numero identificativo".

Evitiamo le battute e teniamoci sull'aspetto politico. Le prime rallegrano lo spirito (tipo “e allora metteteci una stella gialla!”) e distraggono dal messaggio reale che il potere ci sta trasmettendo. Il secondo apre squarci illuminanti sul prossimo futuro. E francamente ci sembra più importante.

Il prefetto, che è persona più abile dell'Angelino, l'ha messa giù con una invidiabile chiarezza: “la sicurezza che va garantita per prima è quella dei poliziotti”. Non siamo ancora all'arbitrio individuale dello sbirro statunitense – quello raccontato dai video su Youtube, non da Hollywood – ma ci avviciniamo. Manca ancora un passo, quello per cui il poliziotto è la legge, non lo strumento che lo Stato usa per farla rispettare. Ci vuole tempo, si capisce, certe modificazioni passano attraverso una lunga gestione del “senso comune”.

Ma soprattutto è un uomo “pratico”, che prova a realizzare subito il risultato politico – la trasformazione di uno stato di cose sul campo in “istituzioni”, regole, leggi – della discussione pubblica aperta sugli scontri del 12 aprile. Riconosce (e giustifica) l'”eccesso” di violenza dei suoi uomini in alcuni casi specifici, ma rivendica una scelta di gestione della piazza che in generale ha tenuto insieme “il diritto di manifestare” con “la sicurezza dei palazzi istituzionali”. E persino una certa attenzione a “non esagerare” con le cariche a piazza Barberini, che sono arrivate a un passo dallo stringere la gente in uno spazio troppo piccolo, senza sfogo e dunque molto pericoloso. Da “manifestanti di lungo corso” bisognerà ammettere che non è del tutto falso. Poteva andare molto peggio.

Diciamola così: il prefetto rivendica la capacità di esercitare il controllo totale di una manifestazione con piccoli numeri, priva di un servizio d'ordine unitario, di fatto in ogni momento in balia delle scelte del potere.

Chi è stato come noi in piazza ha visto che il corteo era preceduto, affiancato in ogni strada e chiuso dietro da un consistente numero di agenti. Al seguito i militari venivano i mezzi dell'Ama (la raccolta rifiuti di Roma), che fagocitavano in un attimo sia i detriti (volantini, bottiglie, fumogeni esauriti, le dita del migrante cui è esploso un petardo in mano, ecc), sia le scritte sui muri. A cancellare le prove, come se non fosse mai passato nessuno di lì.

Questo controllo totale noi lo abbiamo condensato nell'immagine della “tonnara”, che è l'esatto opposto dell'”assedio” o della “violazione dei divieti della polizia”. Non ci sembra si possa essere contenti di stare nei panni dei tonni, specie sapendo che la successiva “fase di lavorazione” consiste nel passaggio nella scatoletta: polverizzati e ben poco vivi.

Una rivendicazione di “forza e abilità”, da parte della polizia, che il prefetto prova a monetizzare con uno scambio politico che sa tanto di “programma” del governo Renzi: “introduciamo pure il codice identificativo, ma, contestualmente, introduciamo norme che regolamentino il diritto costituzionale di manifestare”.

Voilà, il gioco è fatto! E addirittura tirando in ballo – ed è anche un collegamento “corretto” (ovviamente in negativo, come prassi anticostituzionale già in atto) – l'analogia col diritto di sciopero. I due diritti costituzionali fondamentali della Costituzione antifascista che consentono di trasformare la “libertà di pensiero” in azione sindacale e politica. E senza i quali resta solo un'opinione “interna”, che può diventare pericoloso esprimere e che non ha – grazie all'”Italicum” - nemmeno un marginale sfogo elettorale.

È l'”autoritarismo democratico” - nel senso del Pd, non della democrazia liberale – di cui il regime stile Unione Europea sta mettendo a punto le coordinate principali. E che riguarda nel suo complessso la libertà di opposizione.

Al confronto, Angelino appare come un residuo non brillante dell'era berlusconiana, con quel suo “non vorremmo” che va intepretato come un “vogliamo” (vietare il centro storico alle manifestazioni dell'opposizione).

In entrambi i casi è un meccanismo che va rotto e si può rompere.

Servono “solo” due cose: una dimensione di massa adeguata e il ragionare come soggetti capaci di calcolare le mosse proprie, quelle dell'avversario e le conseguenze di ogni scelta. Non dovrebbe essere impossibile. In fondo non siamo tonni.

 

Pubblicato in Interventi

Sono stati convalidati dal Gip gli arresti e ordinata la detenzione domiciliare per i quattro manifestanti fermati sabato durante la manifestazione.  E’ stata questa la decisione adottata dal Giudice delle indagini preliminari presso il Tribunale di Roma nella udienza di convalida.

Per tutti e quattro gli arrestati sono stati ritenuti idonei gli elementi indiziari emersi dalle circostanza dell’arresto che, secondo quanto riportato nella motivazione del Gip, erano nelle prime file del gruppo di manifestanti venuto a contatto con i cordoni di polizia su via Veneto.
Nel dispositivo del magistrato si legge che: "Tra i quattro soggetti arrestati il 12 aprile scorso in occasione dei disordini provocati in via Veneto figura il soggetto documentato in un video pubblicato nelle ultime ore su un noto quotidiano nel momento del fermo e che, all’esito delle indagini della Digos, è stato individuato tra il gruppo di violenti delle prime file del corteo nell’atto di lanciare un oggetto contundente contro le Forze dell’ordine". Ed ancora: "Le circostanze dell’arresto, avvalorate dalla prima documentazione emersa nel corso delle indagini, hanno dimostrato la partecipazione dei quattro al gruppo che ha posto in essere il violento attacco contro le Forze dell’ordine schierate a tutela dei Ministeri del lavoro e dello Sviluppo economico". "Nella stessa direzione depongono gli indumenti atti al travisamento indossati, tra cui, per alcuni, anche caschi da motociclista. In queste ore stanno proseguendo le indagini volte ad individuare ulteriori autori di reato, tra cui i lanci di oggetti contundenti (quali bulloni, bottiglie e componenti della segnaletica stradale divelti), nonché l’accensione ed il lancio di petardi ad elevato potenziale, all’esito dei cui gesti oltre cinquanta operatori delle Forze dell’ordine hanno riportato lesioni."

I quattro manifestanti sono ora in stato di restrizione agli arresti domiciliari.

Pubblicato in Italia (flash news)

La notizia della morte di Zakir Hossain - 34 anni, di nazionalità bengalese, sopraggiunta dopo  un’aggressione senza senso avvenuta a Pisa - ci lascia tutti esterrefatti ed addolorati.

Un uomo, un lavoratore, che aveva lasciato il proprio paese e che dopo tanti sacrifici era riuscito ad ottenere i documenti per vivere in Italia e un lavoro, è stato assassinato in pieno centro storico al termine del suo turno di lavoro.

Zakir Hossain lascia tre figli e una moglie che vivono in Bangladesh, che ci auguriamo vengano aiutati dalle istituzioni Italiane a venire nel nostro paese per poter seguire le indagini che porteranno, lo speriamo, a comprendere la dinamica dell’accaduto e punire gli autori di un gesto così incomprensibile ed efferato. A tal proposito il nostro Sportello si offre di dare l’assistenza legale gratuita ai familiari della vittima.

Non possiamo non considerare questi fatti al di fuori di logiche derivanti dal disfacimento economico di questi anni. Non possiamo non considerare l’assenza di prospettive per il futuro, di garanzie sociali, di
riferimenti culturali, di quella solidità che costituisce una rete che regge gli individui e li sostiene nelle loro scelte, come drammaticamente corresponsabili dell’accaduto.

E’ per questo che riteniamo che, se anche questa vicenda non nascondesse matrici razziste, non vada sottovalutata la portata di degrado sociale e morale che contiene in se.
L’unico modo per contrastare derive di questo genere è lavorare alla costruzione di una società emancipata dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, cioè dalla barbarie del capitalismo. Lavorare perché questo avvenga significherà non lasciare che Zakir Hossain sia morto invano.

Invitiamo tutti a partecipare

Venerdì 18 al corteo che partirà alle ore 15 da piazza Sant’Antonio a Pisa

Sull'assurdo omicidio di Zakir Hossain segnaliamo anche questo comunicato della Rete dei Comunisti di Pisa

Il 15 aprile,  è morto il trentaquattrenne Zakir Hossain,  lavoratore bengalese residente a Pisa,  in seguito ad una aggressione avvenuta domenica notte in Corso Italia nei pressi del ristorante dove lavorava., Il corteo spontaneo di migranti e cittadini che ieri sera ha percorso le strade del centro ha indetto una manifestazione per venerdì 18 aprile,  con partenza alle ore 15 in piazza Vittorio Emanuele. , Come Rete dei Comunisti ci uniamo al cordoglio della comunità di migranti bengalesi della nostra città e parteciperemo alla mobilitazione di venerdì,  chiedendo con loro che si faccia luce al più presto su quanto avvenuto,  e che il sostegno economico e legale per la famiglia di Hossein sia preso in carico dalla collettività,  usando risorse pubbliche versate anche da lavoratori come Zakir,  venuti in Occidente per fuggire da una vita di miseria e che tornano nel proprio paese - in numero sempre maggiore - come vittime di una società chiusa,  violenta,  dove gli esseri umani- specie se immigrati - perdono qualsiasi valore,  eccetto quello di mano d'opera a basso costo oppure,  come nel caso di Zakir,  come sagome da colpire a caso,  in una via centrale di una città e di un paese facente parte di quel pezzo di mondo annoverato tra i "più avanzati",  che si dice esporti libertà,  democrazia e pace nel mondo. A Zakir è toccata un pezzo di questa pace,  ma non era certo quella che cercava.

Rete dei Comunisti - Pisa

Pubblicato in Altro
Mercoledì, 16 Aprile 2014 10:49

Il punto morto del 12 aprile

Alla manifestazione del 12 aprile un dato saltava agli occhi: la grande distanza dal percorso virtuoso innescato dalle splendide giornate del 18 e 19 ottobre, nelle quali movimenti sociali e sindacalismo indipendente avevano saputo coniugare in modo intelligente radicalità, capacità vertenziale e sinergia tra settori sociali diversi.
Quella potenza che si era espressa soltanto nello scorso autunno risultava completamente dispersa in una manifestazione fortemente ridimensionata nei numeri, assai meno capace di parlare la lingua dei grandi temi sociali e rinchiusa nella logica sterile della competizione tra gruppi, riedizione aggiornata di vecchie pratiche che speravamo sepolte.

Che il sindacalismo indipendente avesse deciso di investire assai meno in questa manifestazione era cosa risaputa dai promotori della manifestazione, che già dall’assemblea del 9 febbraio avevano rinunciato alla stesura ed alla approvazione di una documento unitario. Già allora si era percepito che il clima condiviso dell’autunno era sfumato.
La manifestazione era per noi un passaggio per continuare a costruire quel faticoso ma indispensabile processo di collegamento tra settori sociali oggi frammentati. Mettere insieme chi occupa una casa con chi lotta per non perdere il lavoro, chi agisce sul terreno dei movimenti urbani e territoriali e chi agisce a partire dalle condizioni di lavoro, è un’impresa complicata che non si risolve con una manifestazione. È un processo, un percorso, rispetto al quale però bisogna decidere se si vuole partecipare e contribuire a partire dalla propria parzialità, oppure immaginare che si tratti di una competizione nella quale imporre modalità e forme univoche di azione.

Quando si mette mano al tema della complessità sociale si entra su un terreno delicato, fatto di individualismo ed egoismo sociale, dove gli episodi di solidarietà costituiscono una rarità mentre la norma è la diffidenza se non la contrapposizione.
Ricucire i conflitti, costruire i nessi e le relazioni, sapendo che settori sociali diversi si danno forme di organizzazione differenti ed assumono stili e modalità diverse di azione politica e di lotta è un grande obiettivo generale che ci siamo dati come confederazione sindacale.
Sappiamo che questo compito non potremo assolverlo da soli, che le esperienze da connettere in questo processo dovranno essere plurali e che anche i tempi in cui si produrranno queste connessioni non potranno essere imposti. Per questo riteniamo sbagliata la lettura trionfalistica della giornata del 12 aprile, che ha interrotto quel processo, incanalandolo su un binario morto.

Pensare che queste difficoltà siano dovute agli 80 euro di Renzi o che la ridotta partecipazione  di Usb corrisponda alla distanza tra garantiti e non, è un modo poco intelligente per evitare la riflessione. Chi avanza questo tipo di considerazioni farebbe meglio a riflettere sul carattere evocativo delle sollevazioni e degli assedi e su quanto appeal abbiamo perso in questi mesi.
Non per inventarne un’altra per la prossima occasione ma per cominciare a ragionare sul serio attorno al percorso avviato in autunno ed ora irresponsabilmente interrotto.

Per farlo occorre a nostro avviso discutere di almeno tre punti fondamentali.

Innanzitutto del ruolo dell’Unione Europea, il cui processo di costruzione sta condizionando pesantemente tutte le scelte degli ultimi governi,  compresi gli ultimi atti sia di politica economica che i gravi cambiamenti di natura costituzionale. Aver sistematicamente evitato di discutere di questo nella preparazione della manifestazione del 12 aprile costituisce un fattore di debolezza politica che abbiamo più volte sottolineato, poiché priva tutta la nostra azione di riferimenti generali e di una visione d’insieme dei cambiamenti in corso.

In secondo luogo, che le modalità di agire il conflitto vanno condivise a partire da una fondamentale esigenza di radicalità e da un’altrettanto indispensabile capacità di coniugare modalità differenti. Se si perde questa capacità si perde la possibilità del percorso unitario e plurale, ci si chiude nel ghetto della propria specificità, e in fondo si fa il gioco dei nostri nemici.

Infine, ma non meno importante, la gestione della piazza non è un particolare.
Quando si ingaggia lo scontro la reazione è scontata, quello che non si può prevedere è solo la sua intensità. Sabato 12 aprile la risposta è stata pesante ma a farne le spese sono state soprattutto le parti più vulnerabili della manifestazione. Ci sembra un errore molto grave che si doveva e poteva evitare e che pregiudica anche i prossimi appuntamenti. Perché spaventa, crea diffidenza, allontana la nostra gente dalle manifestazioni. Un prezzo troppo alto che si aggiunge a quello dei tanti che hanno riportato ferite anche gravi.

Al punto morto del 12 aprile non si risponde con un calendario di nuove iniziative. Non è la quantità delle mobilitazioni che cambierà la situazione. Riprendere il percorso dell’autunno è il nostro programma dei prossimi mesi, a partire dalla contestazione del semestre italiano di presidenza della Commissione Europea.

 

Pubblicato in Interventi

Mobilitazione questa mattina a Roma in Piazza del Gesù, davanti alla sede della Commissione di Garanzia Sciopero, a cui hanno partecipato numerosi delegati e delegate sindacali con lo striscione: “LA REPRESSIONE DEL DIRITTO DI SCIOPERO DISTRUGGE LAVORO E SERVIZI”.

 

Il presidio è stato organizzato dall’USB come protesta contro le richieste avanzate dalla Commissione, che con lettera firmata dal presidente, Roberto Alesse, invitava a non scioperare durante il semestre di presidenza italiana dell’UE e durante l’Expo 2015.

Nel corso della manifestazione, una delegazione USB ha incontrato il presidente Alesse ed altri commissari.

 

L’USB ha stigmatizzato i comportamenti della Commissione riguardo alle sanzioni comminiate a lavoratori e rappresentanti sindacali in occasione di scioperi nel TPL a Genova e Firenze, e le interpretazioni estensive della legge sullo sciopero - già una delle più restrittive in Europa - tra cui spicca il recente intervento all’aeroporto Marco Polo di Venezia, dove sono stati precettati gli addetti cargo in quanto avrebbero bloccato “beni di alto valore”.

 

L’USB ha invitato la Commissione a valutare come la legge 146 del 1990 non sia più adeguata alla fase attuale del Paese, con una drammatica crisi in atto nei servizi e nei trasporti che sta producendo forti perdite occupazionali, progetti di privatizzazioni e tagli ai salari e ai diritti, nonché un enorme tasso di precarietà. In questa condizione, invece di salvaguardare i diritti costituzionalmente garantiti, come quello dello sciopero ed alla mobilità, una pedissequa osservanza delle normative rischia di salvaguardare imprenditori e manager, privati e pubblici, che stanno operando la distruzione dei servizi all’utenza.

 

La Commissione ha ribadito che il proprio operato si muove nel solco di quanto stabilito dalle normative ed ha inoltre annunciato l’avvio di un’attività ispettiva riguardo ad alcuni comportamenti di parte datoriale che starebbero esacerbando il conflitto nei luoghi di lavoro.

In merito alla “tregua sindacale”, la Commissione ha preso atto della posizione fortemente negativa dell’USB, prima ed unica organizzazione ad aver per ora risposto alla richiesta avanzata, riservandosi di intervenire a salvaguardia dell’Expo.

 

L’USB ha infine reso noto che la protesta odierna è solo l’inizio della messa in discussione di una legge ormai datata e inadeguata e che coinvolgerà le forze politiche e parlamentari per la profonda trasformazione della normativa.

Pubblicato in Lavoro & Conflitto
Martedì, 15 Aprile 2014 08:52

12 aprile 2014: riflessioni in prospettiva

La giornata del 12 aprile mette in luce potenzialità e limiti di un movimento sociale e politico che si propone come unica soluzione reale a un momento di crisi sistemica, cui istituzioni nazionali e sovrannazionali non pongono rimedio, rifiutando alternative economiche e politiche che guardino agli interessi delle classi popolari.

Alla vigilia dell'ennesima tornata elettorale, che tra poche settimane vedrà i burattini di palazzo contendersi le poltrone del parlamento europeo, organo assente di ogni rilevanza politica e democratica, migliaia di giovani, precari, occupanti di casa e lavoratori sono riusciti a rompere l'aurea di purezza messianica che ha circondato gli ultimi tre esecutivi benedetti dall'UE che si sono susseguiti alla guida del paese, e di cui Renzi è l'ultimo rappresentante.

La composizione e lo svolgimento del corteo dimostrano tuttavia che non possiamo più accontentarci di portare in piazza singole rivendicazioni senza una prospettiva che le colleghi e le riassuma, rischiando in questo modo di schiacciare un corteo sotto parole d'ordine parziali, privandolo di una visione complessiva dell'attacco che stiamo subendo.

Quello che è mancato nella costruzione del 12 aprile è stata una sintesi politica capace di intercettare le varie vertenzialità ed esigenze in quadro più ampio. Individuare nell’Unione Europea

il soggetto imperialista che assolve le proprie necessità attraverso lo sfruttamento dei popoli, dentro e fuori i propri confini, è per noi il passaggio fondamentale per mettere a valore i percorsi di lotta.

Giornate come 18 e 19 ottobre hanno dimostrato come sia possibile individuare e ricomporre sotto una tematica comune quella parte di popolazione che non vuole più assistere impotente agli attacchi che subisce giorno dopo giorno, assumendo protagonismo e radicalità politica.

Molti invece hanno colto nella giornata del 12 aprile una riproposizione delle stesse parole d'ordine che avevano caratterizzato il 18 e il 19, private però del protagonismo di una molteplicità di soggetti sociali, politici e sindacali che avevano fatto di quelle giornate un importante momento di riconoscimento e ricomposizione, oltre che un trampolino di lancio per la mobilitazione dell'autunno e dell'inverno.

La giornata di sabato aveva la potenzialità di esprimere un innalzamento del confronto, unendo le singole vertenzialità in un piano politico generale di ampio respiro, non attraverso un compromesso ma con una sintesi dinamica fra vari ambiti, settori e vertenze.

La sintesi politica non è esercizio intellettuale ma un metodo fondamentale per uscire dal particolarismo e dall'autoreferenzialità, con immediati effetti nell'espressione di piazza. Di certo l'avversario non si fa scrupolo per mantenere il suo potere ed utilizzare tutti i propri apparati repressivi: l'abbiamo visto con il tentativo di assediare il corteo con un impressionante dispiegamento di forza e la solita violenza di piazza da parte delle forze dell'ordine. Per rispondere a questo dato di fatto non basta però l'esperienza, in quanto la fermezza e la determinazione in piazza derivano infatti da altrettanta fermezza e determinazione nel percorso politico.

Nonostante tutte le criticità nella costruzione e nello svolgimento della data, registriamo il dato politico positivo dell'emergere di un'area militante determinata ad elaborare e praticare una critica serrata nei confronti dell'Unione Europea, individuando nella sua rottura l'alternativa possibile per le classi subalterne. Il prodotto di questo confronto è stato uno spezzone in grado di tenere insieme le diverse provenienze ed approcci, che ci ha visto fianco a fianco con i compagni della campagna Noi Saremo Tutto, di realtà politiche indipendenti come Ross@, Rete dei Comunisti, fino alla federazione romana dell'USB, e a decine di altre realtà e compagni.

È nell'approfondimento di quest'ipotesi di lavoro che ci prepariamo alla mobilitazione contro l'insediamento del semestre di presidenza italiana al consiglio europeo di inizio estate, e a rispondere al meeting europeo sulla dis-occupazione di luglio a Torino. Questi saranno appuntamenti fondamentali per elevare i contenuti di una proposta politica in grado di collegare le esigenze di classe su un piano internazionale, una proposta che regga il confronto con un avversario politico che ha trovato nell'integrazione continentale la chiave della propria sopravvivenza.

Noi Restiamo

Pubblicato in Interventi
Lunedì, 14 Aprile 2014 21:02

Quelli che il 12 aprile

Pubblicato in Corsivo di Firma

Sono quattro gli attivisti arrestati alla manifestazione di sabato scorso ancora in carcere a Regina Coeli in attesa dell'interrogatorio di convalida degli arresti che, da quanto trapela, si svolgerà mercoledì mattina di fronte al Gip. Il pubblico ministero incaricato del procedimento è il dr. Albamonte, già incaricato del procedimento giudiziario per i fatti del 31 Ottobre a Roma che portò a dieci arresti alcune settimane fa, alcuni dei quali convertiti in provvedimenti restrittivi.  I reati che vengono contestati ai quattro giovani manifestanti sono quelli di resistenza pluriaggravata e lesioni a pubblico ufficiale. Sembra che siano diventati oltre cinquanta gli agenti di polizia che si sono fatti refertare dopo le cariche e gli scontri di sabato. Un bilancio che sembra assai sovradimensionato rispetto alla dinamica dei fatti.

BlL5vmVIIAAwk1IOggi intantosi è tenuta a Napoli una assemblea di solidarietà con gli arrestati, mentre a Roma alle ore 19 sulla balconata del Gianicolo di fronte al carcere romano di Regina Coeli ci sarà un saluto agli arrestati, per fargli sentire - e far sentire anche agli altri detenuti - la vicinanza e la solidarietà di quelli che erano con loro nella manifestazione. Nessuno dovrà mai sentirsi solo di fronte alla repressione.

Nella foto il corteo a Napoli in solidarietà con gli arrestati

Intanto per chi vuole inviare telegrammi di solidarietà può scrivere a :

Marabini Lorenzo; Matteo Pompea; Ugo Esposito; Simon Kanka c/o Casa Circondariale Regina Coeli, Via della Lungara, 29, 00165 Roma

Pubblicato in Politica
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