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Adesione e partecipazione della Rete dei Comunisti di Roma alla manifestazione di sostegno alla resistenza di Kobanê del 1 Novembre 2014 

Le milizie popolari curde si stanno battendo con eroica e straordinaria resistenza contro la barbarie dei tagliagole dell’Isis. Le organizzazione kurde che lottano per l’autodeterminazione e per la difesa delle loro comunità hanno dato vita ad un processo rivoluzionario volto a sperimentare un sistema economico e sociale paritario e basato sull'eguaglianza in cui le ricchezze vengano equamente distribuite.

Kobane lotta anche per noi e per il nostro futuro! Facciamo sentire la nostra voce insieme a quella del popolo kurdo!

La Rete dei Comunisti sostiene la fiera resistenza delle donne e degli uomini di Kobane e condanna

- il sostegno della Turchia e delle petro-monarchie arabe agli assassini del cosiddetto Califfato;

- l'attiva partecipazione dell'Unione Europea e degli Stati Uniti alla destabilizzazione della Siria e di tutto il Medio Oriente che prima ha contribuito a scatenare una sanguinosa guerra civile e ora viene presa a pretesto per un nuovo intervento imperialista nell'area;

- la persecuzione delle organizzazioni della resistenza curda, intollerabilmente inserite nelle liste nere antiterrorismo, da parte dell'Italia e di tutta l'Unione Europea;

Invitiamo tutte/i a partecipare al corteo del 1° novembre 2014 ore 15,30 da piazza dell'Esquilino a piazza SS. Apostoli

Rete dei Comunisti di Roma

 

COMUNICATO DELLA RETE NO WAR SULLA MANIFESTAZIONE DEL 1° NOVEMBRE A FAVORE DEI KURDI DI KOBANE 

La Rete No War Roma aderisce con convinzione alla manifestazione del 1° novembre a favore degli eroici difensori di Kobane ed invita tutti i militanti dei movimenti pacifisti ed antimperialisti  ed i semplici cittadini democratici a partecipare a Roma (ore 15,30 Piazza dell’Esquilino) e nelle altre città italiane dove si svolgeranno analoghe manifestazioni.

Nel contempo la Rete No War respinge con sdegno ogni possibile strumentalizzazione della lotta dei militanti kurdi guidati dal PYD e dal PKK ed inquadrati nelle milizie femminili e maschili del JPG e YPG.

Le bande dell’ISIS, create ed alimentate finora da Arabia Saudita, Turchia, Stati Uniti, e loro alleati, per destabilizzare la Siria e creare il caos in Iraq, stanno continuando lo sporco lavoro già cominciato dalle formazioni qaediste e jihadiste (Jabhat Al Nusra, Al Sham, ecc.) che già negli anni passati, con la complicità e l’appoggio di USA, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, e tutto il gruppo dei cosiddetti “Amici della Siria”,  hanno attaccato i cantoni autonomi kurdi della Siria.

Nessun credito deve essere data alla presunta svolta dell’imperialismo USA che, per motivi tattici e di opportunità momentanea, sta effettuando alcuni limitati bombardamenti nei dintorni di Kobane. Nessun credito può essere concesso alla Turchia che, dopo aver posto per anni l’embargo sulle zone kurde della Siria, ora permetterebbe il passaggio di 150 “Peshmerga” del clan Barzani dell’Iraq (alleato di Turchia, USA e Israele e che in passato ha partecipato al blocco ed ha anche rivolto le armi contro i fratelli kurdi della Siria).

Inquietante è anche la notizia (peraltro smentita dalla resistenza Kurda) che il governo  Turco di Erdogan e Davutoglu  vorrebbe far affluire verso Kobane anche 1300 miliziani del cosiddetto Esercito Siriano Libero (finanziato da Turchia e USA e alleato di Al Nusra e Al Sham).

Siamo certi che i militanti Kurdi del PYD e del PKK (organizzazione socialista e patriottica ingiustamente posta nell’elenco delle organizzazioni “terroriste” da USA ed Europa) e gli eroici difensori di Kobane, tutti di chiara fede antimperialista, sapranno distinguere perfettamente tra i veri amici e quei falsi amici che si svegliano all’ultima ora e manovrano per riportare il popolo Kurdo sotto la loro egemonia. 

                        29/10/2014                                                    RETE NO WAR ROMA

Pubblicato in Italia (flash news)
Martedì, 28 Ottobre 2014 12:07

Letterina a Renzi

Naturalmente, al posto delle lettere sarebbe meglio far trovare altrettante persone in piazza, incazzate come debbono esserlo tuttte quelle che vengono colpite dalle "manovre" di questo governo; ma l'idea è simpatica e può funzionare per svegliare i cervelli di chi si beve tutto dalla tv... (Red.)

*****

Renzi, ancora una volta sulle orme di Berlusconi, ha reagito alla manifestazione romana della CGIL e al milione di partecipanti, dicendo che lui deve pensare agli altri 60 milioni di Italiani, dando per scontato che tutti quelli rimasti a casa sono contenti delle sue politiche. Sarebbe agevole rispondere: “allora, con la tua logica, 60milioni e 990mila Italiani che non hanno partecipato alla Leopolda sono contro di te”. Ma sarebbe inutile, con un Presidente del Consiglio fatto solo di immagine e di demagogia. Propongo allora che chi non ha partecipato alla manifestazione mandi a Renzi (l'indirizzo è Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. ) una letterina di un tenore simile al seguente.

“Caro Presidente, sono uno di quei 60 milioni di italiani che non hanno partecipato alla manifestazione della CGIL del 25 ottobre. Sono lieto di leggere che hai dichiarato di volerti occupare di noi. Pertanto ti rivolgo la seguente richiesta”. Qui ognuno può aggiungere la richiesta personale.

Elenco a solo titolo di esempio alcune possibilità:

“Sono un disoccupato e ti chiedo che il governo crei effettivamente e non a parole occupazione, per esempio rilanciando un ruolo trainante delle imprese di stato così come fu dal dopoguerra fino alla stagione delle privatizzazioni; inoltre vorrei che venisse istituito un reddito di cittadinanza per chi non ha un lavoro”.

“Ho perso il lavoro perché l'azienda è stata delocalizzata dove la manodopera costa meno della metà e chiedo che si smetta di dare i soldi alle imprese che delocalizzano (vedi FIAT)”.

“Sono un precario e chiedo di mandare a quel paese i numerosi contratti che permettono di trattare i lavoratori come uno zerbino, perché è vero che – come dici tu – il posto di lavoro fisso non esiste più, ma questo non è un progresso, è piuttosto un ritorno all'800”.

“Ho dei figli a carico e chiedo che si pensi a creare più posti negli asili nido e che la scuola pubblica costi meno anziché dare un'elemosina di 80 euro alle neo mamme”.

“Sono un invalido affetto da SLA e chiedo che si ripristino i fondi per i non autosufficienti, tagliati di 100 milioni con la tua manovra di stabilità, anziché fare la doccia con un secchio di acqua fredda, ostentando una pelosa solidarietà”.

"Ho un figlio handicappato e chiedo di non tagliare i soldi alla scuola pubblica e con essi la possibilità di avere insegnanti di sostegno, in quanto il diritto allo studio deve essere per tutti”.

“Svolgo un lavoro usurante e chiedo che finalmente si stabilisca una possibilità di pensionamento che tenga conto dei miei disagi”.

“Sono un giovane che non vedrà mai la una pensione decente (questa lettera vale anche per chi ha già una pensione da fame) e chiedo che si aumenti la pensione minima fino almeno a mille euro”.

“Pago le tasse fino all'ultima lira e mi tagliano i servizi perché c'è chi non le paga, chiedo che si acciuffino realmente gli evasori e chi si istituisca una patrimoniale per i ricchi”.

“Devo pagare ticket esosi, attendere lunghissime liste di attesa per avere prestazioni sanitarie scadenti, vedo ridurre continuamente i servizi sanitari; chiedo che non si taglino i fondi regionali destinati alla sanità”.

“Vorrei che l'ambiente dell'Italia fosse rispettato e messo in sicurezza, pertanto chiedo che sia rivisto il tuo decreto “Sblocca Italia” che prevede una colata di cemento e l'azzeramento delle sacrosante regole di controllo dell'edificazione; si sblocchino piuttosto i lavori di salvaguardia ambientale”.

“Sono per la legalità e vorrei che venissero date più possibilità alla giustizia di fare il suo lavoro, anziché concordare con Berlusconi le riforme in merito”.

“Per poter lavorare sono costretto a tenere una partita IVA, potresti fare una legge che obbliga all'assunzione nei casi in cui il lavoro sia nella sostanza dipendente?”.

Insomma ognuno scriva a modo suo, perché la casistica è molto varia. Se è vero che il 10 per cento della popolazione possiede il 50 per cento della ricchezza, ci sono almeno 55 milioni di motivi per scrivere al nostro Presidente.

Pubblicato in Interventi

Sabato 25 ottobre era stata indetta una manifestazione al cantiere per la costruzione della diga di Sivens. Quest'opera è contrastata dagli ambientalisti e dai piccoli agricoltori che fanno riferimento alla Confederation Paysanne. La diga servirebbe gli interessi di alcune grandi aziende agricole e distruggerebbe l'unica zona umida della zona. Siamo nel Tarn, nella zona pirenaica a ovest di Tolosa.
Migliaia di manifestanti provenienti da tutta la Francia hanno partecipato all'’iniziativa contro la diga e in solidarietà con chi resiste nei boschi, nonostante i violenti attacchi della polizia degli ultimi mesi.
Dopo il corteo del pomeriggio ci sono stati scontri con la polizia. Le truppe dell’'antisommossa hanno usato gas lacrimogeni, pallottole di gomma e granate assordanti. Le cariche nel bosco sono andate avanti per tutta la notte.
Tra le due e le tre, Remi Fraisse, un ragazzo di 21 anni, è stato trovato morto da vigili del fuoco e gendarmi. Remi probabilmente è morto durante gli scontri.
Secondo la gendarmeria il corpo del compagno era nel bosco. Diversa la versione di alcuni manifestanti che sostengono che Remi si trovava nei pressi degli sbarramenti della polizia e si è accasciato dopo un lancio di granate.
Né la Prefettura né la polizia hanno fatto dichiarazioni, in attesa dell'’autopsia prevista per oggi.
I resistenti della ZAD di Notre Dame des landes, in un loro comunicato parlano esplicitamente di assassinio e invitano a manifestare contro la violenza di Stato.
Domenica sera c'é stata una prima manifestazione di protesta a Gaillac.
Oggi sono state indette iniziative di fronte alle Prefetture in tutta la Francia.

Potete trovare informazioni e aggiornamenti su questi siti.

Il collettivo contro la diga “Tant qu'il y aura des bouilles”

Il sito lionese rebellyon

Sull’'esperienza libertaria della ZAD del Testet sull'’ultimo numero di LeMonde Libertaire c’'è un interessante articolo di Iannis Vouluntas. Lo trovate qui.

per info e aggiornamenti:
www.anarresinfo.noblogs.org

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Lunedì, 27 Ottobre 2014 13:02

L'incanto si è rotto

Se il Pd fosse un partito serio la scissione sarebbe cosa fatta. La contrapposizione tra le piazze di questi giorni e la spocchia della Leopolda non potrebbe infatti essere più netta.

Naturalmente non stiamo parlando di un partito vero, quindi non appare prevedibile nell'immediato nessuna scissione. Troppo netto il divario tra la corte renziana (un conducator, un discorso reazionario ma coerente, un piccolo stuolo di aspiranti a entrare nella “classe dirigente” grazie solo al proprio mettersi a disposizione, come nelle vecchie clientele democristiane) e il pulviscolo disperso della “vecchia guardia”. La quale si sfarina a ogni dichiarazione, tra chi “non ci pensa nemmeno ad andarsene”, chi “vuol restare per rovesciare la maggioranza”, chi aspetta tempi migliori e chi è già rassegnato a esser fatto fuori ma non si candida a promuovere una scissione. Meglio così. Di tutto abbiamo bisogno meno che di un altro pezzo di establishment  di ex sinistra che si mette a costruire un nuovo “cartello elettorale più largo e inclusivo”, senza ragionare su quel che sta accadendo e soprattutto sulle tendenze che il renzismo sta solo interpretando.

Ma una rottura, netta, c'è stata e non va sottostimata, visto che sembrava di vivere in un modo incantato e perverso, dove i padroni chiedevano di licenziare, il governo diceva sì e i lavoratori dovevano apparire contenti. Questo incanto si è rotto.

È una rottura sociale con grande potenziale politico, ma senza sponda politica. Il mondo del lavoro dipendente, per quanto incerto sulla direzione da prendere, ha identificato con chiarezza il renzismo come “il nemico”. Era così nelle cose, nelle politiche economiche, nei programmi di governo; ma non ancora nella consapevolezza di massa. O perlomeno non in forma così netta ed esplicita, solare. È una rottura che riguarda tutto il lavoro dipendente, sia nella parte residuamente “stabile” che nell'oceano della precarietà o della disoccupazione.

egrhnhtyjhmDi più. Si è incrinata seriamente la possibilità di gestire il passaggio di modello sociale come un “conflitto generazionale”. Veniamo da anni di propaganda liberista che hanno fatto strage nei cervelli anche di “ultrasinistra”, imponendo lo schemino per deficienti “giovani precari” versus “anziani garantiti”. La realtà sociale di tutti i giorni ci mette davanti schiere di lavoratori anziani o di mezza età precari, disoccupati, esodati, “esuberi” e finanche milioni di già pensionati che non arrivano a metà mese. Alla ThyssenKrupp come a Meridiana, di nuovo in Alitalia come in mille altre aziende grandi o piccolissime, la strategia padronale punta a buttar fuori lavoratori di qualsiasi età coperti da un contratto a tempo indeterminato per sostituirli con altri – magari addirittura le stesse persone fisiche – senza più garanzie contrattuali e normative. Chi ha visto accapigliarsi nello studio di Lucia Annunziata un gruppo di “giovani del Pd” equamente divisi tra renziani e no, ha potuto – nella bolgia – riconoscere frammenti di interessi “di classe” contrapposti a “parole” pensate per nascondere i contenuti. E identificarsi, a prescindere dall'età...

Del resto, dopo trenta anni di “politiche per i giovani”, che hanno prodotto o favorito una disoccupazione generazionale salita oltre il 40%, diventa difficile raccontare ancora che la distruzione dei diritti facilita l'occupazione degli under di qualsiasi età...

Anche dall'alto – da parte dello stesso Renzi e dei suoi cortigiani – c'è stata una rottura decisa. Di portata storica. Il tormentone ammannito a tutti i media - “non esiste più il posto fisso”, quindi “non ha più senso una sinistra dei diritti del lavoro” - ha assunto i connotati di un passaggio d'epoca: il capitalismo non promette più maggiore benessere per tutti, ma solo maggiore “competizione”. Fra individui, imprese, paesi, continenti...

Dobbiamo partire da questa constatazione. La “sinistra” della concertazione, del keynesismo (moderato, per carità), della mediazione al ribasso, ecc, non ha più alcuna possibilità di recupero. Il modello sociale che l'Unione Europea sta imponendo – e che Renzi intepreta all'italiana, mediando con il grosso del blocco sociale berlusconiano - non prevede più alcun “patto tra i produttori”, nessun compromesso tra capitale e lavoro. Conta solo l'impresa. I suoi interessi sono “l'interesse del paese”, i suoi modelli di “governance” sono la nuova architettura istituzionale. E che si fotta la democrazia, come annunciato nero su bianco dalla J.P. Morgan.

Pubblicato in Editoriale
Con un presidio e una conferenza stampa si è svolto questa mattina il primo appuntamento della campagna di mobilitazione antimilitarista "Le guerre di aggressione ai popoli dell'est e del medio oriente partono da Pisa. Fermiamole!" (http://contropiano.org/eventi/item/27083-pisa-le-guerre-partono-da-qui), promossa dalle realtà politiche, antimilitariste e dai singoli pacifisti e antimperialisti che hanno aderito all'appello lanciato dalla Rete dei Comunisti (http://contropiano.org/articoli/item/26943). I promotori si sono dati appuntamento di fronte alla caserma Gamerra, destinata ad ospitare il Comfose (Comando delle Forze Speciali dell'Esercito), dietro uno striscione che recitava "No alle truppe speciali, sì a lavoro e servizi sociali", e dei cartelli che evidenziavano il ruolo della nostra città come centro operativo per le guerre imperialiste presenti e future, e il fatto che, a fronte di un aumento delle spese militari, che arriverà in un anno al 2 % /2,2 % del Pil (circa 100 milioni di euro al giorno), il governo Renzi sta accelerando nella distruzione di ogni diritto del mondo del lavoro, e sul taglio a sanità, istruzione e servizi sociali.

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Erano presenti al presidio realtà politiche come la Rete dei Comunisti, Rifondazione Comunista, il Progetto Rebeldìa, rappresentanti del Coordinamento No Hub, il giornalista e saggista Manlio Dinucci e singoli attivisti aderenti all'appello, che hanno risposto alle domande dei giornalisti spiegando le parole d'ordine della mobilitazione che vedrà come prossimi appuntamenti l'assemblea del 30 ottobre (ore 21, presso il Circolo agorà) e il presidio antimilitarista del 4 novembre (h.17 C.so Italia - Logge dei Banchi) in occasione della “festa delle forze armate” e nella ricorrenza della 1° guerra mondiale.
 

Per lo scioglimento del Comfose, la chiusura di Camp Darby, l'uscita dell'Italia dalla Nato e lo storno delle immense risorse pubbliche impiegate per le spese militari per rilanciare l'occupazione e le spese per sanità, istruzione, trasporti e tutele sociali.

Pubblicato in Politica

Un milione di persone in piazza non contano niente. Questa è la risposta del regime renziano alla Cgil e - di conseguenza - alla minoranza Pd (oltre che a Vendola ed altri). Sia chiaro: è anche la risposta a chi ha scioperato con Usb, Orsa e Unicobas venerdì scorso. E a tutte le mobilitazioni che ancora si stanno preparando contro il jobs act, lo "sblocca Italia" e quant'altro.

Benvenuti nel nuovo mondo! Eravamo tutti abituati - forze di governo e d'opposizione, movimenti e sindacati - a vivere e confliggere in un "sistema di relazioni" complesso ma aperto alle opinioni contrarie. Un sistema consociativo, certamente. Un sistema democristiano, altrettanto certamente. Ma anche un sistema "inclusivo", anzi obbligatoriamente inclusivo. In quel sistema nessuno poteva davvero restare fuori, nemmeno gli estremisti più estremi, neanche i centri sociali antisociali o i punkabbestia. Un angoletto poteva e doveva essere trovato per tutti. Quanto bastava per garantire la sopravvivenza, per carità, nulla di eccezionale. Nulla che potesse consentire di coltivare velleità davvero rivoluzionarie; un sistema "oppressivo ma comprensivo", affluente e redistribuente (molto alle imprese, tanto ai servi del potere, briciole a lavoratori e opposizioni polirico-sociali). Ma, appunto, anche se in modo fortemente diseguale, ce n'era per tutti. La "coesione sociale" teneva anche per questo.

In quel sistema ogni sciopero riuscito, ogni grande manifestazione, era un segnale di "distonia" col governo e le sue politiche. Segnale che veniva recepito emendando in tutto o in parte (moderatamente, truffando, prendendo per i fondelli, ecc) i provvedimenti contestati, contro cui si era manifestato e/o scioperato. Una dialettica squilibrata, in cui il potere comunque guadagnava qualcosa di più, ma che non negava "le ragioni" dell'opposizione.

In quel mondo, una manifestazione da uno o tre milioni di persone bloccava il tentativo di abolire l'art. 18 pur essendo al governo Berlusconi, Fini, Bossi, Gasparri e La Russa. In quel mondo si poteva ottenere una legislazione su divorzio, aborto, Statuto dei lavoratori, una riforma carceraria "progressista" e cento altre leggi "progressive" pur restando opposizione, tra cariche di polizia, morti, sparatorie, scontri e guerriglia aperta. Era un sistema in cui i "rapporti di forza" venivano riconosciuti da tutte le parti in conflitto. Più forza sociale esprimevi - a prescindere addirittra dai metodi usati - più "pesavi" nella determinazione delle politiche nazionali. Era infatti un sistema che prevedeva la mediazione come metodo di governo. Fatti sentire, bussa con forza ai portoni del potere e qualcosa - con lo sconto - potrai ottenere.

E' finita. Questo significano le parole con cui Renzi ha commentato, dalla Leopolda, la manifestazione della Cgil. Rileggiamole: "Quando ci sono manifestazioni come queste non c'è da dire nulla, ma ascoltare una piazza bella, importante. Ci confronteremo, ma poi andremo avanti, non è pensabile che una piazza blocchi paese".

Non è difficile tradurre: "potete fare quello che vi pare, non cambierete una sola virgola di quel abbiamo deciso di fare". In questo "nuovo mondo" non c'è più spazio per la mediazione sociale, quindi neanche per la mediazione politica.

Non si tratta di "fascismo", anche se comincia a somigliarci in molti tratti. E' un autoritarismo da disperazione, camuffata coi sorrisi fissi di questo o quel "ggiòvane" messo davanti alle telecamere a negare anche l'evidenza. La mediazione sociale si fa con le risorse dello Stato, redistribuendo qualcosa anche ai soggetti sociali sfruttati. La mediazione politica è la formalizzazione legislativa di quella sociale, in base ai "rapporti di forza".

Ma dopo oltre sette anni di crisi, di fronte alla prospettiva di una "stagnazione secolare" (lo scenario numero uno nel recente report di Goldman Sachs), la "gestione del declino" è l'unica strategia possibile per cercare di mantenere il "modo di produzione capitalistico". L'"austerità" dell'Unione Europea sta diventando una sorta di "decrescita senza redistribuzione"; anzi, se possibile aumentando a dismisura la quota di ricchezza prodotta che va a pochi.

Quindi nessuna mediazione sociale. Renzi, naturalmente, non lo dice in modo così esplicito. La "tecnica di comunicazione" serve a camuffare il più possibile la realtà delle cose. E quindi, descrivendo per slogan quel che avviene dentro la Leopolda: "Qua si accapigliano su questioni importanti come la riforma della scuola o il fisco e il lavoro, su come creare occasioni per i posti di lavoro, che non si creano con le manifestazioni, ma con ambienti e imprese capaci di farlo".

E' una visione del mondo precisa, implacabile, senza alternative: "il lavoro lo creano le imprese", non c'è altro sistema al di fuori del capitalismo, non avrai altro dio all'infuori di me. Lavoratori, sindacati, partiti, movimenti, le manifestazioni di piazza, l'infinito universo dei sognatori di un altro modo di vivere, produrre, redistribuire ricchezza, non hanno più neanche la possibilità di essere ascoltati dentro questo "nuovo mondo". Qualsiasi forza sociale mostrino di saper organizzare.

Un "me ne frego" che va ben al di là delle giornate di mobiltazione che ci sono state in questi giorni o ci saranno nei prossimi mesi. Un "me ne frego" che vuol segnare un'intera epoca.

Va constrastato e rovesciato, ovviamente. Ma bisogna partire dal prenderne atto. Pensare di affrontarlo con la logica - sociale e politica - adottata fin qui significa votarsi all'impotenza.

Pubblicato in Politica
Sabato, 25 Ottobre 2014 12:25

Cgil in piazza per evitare la scomparsa

Piazza San Giovanni era già piena di prima mattina, con quelli che organizzano e chi non ce la fa a camminare. I cortei da Ostiense e Stazione Termini sono partiti in anticipo per evitare un ammassamento eccessivo di persone. Difficile dare numeri, in una situazione del genere, ma si può dire fin d'ora che lo sforzo organizzativo fatto ha prodotto il risultato atteso.

Lo striscione d'apertura è generico quanto basta per non dire contro chi e per che cosa è stata indetta questa manifestazione "Lavoro dignità e uguaglianza. Per cambiare l'Italia". Un titolo che poteva andar bene nel 1945, nel '60 e anche nel 2002; che tornerà buono (ma è difficile) anche in un lontano futuro, se le cose dovessero restare così. La gente in piazza naturalmente sa benissimo che questo è un "no" al governo e al jobs act, ma la Cgil non può dirlo. Tanto più nel giorno in cui il suo storico partito di riferimento - quello che per mezzo secolo aveva fatto della Cgil una propria "cinghia di trasmissione" - non esiste praticamente più. La maggioranza salita sul carro del vincitore sta alla Leopolda di Firenze; la minoranza senza speranza né progetti sta in piazza, guardandosi intorno, ricevendo pacche sulle spalle e anche qualche sorriso di compatimento: "vi siete fatti scalare il partito", grimaldello poi per "scalare il paese".

Le parole sono naturalmente baldanzose e bellicose, come necessario quando si chiama così tanta gente in piazza: la Cgil è pronta ad utilizzare "tutte le forme necessarie" a sostegno delle proprie richieste, compreso lo sciopero generale, ha detto Camusso nel corso della manifestazione. "Continueremo la nostra iniziativa con tutte le forme necessarie". Ma quali sono le richieste? Rivolte a chi? Silenzio (oltre il generico "lavoro e occupazione" non si va, il nemico è innominabile).
Gianni Cuperlo e Pippo Civati sono tra i parlamentari Pd presenti al corteo, piazzati dietro lo striscione dei poligrafici de l'Unità (che dovrebbe tornare prima o poi in edicola, ma edito da chi pubblica il catalogo Ikea). Poche e non apprezzate, del resto, le bandiere del Pd. Per capirsi: più di un cartello portava scritto "Fuori da questo corteo i parlamentari Pd che voteranno il Jobs act".

Loro stessi non sanno come approcciare la contraddizione ("Sto in piazza, ma anche nel Pd e voto la fiducia al governo, anche sul jobs act"). Quanto dichiarano alla stampa è quantomeno imbarazzante. Per Stefano Fassina, deputato ed ex viceministro dell'economia nel governo Letta, «Renzi non ha capito che la piazza non vuole bloccare il governo, vuole solo correggere dei provvedimenti che non vanno, che aggravano la precarietà». «Chi manifesta oggi non lo fa contro il governo, ma contro politiche che sono sbagliate», ha detto sullo stesso tono Pippo Civati. Dove pensano di andare con questa abitudine a nascondere quello che è solare?

Un primo bilancio è dunque possibile. La Cgil ha evitato il rischio che questa fosse l'ultima manifestazione della sua storia, ma è senza alcuna idea praticabile sul come andare avanti. Il tipo di sindacato che ha selezionato il suo attuale quadro dirigente e i funzionari (concertativo, collaborativo, ma anche dotato di un "ruolo politico", quindi dotato di un potere di veto sulle decisioni governative, anche se esercitato di rado) sarà morto e sepolto il giorno dopo l'approvazione del jobs act.

Un sindacato così, d'altro canto, non ha alcuna possibilità - né intenzione - di trasformarsi nuovamente in un'organizzazione conflittuale. Nemmeno la Fiom di Landini, che battaglia molto ma per tornare esattamente al come eravamo (la concertazione, ecc).

Non ha più una bussola politica, visto che il Pd è il governo contro cui si manifesta (senza poterlo ammettere), e fuori di lì ci sono soltanto soggetti troppo piccoli per essere attendibili. Non che la dimensione, di per sé, sia una garanzia di potenza. Quando mancano idee chiare e progetti forti, quando le condizioni a contorno cambiano radicalmente, ci vuole un attimo (pochi anni, sul piano concreto) perché quella dimensione si polverizzi o si sgonfi. Una considerazione che non sembra abituale tra i beati costruttori di alleanze elettorali...

Banalmente, non c'è una politica possibile per questa Cgil; nemmeno se optasse - ma è impensabile - per trasformarsi essa stessa in un nuovo "partito del lavoro". Perché dovebbe scegliere se l'Unione Europea è un bene o un male; se si esce da una dittatura oligarchica con un rinnovato protagonismo dei lavoratori reali oppure se tutto si risolve - nella testa, non nella realtà - in un "nuovo compromesso tra i produttori", in cui è il "soggetto politico" a decidere per nome e per conto dei rappresentati, ma senza ascoltarli mai (com'è stato dai 35 giorni alla Fiat a questa parte; 34 anni, insomma...).

L'unica idea che rimbalza nella testa dei vertici Cgil e della minoranza Pd è di trasformare questa forza di massa in un consenso interno al Pd, tale - per dimensione - da rovesciare i rapporti di forza attuali e sostituire Renzi con qualche personaggio meno "estraneo" al vecchio centrosinistra, facendosi appoggiare poi dall'esterno da Vendola e frattaglie ex comuniste varie. Gigantismo organizzativo e nanismo politico vanno a braccetto, ma a ogni bivio rischiano di cappottare... Non hanno insomma pensato nemmeno per un attimo a capire cosa è successo, perché, quali forze hanno determinato il cambiamento di rapporti di forza e la loro stessa estromissione dalle stanze (fino ad un cero punto, siamo pur sempre l'Italietta inaffidabile per l'Unione Europea) che contano qualcosa. Vorrebbero rientrare in gioco, con le vecchie tattiche degli ultimi 30 anni, mentr quel mondo (e quelle tattiche) non esiste più.

La manifestazione insomma è riuscita, e la Cgil non dovrà sciogliersi domani mattina. Ma non c'è altro...

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Sabato, 25 Ottobre 2014 09:30

La Cgil in piazza con le sue contraddizioni

La Cgil porta in piazza la sua forza assieme a tutte le sue contraddizioni. In questi decenni il principale sindacato italiano da un lato è stato l'attore sociale della sinistra, perfettamente collaterale al PD, dall'altro ha ripetutamente tentato un "patto dei produttori" con l'impresa, per agire di concerto con essa rispetto al potere politico. Entrambi questi capisaldi della strategia della Cgil ora franano clamorosamente e il suo gruppo dirigente non sa letteralmente che fare; il che non è un buon messaggio da trasmettere ad una piazza. Certo ci saranno altre mobilitazioni e magari anche uno sciopero generale. Ma senza mai riuscire a chiarire dove si sta andando. Perché la rivoluzione reazionaria di Renzi si combatte non solo rompendo con le sue manifestazioni estreme, ma anche con le ragioni e con il percorso che ad essa ci hanno portato.

Il governo Renzi, ma lo potremmo chiamare il governo Renzi-Marchionne almeno per quel che riguarda il lavoro, rappresenta l'ultimo e più intelligente tentativo delle classi dirigenti italiane ed europee di imporre da noi le politiche liberiste che hanno distrutto la Grecia. Intelligente perché si è capito che la pura brutalità dei diktat della Troika alla lunga non paga. Per questo le politiche liberiste oggi devono essere accompagnate o addirittura precedute da cambiamenti politici e culturali che rendano accettabile o persino condivisibile l'accentuazione delle già così esplosive diseguaglianze sociali. Per fare questo non basta la destra tradizionale, bisogna occupare il campo della "sinistra" e portare la parte più grande di essa a sostenere politiche più a destra della destra tradizionale. Questo è il renzismo, l'ultima versione di quel trasformismo politico che nella storia del nostro paese é sempre partito dalla mutazione genetica della sinistra.

La cancellazione dell'articolo 18 ha il valore simbolico dell'abbattimento dell'ultima bandiera dell'uguaglianza e serve a rendere accettabili provvedimenti ben più ímmediatamente sostanziosi, come il via libera ai licenziamenti di massa dato alla Tyssen Krupp, o il regalo alla Confindustria della riduzione delle tasse sui profitti pagata con i ticket dei malati. "Abbiamo realizzato un sogno", ha detto Squinzi mentre lavoratori e precari vivono nell'incubo.

Un governo così sfacciatamente filopadronale non poteva che nascere da una operazione culturale e politica che si accampasse e giustificasse nel Pd. Il governo Renzi riassume trenta anni di politiche liberiste contro il lavoro e le conduce alla punto estremo. E proprio per questo rende palese la doppia contraddizione della Cgil. La prima e più evidente è che il rapporto del primo sindacato italiano con il Pd sta diventando sempre più insostenibile, ma allo stesso tempo resta inscindibile. La Cgil, i suoi gruppi dirigenti hanno sinora avuto il Pd come referente istituzionale fondamentale, rompere con esso significherebbe praticare un mare aperto nelle reIazioni politiche che fa paura. Questa contraddizione rischia di essere fotografata dalla presenza al corteo della Cgil di quegli esponenti del Pd critici con Renzi , ma poi disciplinati nel votare la legge sul lavoro.

Ma ancora più pesante di quella politica è la contraddizione sindacale vera e propria. La Cgil oggi si oppone al jobs act, ma in questi trenta anni ha sempre finito per accettare tutti i patti e i provvedimenti che hanno portato ad esso. La legge Fornero sulle pensioni e il primo attacco all'articolo 18 del governo Monti son passati tranquillamente. E se ora la Cgil si oppone alla legge delega, non fa certo altrettanto con quei jobact diffusi che vengono definiti in accordi che riducono diritti e salario. Da ultimi l'accordo del 10 gennaio con la Confindustria sulla rappresentanza e alcuni pessimi contratti.

Lo scatto d'orgoglio della Cgil di fronte agli sfregi di Renzi è un fatto comunque positivo, ma non sufficiente né a fermare l'offensiva di un governo che le contraddizioni del sindacato ben le conosce ed usa, né tantomeno a invertire la tendenza al degrado delle condizioni di chi lavora. Perché tutto questo cambi è necessaria una rottura di fondo della cgil con la linea politica e le pratiche sindacali di questi trenta anni. Ma di questo al momento non si vede alcuna traccia.

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Genova ha visto sfilare per le vie del suo centro i partecipanti alla manifestazione indetta in coincidenza con lo sciopero generale proclamato dall’Unione Sindacale di Base per il 24 Ottobre.

E’ stato un corteo partecipato, colorato chiassoso e pieno di slogan che ha fornito la misura di una presenza del Sindacato di Base sicuramente consistente e rappresentativa di settori importanti del mondo del lavoro, in particolare servizi, pubblico impiego e trasporti (avevano aderito anche OR.SA e Unicobas).

Non è il caso di entrare nel dettaglio delle singole specificazioni contenute nella piattaforma rivendicativa che stava alla base delle motivazioni dello sciopero: job act, intensificazione dello sfruttamento, precarietà, riferimenti europei riassumibili nel dominio della troika.

Riferendoci al piano generale sono 3 i punti da sollevare dopo aver partecipato alla manifestazione di oggi:

1)      Si è trattato del primo atto concreto di opposizione al governo Renzi senza infingimenti o obiettivi “spuri” di spostamento del quadro politico come sarà, invece, nella manifestazione romana della CGIL del 25 Ottobre. Uno sciopero questo dell’USB realizzata in piena autonomia dal punto di vista dell’espressione di contenuti e di prospettiva politico – sindacale nel solco della quale far seguire il complesso delle lotte necessariamente da impostare nella prossima fase;

2)      E’ indispensabile estendere il piano delle “lotte di opposizione” al complesso delle strutture sindacali non confederali puntando alla costruzione, in un periodo relativamente breve, di un sindacato confederale di classe che oggi appare strumento indispensabile proprio nel momento in cui la gestione capitalistica del ciclo porta all’intensificazione dei meccanismi di dominio e di sfruttamento con il conseguente acutizzarsi degli elementi fondamentali della lotta di classe;

3)      Non è possibile che il quadro delle lotte sociali in corso non trovi uno sbocco di natura politica, di rappresentanza concreta sul terreno dell’organizzazione e della relativa aggregazione. Va aperto urgentemente un dibattito sui nodi veri della situazione che, al di là dei fondamentali temi di carattere economico –sociali trova il suo punto di saldatura nella prospettiva, specifica nel “caso italiano” all’interno del quadro internazionale, di una svolta autoritaria in atto. Trascurare il piano politico significa sottovalutare colpevolmente lo stato di cose in atto e consentire lo scivolamento in uno stato di riduzione sostanziale degli spazi di democrazia. Questo governo rappresenta un vero e proprio punto di vera e propria deprivazione nichilista del sistema di valori repubblicano, puntando a sostituirlo con la politica di potenza dell’uomo solo al comando, instaurando una nuova qualità di totalitarismo. E’ urgente costruire uno strumento che si contrapponga direttamente a questa drammatica prospettiva.

La delegazione di Ross@ Savona che ha partecipato alla manifestazione di Genova

 

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Venerdì, 24 Ottobre 2014 18:32

Bologna: un corteo compatto e determinato

Uno sciopero che si annunciava non privo di difficoltà, quello di oggi. Tra le 20 e più città nelle quali si sono organizzate manifestazioni e mobilitazioni, a Bologna oltre un migliaio di lavoratori sono scesi in piazza oggi con l'USB e hanno attraversato la città in modo compatto e determinato.
In un momento in cui la crisi morde, e la politica divide i lavoratori dai disoccupati e dai precari, i giovani dai pensionati, gli italiani dai migranti, chi ha la casa e chi non ce l ha, chi ha un lavoro da chi non ce l'ha… oggi lo sciopero generale del sindacato di base ha sfilato in corteo unendo tutti i lavoratori, i disoccupati e i precari in un'unica istanza: mandare a casa questo governo e tutto ciò che esso rappresenta. Uno sciopero indetto contro il jobs act e le politiche  dettate dalla troika al governo Renzi sul lavoro e la pubblica amministrazione e contro il blocco dei contratti nel pubblico impiego; per l’occupazione e in difesa dell’art.18 dello Statuto dei Lavoratori. Un no chiaro alla politica della Troika, alla macelleria sociale che questo governo mette in atto per difendere gli interessi di un Unione Europea che non ci rappresenta. Unire le lotte, per una nuova sfida sindacale, è stato il motto che ha accompagnato la nascita dell Unione Sindacale di Base. Oggi a Bologna le migliaia di persone che sono scese in piazza, bloccando il trasporto pubblico, i servizi pubblici, le scuole, e parte del lavoro privato ha dimostrato che questa sfida è possibile e praticabile con la lotta e con l unione dei lavoratori.

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Il corteo, partito alle 9 di questa mattina da Piazza XX settembre, ha attraversato via Indipendenza e via Castiglione, sanzionando un agenzia interinale e la Deutche Bank come simbolo di rifiuto della precarizzazione della vita e della società, per finire davanti alla sede di Confindustria. Qui, un fantoccio costruito con la faccia di Renzi, su cui era stato appeso un cartello con su scritto “scemo” è stato lanciato contro la sede degli industriali italiani, accompagnato da una lettera di licenziamento indirizzata a Renzi. Una lettera, come richiamato dal megafono, simile a come quella che hanno ricevuto e stanno per ricevere molti lavoratori colpiti da questa crisi e che oggi non servono piu al capitale di questo Paese.
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