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	Commenti a: Alessandro Dal Lago, un ricordo militante	</title>
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	<description>Giornale comunista online</description>
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		Di: Johnny		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Johnny]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Mar 2022 20:11:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Onore al Compagno deceduto.]]></description>
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		Di: ANNA		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ANNA]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Mar 2022 13:01:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&quot;Eroi di carta&quot; ha contribuito ad estendere ed approfondire la mia ripulsa per il personaggio Saviano. Sono molto addolorata per la morte di Dal Lago]]></description>
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		Di: Eros Barone		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Eros Barone]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Mar 2022 10:01:12 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[In occasione della sua scomparsa desidero rinnovare, anche se il mio punto di vista è diverso dal suo, tutto il mio apprezzamento per il ‘pamphlet’ che Alessandro Dal Lago, studioso dei processi culturali e sociologo, ebbe a dedicare in tempi non sospetti - correva l’anno 2010 - agli “Eroi di carta”: una stroncatura impietosa di “Gomorra”, il ‘bestseller’ sulla camorra che ha spopolato, a livello mediatico, in questi ultimi anni. Nell’ambito della cultura di estrazione marxista, solo Alberto Asor Rosa aveva avuto il coraggio di espungere Saviano dalla sua “Storia europea della letteratura italiana”, ma con “Eroi di carta” Dal Lago sviluppava una demistificazione critica impietosa di quel ‘bestseller’, entrando nel merito, decostruendo e ricostruendo quel testo, individuando le forzature stilistiche e le incongruenze logiche, denunciando la confusione tra l’io narrante, l’io autore e l’io reale e dimostrando, attraverso un’analisi sia formale che contenutistica, la natura culturalmente di destra dell’opera di Saviano. 
Perciò, la critica demistificante di Dal Lago dimostrava non solo che il mito costruito su Saviano è un mito ritagliato su un  “eroe di carta”, non solo che è un “cattivo scrittore”, ma anche, e tale verità va ribadita, che è il rappresentante di un banale populismo e di un altrettanto banale moralismo, per nulla riscattati da quella vocazione ecumenica che ha spinto non pochi esponenti della sinistra, sprovveduti o in malafede, ad esaltare questo “eroe di carta”. Sennonché il limite più grave di “Gomorra” è l’impoliticità che emerge dalla rappresentazione semplicistica della camorra come male assoluto, limite che legittima la vanificazione di ogni responsabilità politica (Saviano non elogiava forse il ministro Maroni, uno dei personaggi più detestabili fra quelli che hanno rivestito la carica di ministro degli Interni?). Ecco perché non si poteva, e non si può non condividere la sacrosanta reazione di Dal Lago di fronte alla retorica “anestetizzante e distraente” sull’eroismo profusa a piene mani dall’autore di “Gomorra”. Ecco perché Dal Lago si chiedeva giustamente: “Non ci sono bastati i Borrelli e i Di Pietro?”.
“Le mafie,” concludeva Dal Lago, memore della massima brechtiana secondo cui fondare una banca è un crimine peggiore di quello che si compie svaligiandola, “hanno un enorme potere. Spadroneggiano nei loro territori, fanno affari con le aziende e le banche, si ramificano nel resto del paese, si espandono all’estero. E in qualche misura influenzano il potere politico. Ma non sono il potere. Quand’anche le mafie fossero ridotte all’impotenza, il bel paese continuerebbe ad essere governato da altri poteri, meno sanguinari e pestiferi e non di meno decisivi”.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In occasione della sua scomparsa desidero rinnovare, anche se il mio punto di vista è diverso dal suo, tutto il mio apprezzamento per il ‘pamphlet’ che Alessandro Dal Lago, studioso dei processi culturali e sociologo, ebbe a dedicare in tempi non sospetti &#8211; correva l’anno 2010 &#8211; agli “Eroi di carta”: una stroncatura impietosa di “Gomorra”, il ‘bestseller’ sulla camorra che ha spopolato, a livello mediatico, in questi ultimi anni. Nell’ambito della cultura di estrazione marxista, solo Alberto Asor Rosa aveva avuto il coraggio di espungere Saviano dalla sua “Storia europea della letteratura italiana”, ma con “Eroi di carta” Dal Lago sviluppava una demistificazione critica impietosa di quel ‘bestseller’, entrando nel merito, decostruendo e ricostruendo quel testo, individuando le forzature stilistiche e le incongruenze logiche, denunciando la confusione tra l’io narrante, l’io autore e l’io reale e dimostrando, attraverso un’analisi sia formale che contenutistica, la natura culturalmente di destra dell’opera di Saviano.<br />
Perciò, la critica demistificante di Dal Lago dimostrava non solo che il mito costruito su Saviano è un mito ritagliato su un  “eroe di carta”, non solo che è un “cattivo scrittore”, ma anche, e tale verità va ribadita, che è il rappresentante di un banale populismo e di un altrettanto banale moralismo, per nulla riscattati da quella vocazione ecumenica che ha spinto non pochi esponenti della sinistra, sprovveduti o in malafede, ad esaltare questo “eroe di carta”. Sennonché il limite più grave di “Gomorra” è l’impoliticità che emerge dalla rappresentazione semplicistica della camorra come male assoluto, limite che legittima la vanificazione di ogni responsabilità politica (Saviano non elogiava forse il ministro Maroni, uno dei personaggi più detestabili fra quelli che hanno rivestito la carica di ministro degli Interni?). Ecco perché non si poteva, e non si può non condividere la sacrosanta reazione di Dal Lago di fronte alla retorica “anestetizzante e distraente” sull’eroismo profusa a piene mani dall’autore di “Gomorra”. Ecco perché Dal Lago si chiedeva giustamente: “Non ci sono bastati i Borrelli e i Di Pietro?”.<br />
“Le mafie,” concludeva Dal Lago, memore della massima brechtiana secondo cui fondare una banca è un crimine peggiore di quello che si compie svaligiandola, “hanno un enorme potere. Spadroneggiano nei loro territori, fanno affari con le aziende e le banche, si ramificano nel resto del paese, si espandono all’estero. E in qualche misura influenzano il potere politico. Ma non sono il potere. Quand’anche le mafie fossero ridotte all’impotenza, il bel paese continuerebbe ad essere governato da altri poteri, meno sanguinari e pestiferi e non di meno decisivi”.</p>
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