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Sabato 29 novembre a Colleferro ci sarà una manifestazione per affermare i diritti costituzionali sulla salute, convocata dalla campagna "Rifiutiamoci".

I cittadini della Valle del Sacco si ritrovano nuovamente, per non dire perennemente, ad affrontare emergenze di carattere sociale, ambientale e sanitario.
L’inquinamento storico ha determinato contaminazioni di diversa natura, dalle acque, ai terreni, agli alimenti, alle persone; ha portato alla dismissione del comparto agricolo, mentre quello industriale cade sotto i colpi della crisi economica e restituisce un territorio da bonificare.

In questo contesto, nel tempo, nonostante la deindustrializzazione, non si è fermata lapratica di localizzare nella valle del Sacco impianti inquinanti, mentre gli organi di controllo si sono mostrati latitanti, quando non complici. Tutto aggravato dal crescente consumo di suolo e dalla mancata programmazione strategica della mobilità in forme sostenibili.

Protagonista è stato il ciclo dei rifiuti, focalizzato sull’uso di inceneritori, discariche ed impianti finalizzati ad alimentarli, le cui attività sono proseguite in violazione delle Direttive Europee. Non c’è stato neppure il vantaggio di una crescita occupazionale – irrisoria in questo tipo di impianti – che sarebbe stata garantita dall’alternativa fondata sulla raccolta differenziata, il riciclo ed il riuso: l’unica garanzia è stata il disastro economico ed ambientale.

Ricordiamo il crack del Consorzio Gaia con centinaia di milioni di euro a cui le tasche dei cittadini stanno facendo fronte, il sequestro degli inceneritori di Colleferro per illeciti, gli incendi presso la discarica di Colleferro e l’impianto di CDR di Castellaccio, le contaminazioni di falda sottostante la suddetta discarica, le continue immissioni in atmosfera di sostanze inquinanti ed infine i sequestri più recenti per assenza di autorizzazioni, come l’impianto di incenerimento di Marangoni.

Nel frattempo i rilievi epidemiologici dello studio ERAS hanno evidenziato l’impatto sulla salute dovuto alla presenza di impianti di trattamento dei rifiuti, mentre gli studi epidemiologici sulla popolazione della Valle del Sacco hanno accertato, senza ombra di dubbio, la particolare incidenza di patologie le cui cause sono riconducibili a fattori inquinanti.

Un qualsiasi decisore pubblico dovrebbe prendere atto di questa situazione e programmare un radicale cambiamento di rotta in termini di risanamento ambientale. Purtroppo questo non c’è nell’agenda politica nazionale, negli interventi legislativi (vedi art. 35 del Decreto Legge “Sblocca Italia”), tantomeno nell’agenda degli enti locali (vedi l’intenzione di installare un impianto di trattamento meccanico biologico (TMB) in ingresso alla discarica di Colleferro) e neppure nell’agenda degli imprenditori privati (vedi i numerosi progetti di impianti per il trattamento dei rifiuti presentati negli ultimi tempi nel nostro territorio, obsoleti, dannosi e comunque sovradimensionati).

E’ in questo quadro che da anni si procede, senza che la Regione Lazio abbia adottato un reale piano di razionalizzazione delle spese e dei servizi sanitari alla collettività, al loro smantellamento, mentre si alimentano clientele, cordate di potere e si sperpera denaro pubblico a favore della sanità privata.

Noi cittadini siamo ora chiamati a pagare il costo di questa politica, con gli ospedali locali stretti dalla morsa della spending review, che elimina fisicamente intere strutture e reparti, riduce il personale a costi crescenti e lascia nell’incertezza chi ha bisogno di cure.

La storia di questi ultimi anni a Colleferro, nella Valle del Sacco, nei tanti siti inquinati del nostro paese, dimostra che è necessaria la mobilitazione dei cittadini per giungere alla verità: avviare il risanamento e colpire i responsabili.

Ovunque i cittadini sono chiamati ad affermare il riconoscimento del diritto alla salute,che l’art. 32 della Costituzione definisce come inalienabili, e a difenderla chiedendo un diverso modello economico e sociale.

Ancora una volta, a distanza di due anni dalla grande manifestazione del 6 ottobre 2012, la situazione socio-ambientale richiede ai cittadini della Valle del Sacco di prendere posizione e reclamare il diritto ad una sana qualità della vita.

E’ per questo che i promotori della “Campagna Rifiutiamoci” invitano i cittadini della Valle del Sacco a partecipare, individualmente e nelle forme associative che si sono dati in questi anni, a difesa del territorio e dei propri diritti, alla manifestazione del 29 novembre 2014 – ore 14,00 a Colleferro.

Aggiornamenti al link https://rifiutiamoci2014.wordpress.com/

Colleferro, 27 novembre 2014

Pubblicato in Italia (flash news)

Sabato mattina alla periferia est di Roma ci sarà una manifestazione popolare per la salute pubblica e contro l'ecodistretto a Rocca Cengia. Appuntamento alle ore 10.00 in via Andria (angolo con via della Borghesiana)

Pubblicato in Italia (flash news)
NON SI COSTRUISCONO PONTI DI PACE CON I CRIMINALI
 
Siamo venuti a conoscenza che il 30 Novembre 2014 la città di Massafra, in provincia di Taranto, promuove un presunto "gemellaggio" con la città di Gerusalemme, città palestinese sotto occupazione militare Israeliana.
 
Il progetto, dal nome un “Ponte di pace e di amicizia”, è stato proposto al sindaco di Massafra nonché presidente della provincia Martino Carmelo Tamburrano da Barbara Wojciechowska, professore emerito dell’Università del Salento. Tamburrano ha subito sposato la proposta delegando la professoressa Wojciechowska e l’assessore alla Cultura e all'Associazionismo Antonio Cerbino, a seguire tutte le fasi dell’organizzazione del “gemellaggio”, la cui cerimonia inaugurale avrà luogo il 30 novembre a Massafra.
 
Per l’occasione, così come divulgata dagli organizzatori, era prevista la presenza delle autorità di Gerusalemme - il sindaco Nir Barkat e l’ambasciatore d’Israele a Roma, Naor Gilon. Dopo l’appello di protesta, le numerosissime e-mail di disapprovazione provenienti da tutta Italia aventi come destinatari i promotori dell’iniziativa e con l’annuncio di una contromanifestazione prevista sempre per il giorno 30 novembre a Massafra, sia il sindaco (di destra, nazionalista, con simpatie per i coloni fin dalla campagna elettorale) Nir Barkat, che l'ambasciatore, non compaiono più tra gli ospiti della cerimonia inaugurale (così com'è scomparso ogni riferimento al presunto “gemellaggio”, spacciato per un’iniziativa “culturale”).
 
È già un successo non vedere la nostra terra calpestata da questi figuri.
Sono, inoltre, scomparsi  i “molti comuni della provincia di Taranto e della Puglia” che appoggiavano l’iniziativa mentre appare confermata la presenza ed il sostegno della Regione Puglia con (la solita) l’assessore alla cultura e al turismo Silvia Godelli, l’assessore all’agricoltura Fabrizio Nardoni e tutta una serie di figure professorali a vario titolo.
 
Resta però la presenza del KKL (Keren Kayemeth LeIsrael Italia onlus) Fondo Nazionale Ebraico, una fondazione internazionale che copre la propria attività al servizio delle azioni criminali di Israele con del “greenwashing”. Ma i suoi “progetti verdi” vengono edificati sulla distruzione di case, di coltivazioni e di pascoli palestinesi, sui quali piantano i loro alberi, sui quali ricadono “offerte che non si possono rifiutare” garantendone l’acquisto e la proprietà esclusivamente a cittadini di origine ebraica.
 
L'aver ridimensionato la portata dell'evento non è sufficiente. Israele si è macchiata fin troppe volte di gravissimi crimini di guerra, così come diverse organizzazioni umanitarie e indipendenti hanno constatato più volte, utilizzando anche i bambini come scudi umani, utilizzando bombe a frammentazione in aree densamente popolate e attuando bombardamenti indiscriminati.
Israele ha instaurato un regime di persecuzione e apartheid in special modo a Gerusalemme, città che occupa illegalmente, nella quale non garantisce la sicurezza alla cittadinanza civile palestinese che invece sottopone a ritorsioni e violenze al fine di attuare una “pulizia etnica”.
 
OGNI INIZIATIVA CHE VEDE COINVOLTA ISRAELE VA BOICOTTATA!
 
Siamo indignati per una simile iniziativa. Non è possibile attuare alcun progetto con una nazione genocida, la quale occupa militarmente territori che non le appartengono.
 
Sarà del tutto inutile piangere alla vista dei corpi straziati di bambini palestinesi durante il prossimo conflitto. Quelle vite si salvano solo agendo subito! Israele va messa all'indice come nazione criminale che non rispetta i diritti umani e con la quale non vanno fatti affari né costruiti ipocriti ponti di pace.
 
DOMENICA 30 NOVEMBRE SAREMO A MASSAFRA
PIAZZA VITTORIO EMANUELE
ORE 9:30
 
INVITIAMO TUTTI E TUTTE A PARTECIPARE. Facciamo appello a contrastare ogni iniziativa utile a ripulire la faccia di uno stato che quotidianamente si macchia di inenarrabili crimini.
 
Invitiamo tutte le realtà e i singoli a sottoscrivere e a fare proprio questo appello
SEGNALANDOCI L'AVVENUTA ADESIONE su Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
 
Facciamo appello alle realtà extra regionali che non potessero fisicamente intervenire il 30 a manifestare la propria indignazione attraverso mail di protesta alla regione: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.
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all'assessore alla cultura, turismo e Mediterraneo Silvia Godelli:
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all'assessore all'agricoltura Fabrizio Nardoni:
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al sindaco di Massafra (neo presidente della Provincia) dott. Martino Carmelo TAMBURRANO:
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Confederazione Cobas Taranto
CMA Taranto
Comitati di Quartiere Taranto
Collettivo Che Guevara di Cisternino
Casa Occupata Via Garibaldi 210
Sinistra Anticapitalista Taranto
Ardita Due Mari Taranto
Forum Palestina
Collettivo Exit Barletta
RadioCaseBianche Paolo VI
SLAI COBAS Taranto
CSOA Fucine dell'Eco di Matera
Rete No War Roma
Comitato Palestina nel Cuore
ISM-Italia
Fawzi Ismail, presidente Associazione di amicizia Sardegna-Palestina
Associazione di Amicizia Italo Palestinese Onlus
Luisa Morgantini, Presidente AssopacePalestina
Territori in lotta a sud est
Spazi a sud est
Cobas scuola
P.R.C Taranto
Pubblicato in Italia (flash news)

"Mentre assistiamo a un totale disinteresse della politica cittadina rispetto alle necessità delle migliaia di dipendenti capitolini  registriamo ancora una volta le false aperture del Sindaco e del vice sindaco. che prima impongono un atto unilaterale chiamandolo contratto e poi si dichiarano pronti a discutere quando la frittata è quasi fatta" è quanto dichiara Daniela Pitti della USB di Roma Capitale. 

"Pesa su questa finta trattativa la complicità di cgil cisl e uil e csa che durante l'estate non hanno avuto nulla da contrapporre alle follie proposte dall'amministrazione per poi produrre il 31 ottobre un documento politico (non una piattaforma contrattuale) scritto senza alcuna consultazione dei lavoratori e che apre la strada alla proposta avanzata dall’amministrazione finora sdegnosamente e pubblicamente bollata come irricevibile" continua la rappresentante sindacale della USB. "Ancora oggi il sindaco Marino incontrerà solo la compagine sindacale selezionata e probabilmente allineata; viceversaUSB manifesterà in presidio il 27 novembre per ottenere la riapertura del tavolo di contrattazione e per il ritiro dell'atto unilaterale chiamando a manifestare oltre che i lavoratori sia di ruolo che precari, anche i cittadini che si oppongono a questa  ulteriore penalizzazione nell'erogazione dei servizi pubblici della capitale" conclude la Pitti della USB.

Pubblicato in Lavoro & Conflitto

Più di tremila persone hanno partecipato al corteo No Tav che si è svolto ieri per le strade di Torino. La manifestazione era stata convocata in solidarietà con Chiara, Niccolò, Claudio e Mattia (accusati di terrorismo e in carcere dal 9 dicembre 2013) per i quali sono state chieste pesantissime condanne, ed ha attraversato le strade centrali di Torino per poi dirigersi nel quartiere di Porta Palazzo.
Un segnale forte e determinato contro la strategia della Procura di Torino che mira, attraverso i processi ai NoTav, a fermare il movimento, creando un precedente con l’accusa di terrorismo. "I ragazzi hanno detto che quella notte al cantiere c'erano e la valle ha risposto che c'eravamo tutti"- ha detto Alberto Perino, storico portavoce No Tav, alla partenza del corteo -. "Se vogliono condannare loro devono condannare anche noi. Se loro fanno del terrorismo anche noi lo facciamo, da 25 anni".

Il 14 novembre scorso è stata infatti formulata la richiesta per i 4 notav, di 9 anni e 6 mesi di carcere, per un atto di sabotaggio, relativo all’incendio di un compressore. Il Tribunale di Torino si troverà a sentenziare sulla richiesta a dicembre, mentre la Corte di Cassazione ha già espresso qualche mese fa le sue considerazioni a riguardo: non si può parlare di atto di terrorismo. Per lo stesso episodio inoltre si trovano in carcere altre tre persone in attesa di giudizio.

Ma ieri in piazza a Torino ancora una volta vi erano giovani, anziani e bambini, per ribadire la solidarietà nei confronti di chi viene criminalizzato per resistere e per chiederne a gran voce la liberazione. Durante il percorso del corteo, numerosi sono stati gli interventi, mentre sono stati srotolati alcuni striscioni in una delle case occupate in zona Porta Palazzo, dove viveva Chiara, una dei 4 arrestati. Tra gli attivisti anche coloro che si oppongono senza riserve alla sentenza Eternit della Cassazione emessa qualche giorno fa, nella quale è stata completamente annullata la condanna a 18 anni di reclusione del magnate svizzero accusato di disastro doloso ambientale. Tanti gli striscioni a tal proposito "Eternit 2889 vittime nessun colpevole". Anche in Val Susa ieri era in programma un’iniziativa in solidarietà con Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò in contemporanea a quella di Torino. Centinaia di persone si sono ritrovate per una castagnata prevista in Clarea. La polizia ha però deciso di bloccare i No Tav a Giaglione, impedendo di fatto di accedere alla valle Clarea. 

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L’altro ieri era toccato ai contestatori scesi in piazza a Parma, ieri sera la stessa sorte l’hanno subita i manifestanti che protestavano a Cosenza. Cariche e manganellate preventive, scattate prima che nella città calabrese arrivasse il premier “più amato dagli italiani”. 

Il presidente del governo era arrivato ieri pomeriggio a Cosenza per la chiusura della campagna elettorale del candidato governatore Mario Oliverio e ad accoglierlo, come capita sempre più spesso, ha trovato una folla di precari, lavoratori, attivisti dei centri sociali e dei sindacati di base.
Inizialmente in piazza si erano radunati alcuni precari della giustizia della Cgil Fp e alcuni cassintegrati che hanno esposto due striscioni sulle transenne che blindavano il centro della città.
Nel frattempo Renzi, assai timoroso di incrociare eventuali contestatori, aveva deciso di non parlare più in piazza ma di spostare tutto all’interno dell’Auditorium Guarasci.

Da un'altra parte del centro della città un gruppo più nutrito di manifestanti – circa 200 tra occupanti di case, migranti, studenti, attivisti di movimenti sociali e ambientali, precari, lavoratori e militanti del Centro Sociale Rialzo- decideva anch’esso di andare a trovare Renzi all’Auditorium che sorge all’interno del Liceo Telesio, sfilando in corteo nel centro di Cosenza. Qualcuno indossava maschere con foto di Renzi e nasi da Pinocchio reclamando “reddito, casa e lavoro”, altri esponevano uno striscione con la polemica scritta “Sblocca Renzi” in evidente contrapposizione al cosiddetto ‘Sblocca Italia’. I primi attimi di tensione quando il corteo è passato accanto al Cinema Italia, dove un numero ingente di poliziotti in assetto antisommossa proteggeva il comizio di Angelino Alfano. Dopo un po’ di parapiglia i manifestanti sono ripartiti diretti verso la città vecchia – che conta ben cinque occupazioni – completamente militarizzata da polizia e carabinieri. Dopo aver sfilato nelle stradine del centro storico i manifestanti, nel frattempo aumentati di numero, si sono trovati la strada sbarrata a poche centinaia di metri dal Liceo Telesio dove tra l’altro il premier non aveva ancora raggiunto l’iniziativa dei candidati del Pd. Il fronteggiamento tra dimostranti e celerini è durato per quasi un’ora finché i reparti antisommossa non hanno deciso di caricare la manifestazione che premeva per proseguire il suo percorso. Tre cariche per disperdere i manifestanti e poi anche il lancio di alcuni lacrimogeni, e alla fine tre persone sono rimaste contuse mentre un ragazzo, rimasto ferito alla testa, ha dovuto far ricorso alle cure mediche. Nell’impossibilità di manifestare davanti all’Auditorium il corteo ha invertito la sua rotta ed ha continuato a sfilare nella città vecchia, concludendosi con un’assemblea.

Pubblicato in Politica

"Renzi, PD, Unione Europea fuori dal nostro futuro! Il vostro fango vi sommergerà!". Con questo striscione e qualche chilo di fango ci siamo presentati in piazza Azzarita ieri, giovedì 20 novembre, per “accogliere” Matteo Renzi, in tour a Bologna per chiudere la campagna elettorale del suo scudiero Bonaccini. Il riferimento è chiaramente alla tragica situazione in cui versano molte città del Nord Italia, devastate da alluvioni e fango a causa  della criminale gestione del territorio di cui sono state oggetto e che certo non trarranno giovamento dallo Sblocca Italia, che prevede altre “grandi opere” e cementificazioni indiscriminate su tutto il territorio nazionale.

La piazza antistante il Paladozza, dove si è svolto il patetico show del premier, è stata attraversata da alcune centinaia di persone tra collettivi, organizzazioni politiche, studenti, precari della scuola e del mondo della formazione, lavoratori e militanti USB e occupanti di case organizzati da AS.I.A.

Una folla eterogenea e composita che ha saputo rimarcare il disagio e la frustrazione in cui versano milioni di persone in questo Paese, grazie alle scellerate politiche di austerità che arrivano da Bruxelles e di cui questo governo si fa garante.

“Renzi, Alfano, Berlusconi, un solo progetto: quello dei padroni” e “contro austerità e repressione, rompere la gabbia dell’Unione” sono alcuni degli slogan scanditi al presidio e durante il corteo che si è snodato per le vie del centro,  per comunicare il messaggio portato in quella data: non siamo disposti a veder svendere il nostro futuro,  i nostri diritti e la nostra dignità standocene con le mani in mano.

A quasi dieci mesi dal suo insediamento, è ormai lampante infatti quali siano i progetti e gli interessi che questo governo difende. Il Jobs Act, il Piano Casa e lo Sblocca Italia dimostrano che Renzi e soci sono al servizio dei poteri forti e delle classi dirigenti italiane ed europee: grandi multinazionali, banche e gruppi finanziari interessati a speculare sulla macelleria sociale in atto; senza naturalmente dimenticare i “capitalisti straccioni” nostrani: palazzinari, intrallazzatori, mafie e mafiette varie che, per non essere annientati dalla competizione globale, hanno bisogno di favori, appalti e amministrazioni compiacenti.

Se a questo aggiungiamo il tono sprezzante con cui Renzi si fa beffe di tutti i corpi intermedi della società e la violenta repressione con cui il governo risponde a cortei e manifestazioni di protesta, vediamo chiaramente quale sia l’orizzonte a cui tendono e in cui vogliono costringerci: precarietà come condizione non solo lavorativa ma esistenziale, sacche di povertà e disagio sociale sempre maggiori, migliaia di case sfitte e sempre più gente che non può permettersi di pagare un affitto o un mutuo, svendita del patrimonio pubblico, sanità e istruzione solo per chi se le può permettere.

Se è vero che, come ha affermato Bonaccini, non gli facciamo paura, è altrettanto indubbio che il consenso e l’approvazione attorno al governo Renzi e al Partito Democratico pare diano i primi segni di cedimento e che al loro posto si stiano facendo largo,  a poco a poco ma inesorabilmente, la rabbia, la frustrazione e il disagio di un intero popolo che sta man mano perdendo ogni diritto, ogni conquista e spazio democratico, ogni prospettiva e speranza per il futuro.

Renzi ha affermato che “la speranza batte la rabbia”, noi rispondiamo che la nostra speranza è la nostra rabbia perché, a breve, milioni di persone si ritroveranno ad avere solo quello. E allora forse, lor signori non potranno nemmeno più dissimulare il terrore che un intero popolo possa conquistare e distruggere la torre d’avorio in cui si sono asserragliati. 

Noi Restiamo

Pubblicato in Interventi

Giornata campale ieri in tutto il Messico, ed in particolare nella capitale federale nel cui centro si sono ricongiunte le tre carovane organizzate dai familiari e dai compagni delle vittime della strage di Iguala dello scorso 26 settembre, giorno in cui sei persone morirono sotto i colpi d’arma da fuoco dei poliziotti e dei narcos e 43 studenti della scuola Normal di Ayotzinapa scomparvero nel nulla.

Ieri, in occasione dell'anniversario dello scoppio della rivoluzione del 1910, un'enorme marcia ha sfilato nel centro di Città del Messico per chiedere verità e giustizia sui 43 desaparecidos e per ricevere i tre convogli partiti una settimana fa dallo stato del Guerrero e reduci da un tour di iniziative nel resto del territorio messicano dove sopravvissuti alla strage e parenti delle vittime hanno potuto toccare con mano non solo l’ampia solidarietà popolare e la profonda indignazione della società messicana nei confronti della classe politica e delle sue connivenze con la criminalità e gli squadroni della morte, ma anche la gravità della situazione. Non c’è uno stato, un territorio del Messico – hanno raccontato i promotori delle tre carovane – dove non sia stata trovata una fossa comune dove i cartelli della droga, coperti dalla complicità delle autorità politiche e di sicurezza, non abbiano nascosto le vittime delle loro stragi. A manifestare con le delegazioni arrivate dal Guerrero si sono ritrovati insieme non solo i coordinamenti studenteschi che contestano la riforma elitista del sistema d’istruzione e i sindacati degli insegnanti protagonisti negli ultimi mesi di forti conflitti, ma anche organizzazioni popolari di vario tipo, partiti di sinistra, attivisti di una vasta rete di gruppi sociali che sta di fatto trasformando la denuncia di quanto accaduto ad Iguala in un movimento globale contro un sistema ingiusto e corrotto e di denuncia del terrorismo di stato che ogni anno produce migliaia di vittime.

Al margine della enorme manifestazione realizzata allo Zocalo consistenti gruppi di dimostranti si sono scontrati con i reparti antisommossa della polizia nel centro della capitale federale. I cordoni di agenti hanno impiegato lacrimogeni, manganelli e idranti contro i gruppi di manifestanti che hanno assaltato il Palacio Nacional, sede del Ministero delle Finanze e di alcune delle attività del governo presieduto da Enrique Peña Nieto, al grido di "Assassini". Poco prima alcuni dimostranti avevano dato fuoco all'effigie del presidente e lanciato fuochi artificiali attraverso l'inferriata dello storico palazzo.
Contro i poliziotti i manifestanti hanno scagliato non solo pietre e bastoni ma anche bottiglie molotov. Dopo i primi scontri le forze dell’ordine hanno di fatto sgomberato con la forza l’intero Zocalo, spingendo via dalla piazza decine di migliaia di dimostranti. Alla fine della giornata una trentina di persone sono state fermate e cinque sono rimaste ferite.

Qualche ora prima, circa 500 giovani con il volto coperto avevano bloccato le strade di accesso all’Aeroporto Internazionale di Città del Messico. Gli studenti, provenienti dall’Università Autonoma di Città del Messico, dall’Università Nazionale Autonoma, dall’Università Autonoma Metropolitana e dall’Istituto Politecnico Nazionale, esponevano striscioni che recitavano, tra le altre cose: "Ni adicto, ni delincuente, somos estudiantes conscientes!" (Né drogati né delinquenti ma studenti coscienti) e "Ayotzinapa aguanta, el pueblo se levanta" (Ayotzinapa non si arrende, il popolo si ribella).
Quando i reparti antisommossa della polizia sono intervenuti per impedire che i dimostranti penetrassero all’interno dello scalo e bloccassero le operazioni di volo come avvenuto alcuni giorni fa ad Acapulco sono iniziati scontri durati per circa mezzora (e si sono conclusi con alcuni feriti e 15 fermati), al termine del quale i manifestanti hanno deciso di ritirarsi verso Piazza delle Tre Culture dove stava per partire uno dei cortei poi confluiti allo Zocalo.

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Ieri manifestazioni si sono svolte anche negli stati di Guerrero, Morelos, Puebla, Guanajuato e Tamaulipas, con scontri violenti a San Cristobal de las Casas, nel Chiapas. 

Intanto mentre la mobilitazione prevede già nuove tappe e continua ad estendersi in tutto lo stato, i genitori dei 43 desaparecidos hanno ribadito la loro completa sfiducia nei confronti della Procura generale incaricata di indagare sui fatti e del tentativo da parte degli inquirenti di chiudere la faccenda in maniera sbrigativa dopo la confessione di tre killer della banda dei Guerreros Unidos secondo i quali gli studenti sarebbero stati tutti uccisi e i loro corpi bruciati. Ma i corpi dei giovani non si trovano e continua quindi la mobilitazione affinché tornino a casa vivi oltre che per la punizione dei responsabili politici del massacro, oltre che degli esecutori.

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Ormai non passa giorno senza che un esponente del governo Renzi o delle forze politiche di estrema destra che tentano di strumentalizzare su parole d’ordine populiste e razziste il disagio sociali provocato dall’esecutivo non venga contestata. E non passa giorno senza che le contestazioni sociali, politiche e sindacali non vengano attaccate duramente dai ‘tutori dell’ordine’ a suon di manganellate. 

Ennesimo episodio questo pomeriggio a Parma, dove poco prima era arrivato il capo del governo Matteo Renzi. In piazza per tributargli la dovuta accoglienza erano scesi attivisti delle organizzazioni della sinistra radicale e dei centri sociali, militanti dei sindacati di base e un gruppo di lavoratori e delegati della Fiom Cgil. Un centinaio di persone in tutto, compresi un gruppo di operai in lotta per il posto di lavoro.

Ad un certo punto, raccontano i media locali, il via Mazzini alcune decine di manifestanti avrebbero cominciato a premere sul cordone di polizia in assetto antisommossa che impediva l’avvicinamento al vicino palazzo del Comune dove è atteso un incontro tra il premier e il sindaco Pizzarotti e alcuni operai avrebbero cercato di scavalcare le transenne e a quel punto è partita una violenta carica. Dopo e nonostante le manganellate, i dimostranti hanno comunque continuato la loro contestazione contro le politiche dell’esecutivo e il Pd nella strada che porta al palazzo comunale di Piazza Garibaldi esponendo cartelli e striscioni che recitano "Matteo Renzi uguale presidente di Confindustria", "Renzi buffone, Marchionne è il suo padrone", e poi ancora “La Ue vuole precarietà, Renzi gliela darà” e “Licenzi padri precarizzando i figli”.
 Invece il gruppo della Fiom-Cgil ha deciso di lasciare la piazza e di allontanarsi. 

Pubblicato in Politica
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